Medio Oriente, Noa: reimmaginare la pace, un'urgente necessità
Emiliano Eusepi - Firenze
Dal 10 al 12 luglio si terrà a Firenze il festival “Re-Imagine Peace”, un evento che riunisce artisti palestinesi ed israeliani nella città del venerabile Giorgio La Pira. Durante il festival Firenze ospiterà concerti, cinema, incontri, momenti di dialogo e riflessione ed esperienze aperte alla città e al pubblico, con il fine di creare occasioni di ascolto e confronto attraverso le arti e la cultura. Il festival culminerà il 12 sera all’Anfiteatro delle Cascine, dove artisti palestinesi, israeliani e italiani saliranno sul palco per ricordare il valore della musica come linguaggio universale. Nella giornata conclusiva contribuiranno a questa riflessione anche il patriarca di Gerusalemme dei latini cardinale Pierbattista Pizzaballa e l’attore e regista Neri Marcorè.
La pace non è un'utopia
Pensare la pace non è un’utopia: è da questa premessa che nasce il festival “Re-Imagine Peace” sotto la direzione artistica di Noa e Mira Awad, insieme al chitarrista, arrangiatore e produttore Gil Dor. L'iniziativa vuole mostrare come il linguaggio della musica con le sue note e i suoi strumenti siano una lezione per ogni uomo: tutti i diversi “strumenti” solamente uniti possono generare una “sinfonia di pace”, per essere in grado di superare barriere culturali, linguistiche e sociali, creando concreti ponti di comprensione tra i popoli. In un mondo spesso diviso da conflitti e incomprensioni, la musica e l’arte emerge come un potente strumento di speranza, solidarietà e riconciliazione. Abbiamo voluto rivolgere alcune domande all’artista Noa per comprendere il significato del festival e per riflettere sulla necessità della solidarietà tra i popoli.
Qual è stata la principale ispirazione dietro il progetto “Re-Imagine Peace” e come speri che influenzi il modo in cui le persone percepiscono la pace nel mondo? In che modo le tue esperienze personali e professionali hanno plasmato la creazione di questo progetto e il messaggio che desideri trasmettere?
L’ispirazione per “Re-Imagine Peace” è nata sia dal dolore che dalla speranza. Come figlia di una famiglia ebraica yemenita, espulsa dal proprio Paese e costretta ad attraversare i deserti per raggiungere l’unico luogo che potesse considerare casa, la Terra Promessa, e che, generazioni dopo, dopo la mia nascita, ha attraversato gli oceani per costruire un futuro migliore negli Stati Uniti; poi, come giovane donna che è tornata nel luogo della sua nascita, Israele, a 17 anni, seguendo il proprio cuore e costruendo una famiglia; come musicista israeliana benedetta da una magnifica carriera internazionale che ha scelto di dedicare anni al lavoro per i diritti umani e la pace in ogni modo possibile, collaborando con artisti palestinesi e arabi, cantando, manifestando, scrivendo, prendendo posizione... ho assistito allo straordinario potere dell’incontro umano. Ho anche visto quanto rapidamente la paura, la violenza e le realtà politiche possano cancellare anni di fiducia. Dopo il 7 ottobre e la devastante guerra che ne è seguita, ho avuto la sensazione che molte persone stessero rinunciando all’idea stessa di pace. Il dialogo è diventato sospetto. La compassione è diventata selettiva. Lo spazio per le sfumature è quasi scomparso. Mi sono resa conto che era proprio questo il momento in cui dovevamo insistere nel reimmaginare la pace, non come un sogno ingenuo, ma come un’urgente necessità umana. La musica mi ha dato il privilegio di incontrare persone di culture, religioni e orientamenti politici diversi. Mi ha insegnato che, prima di diventare nemici o alleati, siamo esseri umani. “Re-Imagine Peace” è un tentativo di ricreare quello spazio: un luogo in cui arte, cultura, spiritualità, cibo, conversazione e umanità condivisa ci ricordino che la pace non è semplicemente l’assenza della guerra: è la presenza della relazione, della dignità e della responsabilità reciproca. Non stiamo ignorando il dolore, né cancellandolo o sminuendolo. Proveniamo da contesti e storie differenti, ma troviamo un terreno comune nella profonda consapevolezza che la violenza non potrà mai essere la soluzione e non condurrà mai al benessere di nessuno. È proprio attraverso il dolore e con grande rispetto per esso che cantiamo, parliamo, creiamo. Spero che le persone lascino il festival non tanto con delle risposte, anche se potrebbero trovarne alcune, quanto con domande migliori, una maggiore empatia e forse il coraggio di incontrare qualcuno che prima ritenevano impossibile incontrare.
