Mediterranean Hope: Lampedusa, una finestra da spalancare

Francesca Saccomandi, dell’Osservatorio sulle migrazioni MH, racconta l’accoglienza sull’isola mettendo in luce i cambiamenti sul fronte degli arrivi negli ultimi anni. Sottolinea la necessità di ricreare la comunicazione un tempo forte, tra gli abitanti del luogo e i migranti che giungono spesso impauriti e con il timore di essere rimandati indietro: "Apriamo il tunnel che tiene al suo interno le persone che sbarcano, ridiamo a Lampedusa il ruolo di finestra sul mondo"

Gabriella Ceraso e Franco Piroli - Lampedusa

“I popoli possono cambiare la storia, possono avvicinarsi, essere solidali gli uni con gli altri”, abbattere le barriere e far entrare aria nuova dalle finestre. È l’auspicio di Francesca Saccomandi, referente dell’Osservatorio sulle migrazioni Mediterranean Hope, il programma per migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. A pochi giorni dall’arrivo del Papa a Lampedusa, racconta la realtà dell’isola profondamente cambiata negli ultimi anni, con poca possibilità di contatto tra le persone che arrivano, percorrendo una delle rotte più pericolose, e gli abitanti del luogo. Racconta le sofferenze dei migranti, le torture subite e il timore di tornare indietro, spegnendo ogni possibilità di futuro.

Qual è oggi la realtà di Lampedusa?

Lampedusa è, e continua ad essere, una piccola isola che però è diventata una finestra che si affaccia su una grandissima fetta di umanità che passa su queste coste. Si tratta di persone che partono dalla Libia e dalla Tunisia e affrontano uno dei viaggi più letali e più pericolosi al mondo per riuscire a raggiungere l'Italia e l'Europa. Lampedusa ha una storia molto interessante, è una storia molto antica di accoglienza e di convivenza pacifica tra i popoli. Negli ultimi dieci anni abbiamo iniziato a vedere la creazione, lo scavo, in un certo senso, di una specie di tunnel. Un tunnel che inizia qua dietro al molo Favaloro dove le persone arrivano scortate dalla Guardia costiera, dalla Guardia di finanza e che prosegue nell'hotspot, il centro non di accoglienza ma di identificazione, questa è una differenza molto importante. Il tunnel poi termina dall'altro lato del molo quando chi arriva viene trasferito verso la Sicilia. Io lo chiamo tunnel perché se tante delle storie che noi ascoltiamo su Lampedusa sono storie di accoglienza, di scambio, di persone della comunità locale che si rendono vicine e solidali a chi arriva, dal 2020 in particolare e nel corso degli ultimi dieci anni, la possibilità di incontro tra chi qui vive e chi qui arriva per passare, per transitare, si sono ridotte al minimo.

 

Da sempre Mediterranean Hope ha come obiettivo quello proprio di promuovere delle pratiche di solidarietà dal basso, di creare dei ponti è per questo che siamo presenti al molo Favaloro agli arrivi. Il molo è uno spazio molto piccolo, molto ristretto ed è uno spazio militare quindi si può entrare solo con delle autorizzazioni che noi abbiamo e condividiamo con altre persone della comunità locale. E’ un modo per essere una presenza civile nel momento dell'arrivo; un momento simbolicamente potente, importante perché è il primo momento in cui le persone mettono piede sull'isola, dopo chissà quanti tentativi,  si accorgono di essere vive o a volte si accorgono di non essere tutte, realizzano di essere sopravvissute a un viaggio molto difficile ma sono costrette, incasellate in delle procedure standardizzate che non hanno come primo obiettivo quello di accoglierle ma piuttosto quelle di identificarle e controllarle.

Cosa vi raccontano e voi come e cosa restituite a queste storie?

