L'antico Egitto romano in mostra con l'intelligenza artificiale
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano
Prima la sabbia. Una distesa sconfinata, attraversata lentamente da uomini e animali, lungo le piste carovaniere del deserto occidentale. Poi, all'improvviso, il paesaggio cambia: affiorano il verde delle palme, l'azzurro dell'acqua, la vita. I colori delle oasi esplodono sul grande schermo semicircolare collocato al centro della Sala Ottagona delle Terme di Diocleziano, al Museo Nazionale Romano, con una forza che richiama alla mente l'oro, il lapislazzuli e il turchese. Non quelli custoditi nelle tombe dei faraoni, ma quelli, ancora più intensi, della natura. È da questa esperienza immersiva che prende avvio Aegyptus – Dal Nilo al Mediterraneo. Oasi e deserto in epoca romana, la mostra aperta fino al 15 novembre, ideata da Elisabetta Bruscolini e curata da Alfonsina Russo, Angelo Piero Cappello, Federica Rinaldi, Alessio De Cristofaro ed Elisabetta Bruscolini. Un progetto promosso dal Ministero della Cultura e dal Museo Nazionale Romano che riunisce archeologia, videoarte e intelligenza artificiale per raccontare una pagina poco conosciuta della storia antica.
Cinque secoli di storia quasi dimenticati
"Ho scoperto un mondo incredibile di cui non solo io, ma penso quasi tutti, non conoscono l'esistenza: la presenza dei romani in Egitto", racconta Elisabetta Bruscolini, spiegando come l'idea della mostra sia nata durante un viaggio nelle oasi del deserto occidentale. Dopo la conquista dell'Egitto da parte di Ottaviano, nel 30 a.C., la storia non si conclude con la fine dei faraoni. Per quasi cinque secoli il Paese diventa una provincia dell'Impero romano e le oasi assumono un ruolo strategico. Qui arrivano soldati, ingegneri, funzionari e mercanti. Le oasi vengono organizzate, si recupera l'acqua, si sviluppano sistemi di irrigazione, si coltivano grano, lino, datteri e olio destinati anche ai mercati del Mediterraneo. Le piste nel deserto diventano vie di comunicazione percorse dalle carovane dirette verso Alessandria e gli altri porti della costa, trasformando questi insediamenti in luoghi di incontro fra popoli, lingue e culture diverse.
Dal reperto al racconto
La mostra si sviluppa come un percorso circolare, seguendo l'architettura dell'Aula Ottagona. Lungo il perimetro sono esposti reperti provenienti dalle collezioni del Museo Nazionale Romano, in parte conservati nei depositi, accanto a opere recuperate dal Comando Carabinieri per la Tutela del patrimonio culturale, destinati poi a tornare all'Egitto. Statue, oggetti di uso quotidiano, testimonianze dei culti egizi, manufatti legati alla vita e ai riti funerari dialogano anche con una selezione di falsi moderni, richiamando quella "egittomania" che, dall'età di Augusto fino all'Ottocento, ha alimentato il fascino esercitato dall'Egitto sull'Occidente.
Al centro della sala, invece, il visitatore entra letteralmente nel racconto. Il grande schermo semicircolare non accompagna semplicemente la visita: ne costituisce il cuore. La narrazione si articola in tre momenti. Il primo restituisce, attraverso la videoarte, il paesaggio delle oasi e del deserto romano; il secondo conduce nei cantieri delle missioni archeologiche italiane; il terzo ricostruisce, con l'intelligenza artificiale, una giornata di vita quotidiana in una delle grandi oasi del IV secolo d.C.
Quando l'intelligenza artificiale incontra l'archeologia
È proprio quest'ultima parte a rappresentare uno degli aspetti più originali del progetto. Il cortometraggio I doni della Grande Oasi, realizzato da Riccardo Boccuzzi, segue il percorso di una bambina attraverso mercati, campi coltivati, templi, fortificazioni e abitazioni. Ma ciò che appare sullo schermo non nasce dalla fantasia. "L'intelligenza artificiale è stata allenata, ma ha avuto la consulenza di due archeologhe che hanno potuto verificare la correttezza scientifica del prodotto", spiega Federica Rinaldi, direttrice del Museo Nazionale Romano. "Si cerca di raccontare uno spaccato della vita nelle oasi nel IV secolo d.C. attraverso gli occhi di una bambina". La tecnologia, dunque, non sostituisce la ricerca archeologica, ma ne diventa uno strumento di divulgazione. "Anche l'intelligenza artificiale deve essere sempre verificata e ci deve essere un'intelligenza umana per poterla veicolare", osserva ancora Rinaldi. È un principio sotteso all'intera mostra: ogni ricostruzione nasce da dati raccolti sul campo, confrontati e interpretati dagli studiosi.
Il lavoro degli archeologi
Prima ancora della ricostruzione digitale, il percorso conduce nei luoghi dove la conoscenza prende forma. Le immagini mostrano gli scavi di Soknopaiou Nesos, nel Fayyum, di Umm el-Dabadib nell'oasi di Kharga, della necropoli romana di Aswan e di Kom al-Ahmer. Il visitatore assiste al lavoro quotidiano delle missioni archeologiche italiane e comprende come una scoperta si trasformi, lentamente, in conoscenza storica.
Alla realizzazione del progetto hanno contribuito studiosi appartenenti a numerose università italiane, tra cui il Politecnico di Milano, Università del Salento, Università di Verona e Padova, insieme alla University of Leicester. La mostra nasce proprio da questo dialogo tra ricerca, tutela e nuove tecnologie, trasformando anni di indagini sul campo in un racconto accessibile anche a chi non è specialista.
Le oasi, crocevia di popoli e religioni
Le oasi dell'Egitto romano non raccontano soltanto la presenza amministrativa e militare dell'Impero. Sono anche luoghi nei quali convivono tradizioni diverse, culti differenti e, a partire dal IV secolo, le prime comunità cristiane. "A Trimithis c'è anche una chiesa che è ancora in corso di scavo", racconta l'egittologa Paola Davoli dell'Università del Salento. "Le chiese sono proprio le prime del IV secolo d.C.". Anche nel Fayyum, dove la Davoli dirige gli scavi di Soknopaiou Nesos, emergono tracce della presenza cristiana: "Probabilmente hanno utilizzato il tempio come un eremitaggio, perché intorno a noi nel deserto ci sono anche eremitaggi piuttosto noti".
È un paesaggio che riflette la complessità dell'Egitto tardoantico: accanto ai templi sopravvivono nuove comunità cristiane, mentre nelle necropoli continua una lunga tradizione funeraria che attraversa l'età faraonica, quella tolemaica e quella romana, documentando una continuità culturale rara nel Mediterraneo.
Un Egitto da riscoprire
Più che affidarsi all'effetto spettacolare delle tecnologie, Aegyptus sceglie di utilizzarle per rendere visibile ciò che normalmente resta confinato nelle campagne di scavo, nei laboratori e nelle pubblicazioni scientifiche. Il risultato è una mostra che invita a guardare oltre l'immagine più nota dell'Egitto dei faraoni e delle piramidi, restituendo centralità a un territorio di frontiera dove, per secoli, si sono incontrati ingegneria romana, culture locali, commerci, religioni e paesaggi di straordinaria bellezza. Il deserto non appare più come un vuoto ai margini dell'Impero, ma come uno spazio vivo, attraversato da uomini, merci e idee, che la ricerca archeologica continua ancora oggi a riportare alla luce.
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