Gifuni: Moro e Pasolini, la memoria che salva la storia
Andrea Monda e Silvia Guidi – Città del Vaticano
L'Italia, nel passaggio tra gli anni Settanta e gli Ottanta, ha imparato "l'arte sbagliata di dimenticare". È da questa convinzione che prende avvio la riflessione di Fabrizio Gifuni in un'intervista ai media vaticani realizzata negli studi di Radio Vaticana-Vatican News. L'attore e regista, protagonista negli anni di interpretazioni dedicate ad Aldo Moro, Pier Paolo Pasolini, Paolo VI ed Enzo Tortora, ripercorre alcune delle ferite più profonde della storia repubblicana e si interroga sul rapporto tra memoria, teatro e coscienza civile.
Per Gifuni il filo che unisce Moro, Pasolini e, successivamente, la vicenda di Tortora è innanzitutto storico. Le morti violente dello statista democristiano e dello scrittore friulano, consumatesi a meno di tre anni di distanza, rappresentano molto più di due tragedie individuali. Sono diventate i grandi fantasmi del secondo Novecento italiano e segnano una linea di confine nella storia del Paese. È come se quei due corpi tracciassero una faglia che separa due Italie: quella nata nel secondo dopoguerra e cresciuta fino a lambire quei destini e quella successiva, che continua ancora oggi a inciampare su quelle vicende, e su quei corpi, senza riuscire davvero a fare i conti con esse.
La memoria contro l'oblio
Quelle figure, osserva, vengono continuamente richiamate nel dibattito pubblico, ma troppo spesso in modo parziale o strumentale. Si isolano pochi versi di Pasolini dimenticando il resto della sua opera oppure si cita una lettera di Moro trascurando il Memoriale e gli altri scritti più scomodi. È un'operazione destinata a fallire, perché nessuno dei due può essere ridotto a uno slogan o piegato alle esigenze del presente.
Proprio lungo quella faglia, aggiunge, il Paese avrebbe progressivamente smarrito la capacità di ricordare. La memoria storica e perfino quella personale sono state considerate un peso da cui liberarsi. Da qui nasce anche l'abuso del termine "divisivo", trasformato in una formula utile ad archiviare tutto ciò che continua a interrogare la coscienza collettiva. Così si è affermata una sorta di dittatura dell'eterno presente, nella quale diventa possibile sostenere ogni giorno tutto e il contrario di tutto perché sono state cancellate le tracce del passato.
È una riflessione che riguarda direttamente anche il suo mestiere. Il teatro, infatti, continua a essere uno dei pochi luoghi nei quali la memoria viene praticata come esperienza viva. Per un attore ricordare non significa soltanto imparare un testo, ma custodire parole che, sulla scena, si fanno corpo, voce ed emozione. Per questo Gifuni considera gli interpreti gli ultimi depositari di un'antica arte della memoria.
Cinema e teatro, aggiunge, possono ancora svolgere un ruolo decisivo soprattutto nei confronti delle nuove generazioni. Rifiuta il luogo comune secondo cui i giovani ignorerebbero figure come Moro o Pasolini. La sua esperienza gli dice il contrario: quando vengono coinvolti attraverso uno spettacolo o un film, molti ragazzi sentono nascere il desiderio di approfondire autonomamente quella stagione della storia italiana.
Due destini che continuano a parlarci
Nel ripercorrere il rapporto ideale tra Aldo Moro e Pier Paolo Pasolini, Gifuni osserva che i due condivisero anzitutto una crescente solitudine. Negli ultimi anni della loro vita entrambi faticavano a essere compresi da chi era loro più vicino. Pasolini non riusciva più a trovare ascolto tra molti amici e intellettuali; Moro, a sua volta, vedeva incrinarsi il dialogo con il proprio mondo politico.
A unirli è anche il rapporto con la figura di Cristo. Moro, uomo profondamente cristiano, e Pasolini, intellettuale laico ma segnato dalla religiosità popolare trasmessagli dalla madre, guardano entrambi alla dimensione del sacrificio e del calvario, parole che finiscono per attraversare anche il loro destino personale.