Quali sono le sfide più grandi nel promuovere un messaggio di pace attraverso l’arte e la musica e come intendi affrontarle?
La sfida più grande oggi è la polarizzazione. Viviamo in un’epoca che premia la certezza, l’indignazione e la fedeltà al proprio gruppo. L’arte ci chiede di fare l’opposto. Ci invita ad ascoltare prima di giudicare, ad accogliere la complessità e a rimanere vulnerabili. Per chi parla di pace c’è spesso un prezzo da pagare. Veniamo criticati da tutte le parti perché il rifiuto dell’odio viene talvolta scambiato per un rifiuto di assumere una posizione morale. Ma io credo che la compassione non sia neutralità. Si può condannare la violenza, chiedere giustizia e difendere i diritti umani rifiutandosi al tempo stesso di disumanizzare un altro popolo. La musica non può fermare le guerre. Una canzone non può negoziare un cessate il fuoco. Ma la musica può cambiare il clima emotivo nel quale vengono prese le decisioni. Può ammorbidire i cuori, creare fiducia e ricordarci la nostra comune umanità. Ogni accordo di pace duraturo inizia molto prima che i politici firmino dei documenti. Inizia quando le persone diventano capaci di immaginare che anche l’altra parte sia pienamente umana.
Quali sono i tuoi obiettivi futuri per “Re-Imagine Peace” e come speri che questa iniziativa si evolva nel tempo?
Spero che “Re-Imagine Peace” diventi molto più di un festival. Spero che diventi un movimento internazionale vivo, capace di riunire artisti, educatori, leader religiosi, scienziati, giovani e società civile attorno a una convinzione semplice: la pace è qualcosa che creiamo insieme. Mi piacerebbe vedere nascere incontri simili in altre città del mondo, ciascuno capace di riflettere la propria cultura pur abbracciando gli stessi valori di dialogo, creatività e rispetto reciproco. In definitiva, sogno di costruire una rete permanente di persone che rifiutano di arrendersi al cinismo. La pace non è un evento. È una pratica quotidiana. “Re-Imagine Peace” dovrebbe diventare un luogo in cui questa pratica venga coltivata anno dopo anno.
In che modo la memoria e l’eredità di Giorgio La Pira continuano a ispirare il tuo impegno e le tue iniziative per promuovere la pace attraverso “Re-imagine Peace”?
Giorgio La Pira aveva compreso qualcosa di profondamente importante: le città possono diventare laboratori di pace. Credeva che i leader politici, le comunità religiose, gli intellettuali e i cittadini comuni avessero tutti la responsabilità di costruire ponti, anche quando i governi non sono in grado di farlo. La sua visione era profondamente spirituale senza mai escludere nessuno. Credeva che ogni essere umano possedesse una dignità inviolabile e che il dialogo non fosse una debolezza, ma un coraggioso atto di fede nell’umanità. Firenze, quindi, non è semplicemente il luogo in cui si svolge il nostro festival: è parte integrante del suo significato. Riunire israeliani, palestinesi e persone provenienti da molte nazioni nella città di La Pira significa, per me, continuare una conversazione che lui ha iniziato decenni fa. La sua vita ci ricorda che l’immaginazione morale di una sola persona può influenzare intere generazioni.
Che cosa significa per te la speranza e quali segni concreti di speranza vedi oggi, nel mezzo dei conflitti in corso e nel cammino verso la pace?
La speranza non è ottimismo. L’ottimismo dipende dalle circostanze. La speranza è una scelta. La speranza è scegliere di continuare a costruire quando distruggere sembra più facile. È rifiutarsi di lasciare che la paura definisca la nostra identità. È credere che ogni essere umano rimanga capace di trasformarsi. Vedo la speranza ogni giorno, anche nei momenti più bui. La vedo nei genitori israeliani e palestinesi che hanno perso i propri figli e che tuttavia rifiutano la vendetta. La vedo nei medici che curano ogni paziente allo stesso modo. La vedo negli operatori umanitari, negli insegnanti, negli artisti, nei musicisti e nei giovani che continuano a tendere la mano oltre divisioni apparentemente insuperabili. Queste storie raramente finiscono sui giornali, ma sono l’architettura silenziosa della pace. La storia ci insegna che le guerre, prima o poi, finiscono. La vera domanda è che tipo di persone diventiamo mentre sono ancora in corso. Io scelgo di credere che ogni gesto di compassione, ogni conversazione sincera, ogni canzone condivisa e ogni mano tesa oltre una divisione diventino parte del futuro che stiamo cercando di costruire. Per me, questa è la speranza. Ed è questo lo spirito di “Re-Imagine Peace”.
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