Un'altra partita: sogno a occhi aperti per i Mondiali 2030
Arturo Mariani*
Facciamo una rivoluzione nel e con il calcio. Con ricadute straordinarie nel sociale. Sì, ho una proposta con ancora addosso le emozioni della vittoria (1-0) della Spagna nella finale dei Mondiali con l’Argentina (e di 104 partite in 38 giorni): alla prossima edizione, tra quattro anni, nel 2030, dovrebbero essere organizzati contemporaneamente, negli stessi stadi, i Mondiali con i giocatori con disabilità fisiche e disabilità intellettivo-relazionali. E con i calciatori senzatetto della Homeless World Cup che il Papa incoraggia nella Lettera La vita in abbondanza sul valore dello sport.
Vale anche per Olimpiadi e Paralimpiadi: perché non unificarle? Togliendo di mezzo quel tempo di separazione che sa tanto di distinzione tra atleti e gare di serie A e serie B. Lo sport è uno ed è per tutti. In fondo “para” è un suffisso greco e vuol dire “la stessa cosa”. E se davvero è “la stessa cosa” perché non avviene anche nello stesso momento?
Perché non provarci?
Vedere giocare contemporaneamente i Mondiali da tutte le squadre nazionali che esistono, avendone pieno diritto, sarebbe davvero una rivoluzione. Capace persino di cambiare destini di persone e popoli e, perché no, il corso della nostra storia. Utopia a fronte del business sfrenato? Forse. Ma perché non provarci?
Questa edizione dei Mondiali tra Messico, Canada e Stati Uniti d’America ha confermato che lo sport, il calcio in particolare, è un fenomeno universale capace di un linguaggio alla portata di tutti. Che potenza sociale sarebbe vedere in campo centravanti con una gamba sola e due stampelle, centrocampisti con autismo, difensori con sindrome di Down? In fin dei conti non si tratta di fare “inclusione” perché ci deve essere qualcuno che, con buon cuore, “include” chi è al momento escluso in un contesto sportivo (o sociale) già avviato. No, si tratta invece di garantire il diritto alla partecipazione di tutti. Lo sport può farlo, arrivando dove strategie sociali e solidali non riescono.
Quel mondiale del 2014
Mi permetto di “fomentare” questa rivoluzione perché i Mondiali di calcio li ho giocati. Nel 2014, in Messico, con la nazionale italiana amputati. In realtà ho una gamba sola ma non sono amputato: sono nato così, accolto con amore dai miei genitori. Ricordo quei Mondiali: l’Italia eliminata agli ottavi di finale da Haiti. Ho segnato, proprio allo scadere, il gol per andare ai supplementari. Poi ho sbagliato il tiro ai calci di rigore. Insomma, sono passato dalla gioia calcisticamente più travolgente alla delusione più cocente, in pochissimi minuti.
È vero, sono nato con una gamba anziché due. Ma niente e nessuno mi ha tolto il sogno che avevo fin da bambino: giocare a calcio. Ogni ragazzino, con una gamba o due, sogna di partecipare ai Mondiali mentre corre dietro a un pallone in un cortile o in spiaggia.
La vita e lo sport in pienezza
La mia esperienza mi dice che, in fondo, anche i calciatori più famosi e ricchi quando giocano i Mondiali, in fondo in fondo, hanno lo stesso brivido che provavano da piccoli, magari indossando la maglietta del loro idolo. E così il gioco diventa una cosa seria anche se non deve mai perdere le caratteristiche del gioco. In campo ci si sfida, a volte anche troppo, si vince e si perde. Si festeggia e si piange. Beh sì, anche se hai un conto in banca poderoso puoi piangere per una sconfitta ai Mondiali. E, magari, il tuo avversario è il primo che ti consola. Sono le immagini, le lezioni spontanee di vita, più belle.
A me non piace parlare di “disabilità”. Preferisco “pro-abilità”. È una parola che ho coniato per mettere in risalto “il positivo”: io sono Arturo “con” una gamba, non sono Arturo “senza” una gamba. E con una gamba, e due stampelle, ho giocato i Mondiali, gli Europei, la Champions. Ho fatto gol e rovesciate. Soprattutto ho vissuto e sto vivendo la vita in pienezza anche proprio tramite l’esperienza sportiva. Se vale per me, vale per tutti.
Un atto rivoluzionario
Giocare i prossimi Mondiali di calcio contemporaneamente, insieme, nessuno escluso, è l’atto sociale più rivoluzionario che lo sport possa compiere. Cresceremmo tutti, come persone, vedendo anche le azioni e ascoltando le interviste dei campioni senzatetto, amputati, con autismo, con sindrome di Down. Lo sport non dà mai una sentenza definitiva: cadi e ti rialzi più forte, quando perdi trovi slancio e motivazioni per vincere la volta successiva. Non è solo una riuscita metafora... È vita.
Un "terzo tempo"
E gli avversari, poi, non sono nemici. Nelle partite di calcio amputati c’è sempre uno spontaneo “terzo tempo” (caratteristica del rugby) non solo tra i giocatori ma anche per il pubblico sugli spalti. La violenza è inimmaginabile. In campo gli avversari li ho sempre visti un po’ come sfide difficili da affrontare nella vita: se riesci a capire la tattica, a costruire l’assist giusto... ecco che esce fuori sempre qualcosa di speciale!
Ma intanto non perdiamoci i prossimi Mondiali per amputati, in Messico dal 13 novembre. Con l’Italia. E sarà davvero “vita in abbondanza”, per dirla con Leone XIV.
*Scrittore, ex calciatore della nazionale italiana di calcio amputati
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