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Odisseo, il volto nascosto dell’eroe omerico

Dall’accecamento di Polifemo alla fuga sotto l’ariete, dall’incantesimo di Circe al canto delle Sirene, fino al riconoscimento di Euriclea: le più antiche immagini greche definiscono Odisseo attraverso gesti, attributi e lo spazio che occupa nell’azione. Nel poema la sua identità è affidata soprattutto alla parola, incorporea e pervasiva come "fiocchi di neve d'inverno"

Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

Alla corte di Alcinoo, Odisseo pronuncia finalmente il proprio nome. Poi comincia a raccontare il tempo in cui aveva dovuto nasconderlo per salvarsi. Il primo episodio sul quale si soffermano le immagini più antiche dell’Odissea è l’incontro con Polifemo: un essere smisurato, estraneo alle leggi dell’ospitalità, alla vita comunitaria, a ogni dimensione dell’umano. Nella grotta del Ciclope il ritorno da Troia cambia direzione. Odisseo lo ubriaca, lo acceca e riesce a fuggire; ma, già al largo, non resiste al desiderio di rivelargli il proprio nome. Polifemo allora leva le braccia verso il mare e invoca Poseidone: che l’eroe torni tardi, solo, dopo avere perduto i compagni. È da questa maledizione, com'è noto, che prende avvio la lunga peregrinazione verso Itaca.

Anfora protoattica di Eleusi, metà del VII secolo, Museo Archeologico di Eleusi.
Anfora protoattica di Eleusi, metà del VII secolo, Museo Archeologico di Eleusi.

La maledizione di Polifemo

Nell’anfora protoattica di Eleusi, della metà del VII secolo a.C., il corpo enorme di Polifemo riempie la superficie del collo del vaso. Il Ciclope è riverso, la testa rovesciata all’indietro; Odisseo e i compagni avanzano serrati sollevando il lungo palo che penetra nell’occhio. Uomini e gigante sono stretti nello stesso spazio, come se la parete della grotta coincidesse con quella del vaso. Odisseo occupa il centro ed è distinto dal diverso colore del corpo: il pittore lo individua attraverso la posizione e l’azione.
Nel cratere - grande vaso dove si mesceva e raffreddava il vino - di Aristonothos, databile intorno al 675-650 a.C., la tensione si sposta invece lungo la fila degli uomini. Odisseo è l’ultimo: arretra il busto, punta un piede contro la parete della grotta e fa forza sul palo, imprimendogli il movimento rotatorio evocato da Omero. Quella gamba sollevata basta a distinguerlo. L’azione sembra concentrarsi prima di scaricarsi nell’occhio del Ciclope.

Particolare con guerrieri guidati da Odisseo, ultimo della fila, dal cratere di Aristonothos, databile intorno al 675-650 a.C., cm 36,3 x 33,5, Musei Capitolini di Roma.
Particolare con guerrieri guidati da Odisseo, ultimo della fila, dal cratere di Aristonothos, databile intorno al 675-650 a.C., cm 36,3 x 33,5, Musei Capitolini di Roma.

La fisionomia di Odisseo

Omero, tuttavia, attribuisce a Odisseo una precisa presenza fisica. Nel terzo libro dell'Iliade Priamo lo vede meno alto di Agamennone, ma più largo di spalle; Antenore ricorda che, quando si alzava per parlare, teneva gli occhi rivolti a terra e lo scettro immobile, tanto da sembrare un uomo impacciato. Ma quando dal petto uscivano la sua grande voce e le parole, simili ai "fiocchi di neve d’inverno", nessun altro mortale poteva competere con lui. Da un corpo quasi inerte si sprigiona una parola che non ha più peso né confini, incorporea e pervasiva come la neve d'inverno.

Applique in bronzo fuso con Ulisse sotto la pancia dell'ariete, 540 e il 530 a.C., Museo di Delfi.
Applique in bronzo fuso con Ulisse sotto la pancia dell'ariete, 540 e il 530 a.C., Museo di Delfi.