I racconti che noi abbiamo sono quelli di persone che pur di partire hanno pagato migliaia e migliaia di euro e che hanno provato ad arrivare tantissime volte. Ci sono persone che ci raccontano di essere state riportate in Libia dopo essere partite per 4-5 addirittura 8-10 volte prima di riuscire ad arrivare qui. Ci raccontano delle torture che subiscono nei centri libici, nei lager libici, anche in Tunisia subiscono tantissime violenze e tantissime deportazioni, ci raccontano di aver passato un sacco di tempo nel deserto, ci raccontano di sofferenze enormi che continuano a essere ripetute e reiterate. Quello che noi cerchiamo di fare è custodire queste testimonianze ed esprimere la nostra solidarietà in modi diversi. Cerchiamo di essere lì con qualcosa che possa immediatamente essere utile che siano delle ciabatte perché le persone arrivano scalze; il tè caldo; dei vestiti. Abbiamo anche un piccolo progetto per le bambine e i bambini, diamo loro uno zainetto con un album da illustrare, da colorare perché possano sentirsi visti e rispettati nella loro infanzia. Cerchiamo di dar loro informazioni quanto più possibile, a volte le persone non sanno neanche di essere a Lampedusa quindi facciamo di tutto per tranquillizzarle su quello che sta per succedere anche se sappiamo che molto spesso non c'è da star tranquille perché sono riusciti a scappare dalle prigioni libiche ma molti di loro non sanno che in Italia è considerato un reato aver guidato, per esempio la barca, non sanno che tante delle persone che parlano la loro stessa lingua sono dei mediatori culturali che lavorano per la polizia, che lavorano per Frontex e che hanno la possibilità e il potere di respingerli, di rinchiuderli nei centri per i rimpatri, di rinchiuderli nei carceri. Queste cose le persone non le possono sapere, molte di loro non lo sanno e fin da subito non vengono fornite loro queste informazioni essenziali che servono per tutelarsi per proteggersi e per capire. Cerchiamo di rendere coscienti tutte le persone che passano per l'isola su quello che sta succedendo e cerchiamo di trovare dei modi di aprire invece che chiudere.

MH è anche uno sguardo sul bacino del Mediterraneo che cosa puoi dirci a riguardo?

È molto difficile reperire delle informazioni specifiche su quello che succede in Libia e in Tunisia soprattutto. Una cosa che è lampante è che dall'inizio di quest'anno gli arrivi sono pochissimi, si tratta di una percentuale molto più bassa rispetto a quella dell'anno scorso. Le intercettazioni però sono aumentate, i morti in mare sono aumentati e questo significa non che le persone non partono più ma che vengono riportate indietro. Molte più persone muoiono in mare perché sono costrette a partire in momenti di maltempo per eludere la sorveglianza delle varie Guardie costiere tunisine e libiche e quindi si mettono in mare aumentando tantissimo la probabilità di non riuscire ad arrivare fin qui

Riguardo la migrazione la domanda da porsi giusta qual è? Perché e fino a quando?

Perché non ci sono delle vie d'accesso sicure, legali verso l’Italia e l’Europa? È la domanda che il Mediterraneo si pone e alla quale si è trovata una risposta parziale sicuramente ma molto realistica nei corridoi umanitari, finché questo non sarà il tema, l'urgenza e la priorità quello che sta succedendo adesso continuerà ancora a succedere.

Qual è la cosa che ti tiene qui? Qual è la cosa più bella che hai vissuto nell'esperienza con queste persone?

Sentire che in realtà le persone, i popoli possono cambiare la storia, possono avvicinarsi possono essere solidati gli uni con gli altri. Vorrei tantissimo vedere, non so se mai lo vedrò qui, è anche la caduta di certi muri, di certe frontiere e di questo tunnel di cui parlavo che tiene al suo interno tutte le persone che arrivano. Lampedusa è ed era una finestra sul mondo e questa finestra è stata chiusa, non si è aperta, quello che vorrei vedere è proprio questa finestra che si spalanca.

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01 luglio 2026, 13:22