Iran-Usa, il ruolo dell'Arabia Saudita e il pericolo di allargamento del conflitto
Roberto Paglialonga - Città del Vaticano
Il coinvolgimento diretto dell’Arabia Saudita nel conflitto di Usa e Israele contro l’Iran e le milizie a esso affiliate in Medio Oriente può cambiare gli equilibri cristallizzatisi finora? È una domanda che gli analisti si stanno ponendo in queste ore per tentare di decifrare l’andamento della guerra scoppiata il 28 febbraio scorso con l’attacco statunitense — supportato dall’Idf — contro l’Iran. E sebbene appaia al momento difficile fornire una risposta certa, o il più possibile esplicativa di quanto sta accadendo, meno sono i dubbi sul fatto che si sia probabilmente entrati in una nuova fase della tensione armata tra la Casa Bianca, le Guardie rivoluzionarie islamiche e il governo di Benjamin Netanyahu.
Riyadh: operazione militare congiunta con gli Usa
Ieri, per la prima volta, il ministro della Difesa di Riyadh (il quale proprio mercoledì avrebbe peraltro incontrato in forma separata il presidente e il vicepresidente Usa, Donald Trump e J.D. Vance), ha rivendicato apertamente l’operazione congiunta contro gruppi legati ai pasdaran in Iraq, causando la morte di una ventina di miliziani, dopo che l’Iran aveva lanciato decine di missili su basi Usa in Giordania. E oggi indiscrezioni rilanciate da «Al Monitor» riportano che "circa 50 Paesi" sarebbero stati invitati da Riyadh a partecipare a una sorta di coalizione per "proteggere le rotte commerciali marittime nel Mar Rosso e impedire nuove perturbazioni del traffico attraverso Hormuz", disinnescando di fatto la minaccia dei proxy filo-iraniani houthi, che controllano parte dello Yemen e che martedì hanno attaccato una petroliera saudita in transito da Bab el-Mandeb.
Petrolio e politica alla base della decisione saudita
Oltre alla tutela dei propri interessi economici legati al greggio, a livello temporale occorre ricordare come una settimana fa il rapporto Washington-Riyadh si sia rafforzato con un accordo per la cooperazione sul nucleare civile, che ha fatto seguito a un’intesa sulla difesa strategica firmata nel novembre 2025 (su armamenti e tecnologia militare), che in sostanza rinvigorisce il cosiddetto “ombrello” Usa di garanzia per la sicurezza regionale. Da ultimo, l’Arabia Saudita è uno dei perni attorno a cui Trump sta cercando di costruire un percorso di riavvicinamento tra i Paesi del Golfo e Israele. Sebbene per Riyadh la cosiddetta “normalizzazione” debba portare "in maniera irreversibile" a uno Stato palestinese, aspetto, quest’ultimo, rigettato dalla parte israeliana.
I pasdaran: "dura risposta" contro i sostenitori degli Usa
Il tutto contribuisce a infiammare i toni pubblici: in una nota di questa mattina i pasdaran hanno avvertito che i Paesi coinvolti nel sostegno agli Usa riceveranno una "dura risposta", qualora non modifichino il proprio comportamento. E le parole del ministero degli Esteri pakistano, che assicura come negoziati per la de-escalation tra Usa e Iran siano ora "in corso" nonostante gli scontri nella regione, se da un lato alimentano le speranze, dall’altro non forniscono certezze su un possibile allentamento della tensione.
Ancora raid Usa sull'Iran
Sul terreno, un’altra notte di raid sull’Iran. Il Comando centrale Usa dà notizia di una serie di pesanti attacchi "su obiettivi iraniani". L’agenzia di stampa ufficiale Irna riferisce che tre persone sono morte e due ferite in un raid sull’isola di Qeshm, al largo della costa iraniana nello Stretto di Hormuz, il cui transito continua a rimanere uno dei nodi irrisolti. Anche ieri sera due petroliere sono state prese di mira mentre tentavano il passaggio. Uccisi anche tre soldati dei pasdaran nella provincia di Zanjan, nella zona nord-occidentale del Paese.
Il pericolo di un allargamento del conflitto
La Giordania afferma di aver abbattuto altri 5 missili balistici di Teheran, ma le Guardie rivoluzionarie iraniane rivendicano di aver distrutto tre F-35 nella base statunitense di al-Azraq, 100 km a est di Amman, e di aver inflitto "gravi danni" ad altri tre velivoli della stessa categoria; attaccata da Teheran anche la base Usa di al-Salem in Kuwait, dove un altro raid ha colpito un edificio di una società cinese: morto un lavoratore. Ma gli occhi sono puntati anche sull’Egitto, dove nel porto di Damietta è stata centrata e incendiata una piattaforma di Gnl di proprietà Usa. Se Il Cairo ha parlato solo di un attacco con drone, due fonti iraniane, riprese da «The New York Times», hanno attribuito l’operazione a Teheran. Gli houthi, per parte loro, hanno smentito di essere tra i responsabili dell'accaduto.
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