Indonesia, la denuncia dei lavoratori del mare: sui pescherecci abusi e truffe
Federico Piana - Città del Vaticano
Lunghi mesi di lavoro duro, in alto mare. Solo le onde, le tempeste, il sole cocente. Neanche una telefonata per sentire una voce amica. Ore, giorni, trascorsi tra le reti da pesca ed il sudore. Poi lo sbarco in un porto affollato, di nuovo il contatto con la civiltà. E il mondo che sembra crollarti addosso quando scopri che, come ai tuoi compagni, la società proprietaria del peschereccio sul quale hai versato sangue e fatica per quasi un anno non ti ha pagato neanche un mese di stipendio. Ma non potevi saperlo, non potevi controllare: eri tagliato fuori dal mondo. E poi tua moglie che perde la pazienza, si arrabbia, perché sul conto non le hai inviato neanche un soldo per sfamare la famiglia. Lei chiede il divorzio e la tua vita entra in un inferno senza fine. La storia è autentica, è accaduta nel porto di una grande isola dell’Oriente ma potrebbe essere avvenuta in qualsiasi altra nazione. Come l’Indonesia, considerato uno dei maggiori Paesi fornitori di lavoratori del mare all’industria della pesca. Uomini che pur di sopravvivere si imbarcano non solo su navi indonesiane ma anche straniere. E spesso subiscono truffe economiche, violenze psicologiche, abusi fisici.
Situazioni disperate
La vicenda del povero pescatore che ha perso la moglie, ai media vaticani l’ha raccontata padre Ansensius Guntur, cappellano dell’Apostolato del mare- Stella Maris, la rete internazionale della Chiesa cattolica che si occupa di dare sostegno materiale e spirituale ai marittimi, ai pescatori e alle loro famiglie. Da due anni il religioso scalabriniano è presente nel porto della città indonesiana di Batam. I pescatori li conosce bene perché a lui chiedono aiuto quando si trovano in situazioni disperate. «Sono vulnerabili perché per lo più hanno un livello di istruzione pari alla scuola elementare, motivo per cui non conoscono le normative relative al settore della pesca né i propri diritti contrattuali».
Senza sanità e cibo
Imbarcarsi su quei pescherecci, gli esperti come padre Guntur lo definiscono “lavoro 3D”: dirty, dangerous, difficult, sporco, pericoloso, difficile. Alcuni marittimi gli hanno rivelato di lavorare anche 18 ore al giorno senza alcun riposo. E gli straordinari, se vengono riconosciuti, sono pagati una miseria. «Ma in realtà ci sono stati anche casi di pescatori ai quali in 14 mesi non è mai stato pagato lo stipendio». C’è anche chi, una volta sbarcato a terra, ha raccontato che il capitano del peschereccio sul quale stava lavorando gli aveva imposto di continuare a pescare nonostante una mano ferita e sanguinante. Altri denunciano che le scorte di cibo non bastano per tutti i mesi di permanenza in mare e che sono costretti a bere l’acqua piovana che riescono a raccogliere.
Indebitarsi per lavorare
In Indonesia, i pescatori vengono reclutati da agenzie specializzate che gli fanno leggere e firmare il contratto solo poche ore prima di salire a bordo. Ecco un altro sopruso, svela padre Guntur: «Perché non hanno il tempo di capirlo bene, non hanno il tempo di comprendere i propri diritti». E poi ci sono delle vere e proprie tangenti da pagare ai reclutatori: «Se vuoi lavorare all’estero devi versare un’ingente somma di denaro. Ma questa gente non ce l’ha e pur di ottenerla si indebita non solo con le banche ma anche con quelli che noi chiamiamo “i banditi del debito”: in questo caso gli interessi sono altissimi».
L'impegno della Chiesa
Ricordando l’impegno di cura ed amore che la Stella Maris compie in tutto il mondo a fianco dei marittimi, con il messaggio diffuso dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale in occasione della Giornata del mare che si è svolta la scorsa domenica, 12 luglio, la Chiesa ha voluto di nuovo sottolineare che ogni lavoratore del mare non può essere abbandonato, lasciato solo: «La Chiesa non può restare a distanza dall’esperienza vissuta dai lavoratori del settore marittimo. Il Signore, che salì sulla barca con i suoi discepoli, continua a stare vicino a coloro che navigano sui mari e sulle acque navigabili interne del nostro tempo».
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