Sotto il ventre dell’ariete

Dopo la violenza dinamica dell’accecamento, gli artisti scelgono un’immagine immersa in un silenzio perfino ironico. Polifemo siede all’ingresso della grotta e, ormai cieco, passa lentamente le mani sul dorso degli animali. Odisseo, invece, è scomparso. O meglio, si è nascosto sotto il ventre dell’ariete più bello del gregge, quello che il Ciclope ama più di tutti e al quale, nel poema, rivolge un malinconico lamento senza immaginare che proprio lì si celi il suo nemico.
Un piccolo bronzo arcaico proveniente da Delfi elimina ogni elemento del racconto: non c’è più la grotta, non c’è Polifemo, non c’è il gregge. Rimangono soltanto l’ariete e  Odisseo legato sotto il ventre dell’animale. Bastano quei due corpi uniti per evocare l’intero episodio.
La scena ricompare all’interno di una coppa attica a figure rosse firmata dal ceramista Pamphios e attribuita al Pittore di Nikosthenes, rinvenuta nel 1915 nella necropoli di San Raffaele a Todi. Nel tondo interno domina la massa dell’ariete. Sotto il suo ventre Odisseo è nudo, assicurato all’animale da tre giri di corda. Dalla spalla pende il fodero, mentre la mano destra stringe la spada sguainata. Sullo sfondo una palma indica che la scena non appartiene più all’oscurità della grotta. Lo spazio si è aperto, la libertà è ormai vicina.

Ulisse in fuga, interno coppa attica a figure rosse firmata dal ceramista Pamphios e attribuita al pittore di Nikosthenes, necropoli loc. San Raffaele, Todi (PG), 525-475 a.C. , Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia
Ulisse in fuga, interno coppa attica a figure rosse firmata dal ceramista Pamphios e attribuita al pittore di Nikosthenes, necropoli loc. San Raffaele, Todi (PG), 525-475 a.C. , Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Il vino passa di mano

Poco prima della metà del VI secolo a.C., il Pittore del Polifemo di Boston riunisce sui due lati della stessa coppa due episodi distinti. La kylix - coppa da vinoconservata al Museum of Fine Arts di Boston, condensa così due inganni costruiti intorno al vino.
Nella prima scena Polifemo è inginocchiato e tende la coppa. Davanti a lui avanzano gli uomini con un grande otre e un’oinochoe - brocca da vino; Odisseo non impugna ancora il palo né la spada, ma offre al gigante ciò che gli permetterà di vincerlo. Atena assiste immobile, protettrice della sua intelligenza.

Kylix attica a figure nere con Odisseo e il Ciclope Polifemo, attribuita al Pittore di Polifemo, circa 560–550 a.C., Pittore di Polifemo,  Museum of Fine Arts di Boston.
Kylix attica a figure nere con Odisseo e il Ciclope Polifemo, attribuita al Pittore di Polifemo, circa 560–550 a.C., Pittore di Polifemo, Museum of Fine Arts di Boston.

Girando il vaso, il vino passa nelle mani di Circe. La maga tiene la coppa e la bacchetta fatale. Intorno a lei i compagni di Odisseo conservano corpi umani, ma hanno già teste di animali: la metamorfosi si sta compiendo. Odisseo avanza con la spada sguainata.
Sulle due facce della coppa il medesimo strumento cambia dunque padrone. Nella grotta è Odisseo a servirsi del vino per sopraffare un essere più forte; nell’isola di Eea è Circe a impiegarlo contro i suoi uomini. Odisseo, che davanti a Polifemo aveva predisposto ogni mossa, si trova ora dentro l’inganno preparato da un’intelligenza diversa dalla propria.

Kylix attica a figure nere del VI secolo a.C. attribuita al Pittore di Polifemo raffigurante la maga Circe mentre offre la pozione magica ai compagni di Ulisse trasformati in animali, Museum of Fine Arts di Boston
Kylix attica a figure nere del VI secolo a.C. attribuita al Pittore di Polifemo raffigurante la maga Circe mentre offre la pozione magica ai compagni di Ulisse trasformati in animali, Museum of Fine Arts di Boston

In un cratere attico attribuito al Pittore di Persefone, intorno al 440 a.C., il confronto si rovescia: Odisseo insegue Circe, mentre tra i due cadono per terra coppa e bacchetta. Protetto dal moly ricevuto da Ermes, l’eroe resiste al filtro: la conoscenza del segreto della maga precede ancora una volta l’uso della spada.

Cratere a calice attico a figure rosse del V secolo a.C. attribuito al Pittore di Perséfone raffigurante Odisseo che insegue la maga Circe alla presenza dei compagni trasformati in animali, Metropolitan Museum of Art di New York.
Cratere a calice attico a figure rosse del V secolo a.C. attribuito al Pittore di Perséfone raffigurante Odisseo che insegue la maga Circe alla presenza dei compagni trasformati in animali, Metropolitan Museum of Art di New York.

