Occhipinti: accogliere i migranti fa rinascere i borghi
Martina Accettola - Città del Vaticano
Ci sono luoghi in cui la questione migratoria non si misura soltanto attraverso i numeri degli arrivi. È nei piccoli centri dell'entroterra italiano, nelle scuole che rischiano di chiudere per mancanza di bambini, nelle botteghe che scompaiono e nelle relazioni quotidiane che si manifesta il significato dell'integrazione. In molti territori, l'arrivo di famiglie straniere ha contribuito in molti casi a mantenere vivo il tessuto sociale, contrastando il progressivo spopolamento. Ma, accanto a delle esperienze positive, rimane la difficoltà di percorsi amministrativi spesso lunghi e complessi, che rischiano di interrompere storie di inserimento già avviate. È questa la realtà che incontra Sara Occhipinti, avvocata cassazionista di Certaldo - borgo toscano legato alla memoria di Giovanni Boccaccio. Nel suo lavoro, il diritto dell'immigrazione non è soltanto una materia tecnica, "ma una battaglia di carattere culturale".
I volti dietro le norme
"Da quando ho iniziato la professione nel 2007 a oggi, molti aspetti sono migliorati grazie alla riflessione giurisprudenziale che, caso per caso, applica le norme in modo conforme ai diritti fondamentali e, dove questa manchi, solleva questioni di costituzionalità, spronando il legislatore alla correzione", racconta l'avvocata ai media vaticani. Un'evoluzione che ha permesso di superare alcuni automatismi del passato, soprattutto sul tema delle espulsioni. "Mi accadeva spesso di vedere stranieri espulsi dopo aver patteggiato una pena per un reato di modesta entità. Mentre un italiano aveva sempre diritto a un'altra chance, per la stessa identica condotta uno straniero veniva immediatamente allontanato dal Paese, diventando un irregolare privato di ogni diritto e opportunità". Dietro ogni norma, però, ci sono sempre volti e storie concrete.
La nostra responsabilità quotidiana
Per Occhipinti, la sfida dell'integrazione non si gioca soltanto nelle aule dei tribunali. Esiste un livello più profondo, quello della responsabilità quotidiana di ciascuno. "Noi siamo il diritto vivente, facciamo vivere il diritto nelle nostre relazioni quotidiane", spiega. "Noi cittadini sappiamo che ci sono delle regole, ma riflettiamo poco sul fatto che riguardano tutti e - a volte- finiamo per violarle, eluderle quando abbiamo a che fare con gli stranieri". Quando il rispetto delle regole viene meno, osserva l'avvocata, le persone più fragili rischiano di restare esposte allo sfruttamento e alla discriminazione. Una realtà che si manifesta anche nel mondo del lavoro e nei rapporti economici.
Il rischio dell'attesa
La distanza tra i principi e la loro concreta applicazione emerge anche nel rapporto con la pubblica amministrazione. "Il Testo unico sull'immigrazione - specifica la legale - prevede che la decisione sulla concessione o il rinnovo del permesso di soggiorno debba avvenire entro sessanta giorni dalla domanda. Ma molti stranieri hanno in mano per mesi e mesi solo una ricevuta, un foglietto provvisorio con il quale non possono tornare a casa a trovare i familiari, stipulare un contratto di affitto o rinnovare un contratto di lavoro". Anche gli strumenti previsti dalla normativa a tutela dei genitori di minori inseriti a scuola o bisognosi di cure in Italia possono scontrarsi con tempi molto lunghi. "In molti tribunali ci vogliono quasi due anni per concedere questa tipologia di permesso". L'effetto, secondo Occhipinti, è che persone già inserite nel tessuto sociale tornino a vivere in una condizione di precarietà.
Oltre l'idea del migrante come semplice forza lavoro
Nei piccoli borghi a rischio spopolamento, l'integrazione può curare la perdita della memoria storica e dei mestieri scomparsi. La cassazionista lo spiega partendo da un ricordo: "Quando ero bambina esistevano molti artigiani che realizzavano manufatti che oggi nessuno sa più fare. Molti migranti imparerebbero volentieri queste professioni, accontentandosi di ritmi più umani". Questa prospettiva si scontra, tuttavia secondo l'avvocata, con i limiti dell'attuale sistema di ingresso per lavoro regolato dal Decreto Flussi che, a suo modo di vedere, rischia di ridurre le persone a manodopera per lavori usuranti. A Certaldo, invece, la bottega di sartoria aperta da un cittadino straniero mostra un'alternativa: un mestiere antico riscoperto e che ha immediatamente ricevuto l'apprezzamento di tutta la comunità, segno di come l'incontro tra culture possa generare nuovo valore.
Quando l'accoglienza diventa appartenenza
La vera integrazione nasce quando si supera la distanza tra chi arriva e il territorio che accoglie. È quanto è accaduto nel borgo toscano, dove l’avvocata ha cercato di rompere l’isolamento delle persone ospitate nei centri di accoglienza. "Ho pensato di chiedere aiuto al parroco e fare da tramite tra la cooperativa che gestiva la struttura e la parrocchia, per permettere ai ragazzi di svolgere attività di volontariato in chiesa". Da quel primo passo sono nati rapporti fondati sulla conoscenza reciproca e sull'aiuto concreto. "Molti ragazzi si sono integrati stabilmente. Oggi hanno un lavoro a tempo indeterminato, una casa in affitto, dei figli e alcuni hanno aperto un negozio in proprio". E, accanto ai percorsi di inserimento sociale e lavorativo, non sono mancate esperienze di fede condivisa. "Alcune donne hanno chiesto il Battesimo per sé o per i figli e un ragazzo ha ricevuto la Cresima".
Accogliere, proteggere, promuovere, integrare
La testimonianza di Sara Occhipinti richiama l'invito di Papa Leone XIV, nell'omelia a Lampedusa lo scorso 4 luglio, a promuovere percorsi capaci di "accogliere, proteggere, promuovere e integrare" le persone migranti. Un appello che, nelle storie appena raccontate, prende forma nella vita quotidiana: nelle relazioni, nel lavoro, nella comunità e nel riconoscimento della dignità di ogni persona. Come sottolinea la cassazionista, il diritto trova il suo compimento quando diventa vita vissuta, passando attraverso il riconoscimento della persona prima ancora della sua condizione giuridica. È in questo cambiamento di sguardo che possono cadere i “muri invisibili” della burocrazia e dei pregiudizi, aprendo la strada a una società capace di riconoscere nell'altro una possibilità di bene comune.
Per una trasformazione reciproca
Per la legale, l'integrazione non è a senso unico: trasforma chi arriva e chi accoglie. "Quando ho iniziato ad ascoltare queste persone, ho capito che la speranza è la certezza di un bene che esiste per me. Un bene che io ho incontrato attraverso di loro. La loro integrazione è stata la mia integrità". Da questo incontro nasce un cambiamento di sguardo. "Quali e quanti diritti dovremmo riconoscere agli immigrati? C'è una domanda che dovremmo farci ancora prima: perché noi abbiamo questi diritti? La libertà, la vita e la salute. Se ci facciamo questa domanda, scopriamo che questi principi sono stati riconosciuti come essenziali della persona in quanto persona, a prescindere dalla sua provenienza. Non si tratta di accordare qualcosa a qualcuno, ma di riconoscere che in quanto persone tutti sono portatori di certi diritti e di certe libertà".
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