Pasolini, ricorda Gifuni, negli ultimi anni aveva invocato un autentico processo capace di fare luce sulle responsabilità della classe dirigente italiana. Il cosiddetto processo celebrato dalle Brigate Rosse durante il sequestro Moro rappresentò invece il suo esatto contrario: un procedimento sottratto a ogni regola democratica, nel quale le parole dello statista rimasero prigioniere insieme alla sua persona. Se fosse sopravvissuto, conclude, Pasolini avrebbe certamente saputo offrire una lettura originale e profonda di quella tragedia.
Un'assenza che continua a interrogare
A testimoniare la possibile lettura in chiave “cristologica” della vicenda del presidente della DC, osserva Gifuni, ci sono anche dettagli solo apparentemente marginali. Tra questi la lettera nella quale Moro, durante il sequestro, ricorda che quella era la prima Pasqua trascorsa lontano dalla moglie dopo trentatré anni. Un numero che coincide anche con il tempo trascorso nella Democrazia Cristiana, la sua "seconda famiglia", e che lo statista avrebbe richiamato più volte nelle lettere dalla prigionia.
Moro e Pasolini si incontrarono soltanto in rare occasioni, ma le loro vicende continuano a riflettersi l'una nell'altra. Gifuni è convinto che entrambi siano rimasti straordinariamente presenti proprio attraverso la loro assenza. Richiamando un'espressione di Attilio Bertolucci, osserva che la loro "assenza" si è trasformata in una presenza ancora più acuta. Moro, nei cinquantacinque giorni del sequestro, arrivò a parlare di sé quasi come fosse già uno spettro destinato a continuare a contestare il futuro del proprio partito. Pasolini, invece, tornò più volte, fin dagli anni Sessanta, sul tema della propria morte. In Poesia in forma di rosa, ricorda Gifuni, descrisse immagini che undici anni dopo avrebbero richiamato impressionantemente il ritrovamento del suo corpo. Sono intuizioni che appartengono ai grandi artisti, capaci talvolta di cogliere ciò che ancora non è accaduto. Lo stesso senso di inevitabilità riaffiora anche in Todo Modo, il film di Elio Petri tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia: un’opera terribile che finisce con la morte di Moro ucciso dai suoi stessi compagni. Lo statista assistette a una proiezione privata dell'opera e ne uscì profondamente colpito, definendola "oscena, ma inevitabile". Due parole che, sottolinea Gifuni, Mori non scelse certo casualmente.
Paolo VI e il vuoto di San Giovanni
La conversazione si conclude con un'altra figura decisiva di quella stagione: Paolo VI, interpretato anch'egli da Gifuni sullo schermo. L'attore richiama il profondo legame di amicizia che univa Giovanni Battista Montini ad Aldo Moro e il dramma personale vissuto dal Pontefice durante i giorni del sequestro. Quando, nell'ultima lettera alla moglie, Moro scrive che il Papa aveva fatto "pochino", non poteva sapere, osserva Gifuni, che Paolo VI stava conducendo quella che probabilmente fu l'unica vera trattativa per tentare di salvarlo, destinata però a naufragare in circostanze rimaste opache. Per questo la celebrazione dei funerali senza il corpo di Moro, nella basilica di San Giovanni in Laterano, rappresenta una delle immagini più potenti della storia italiana del Novecento. In quella liturgia, secondo Gifuni, non si consumò soltanto il dolore di un amico che piangeva un altro amico. Si celebrò simbolicamente anche il funerale della Prima Repubblica, molti anni prima della sua conclusione politica. L'immagine di uomini e istituzioni inginocchiati davanti a un vuoto lasciato dall'assenza del corpo restituisce, ancora oggi, tutta la forza di quella tragedia.
È una scena che continua a interrogare la coscienza del Paese e che richiama il compito affidato alla memoria: non custodire nostalgicamente il passato, ma impedire che venga cancellato o piegato alle convenienze del presente. Per Gifuni è anche questa la responsabilità del teatro, del cinema e, più in generale, della cultura: restituire voce a chi continua a parlare attraverso la storia, affinché quelle vite non diventino semplici ricordi, ma domande ancora aperte sul nostro tempo.
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