Dove parlano le ombre

In una pelike attica - un tipo di anfora per contenere olio o vino - attribuita al Pittore di Licaone, intorno al 440 a.C., Odisseo siede sopra una roccia con la spada nella mano destra. Dal terreno emerge Elpenore, il compagno morto nell’isola di Circe e rimasto insepolto; alle spalle dell’eroe Ermes, riconoscibile dal bastone - caduceo, presiede all’incontro tra il vivo e l’ombra. Il regno dei morti è affidato a pochi elementi e alla distanza che separa i due uomini: Odisseo può soltanto ascoltare e promettere a Elpenore i riti dovuti.

Pelike attica a figure rosse attribuita al Pittore di Lykaon, databile al 440 avanti Cristo e rinvenuta a Gela, in Sicilia. Scena dell'evocazione dei morti tratta dall’XI libro dell'Odissea, Museum of Fine Arts di Boston
Pelike attica a figure rosse attribuita al Pittore di Lykaon, databile al 440 avanti Cristo e rinvenuta a Gela, in Sicilia. Scena dell'evocazione dei morti tratta dall’XI libro dell'Odissea, Museum of Fine Arts di Boston

Il canto che promette conoscenza

Le Sirene non minacciano con la forza né con un filtro: promettono di conoscere tutto ciò che è accaduto a Troia e tutto ciò che avviene sulla terra. Omero non ne descrive l’aspetto. Gli artisti danno loro un corpo, unendo il volto e il busto della donna a quello dell’uccello.
Nello stamnos attico - contenitore per liquidi - a figure rosse, datato all’inizio del V secolo a.C., la nave avanza verso sinistra spinta dai remi. I compagni continuano a vogare, mentre Odisseo è legato all’albero maestro, il corpo proteso verso il canto che ha scelto di ascoltare senza potervi cedere. Intorno alla nave volano tre Sirene: una precipita già nel mare, sconfitta dal passaggio dell’eroe.
Odisseo vuole conoscere ciò che nessun uomo può ascoltare e sopravvivere; per farlo deve rinunciare alla libertà dei movimenti e consegnarsi ai legami imposti dai compagni. L’albero della nave trattiene il corpo dell’eroe mentre il suo desiderio tende verso le figure alate.
Le Sirene non perdono il proprio potere: Odisseo passa oltre mentre continua ad ascoltarle, dopo avere predisposto un limite alla propria volontà.

Stamnos attico a figure rosse con Ulisse e le Sirene (particolare), ca. 480–470 a.C., attribuito al cosiddetto Siren Painter. British Museum, Londra
Stamnos attico a figure rosse con Ulisse e le Sirene (particolare), ca. 480–470 a.C., attribuito al cosiddetto Siren Painter. British Museum, Londra

La cicatrice e il nome ritrovato

Quando raggiunge finalmente Itaca, Odisseo deve tornare a nascondere il proprio nome. Atena ne muta l’aspetto, e l’eroe entra nella sua casa come un mendicante. Il riconoscimento non avviene attraverso il volto, ormai irriconoscibile, né attraverso le parole, che continuano a costruire identità fittizie. È il corpo a rivelarlo.

Lastra in terracotta proveniente da Milo, Il riconoscimento di Odisseo da parte di Euriclea alla presenza di Penelope e Telemaco, 450 a.C. ca, cm 19,7 x 18,6, Metropolitan Museum of Art di New York.
Lastra in terracotta proveniente da Milo, Il riconoscimento di Odisseo da parte di Euriclea alla presenza di Penelope e Telemaco, 450 a.C. ca, cm 19,7 x 18,6, Metropolitan Museum of Art di New York.

Una lastra fittile, datata intorno al 450 a.C., rappresenta il momento davanti alla facciata colonnata del palazzo. Odisseo è seduto; Euriclea, inginocchiata ai suoi piedi, compie il gesto quotidiano dell’ospitalità e della cura. Mentre gli lava i piedi, la vecchia nutrice riconosce sul ginocchio la cicatrice lasciata molti anni prima dal morso di un cinghiale. La conoscenza passa attraverso il tatto prima ancora che attraverso lo sguardo. Il segno inciso nella carne restituisce all’eroe l’identità che aveva cancellato nella grotta di Polifemo e nuovamente celato al suo arrivo a Itaca. All’inizio del viaggio Odisseo si salva dicendo di chiamarsi Nessuno; alla fine viene riconosciuto da una ferita che nessun travestimento può nascondere.

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31 luglio 2026, 10:48