Ebola outbreak Rwampara

RD Congo, l'epidemia di Ebola sempre più fuori controllo

Nel Paese dell'Africa centrale aumentano i contagi ed i morti mentre in alcuni villaggi le squadre sanitarie vengono aggredite dalla popolazione. Intanto, nelle zone di guerra il virus è più difficile da contenere: le milizie ribelli rendono complicato il transito di medici e operatori, il tracciamento dei contagi e l’assistenza ai malati che rimangono nei villaggi continuando ad infettare

Federico Piana - Città del Vaticano

A Bunia, quel primo giorno di giugno, alcuni volontari stavano portando a spalla la bara di un uomo ucciso dall’Ebola. Vestiti con la tuta protettiva, i guanti e le mascherine avrebbero dovuto calare il sarcofago in una buca preparata e disinfettata per l’occasione. Ma ad un certo punto succede qualcosa che nessuno si sarebbe mai potuto immaginare: alcuni membri della comunità del capoluogo dell’Ituri, la provincia del nord-est della Repubblica Democratica del Congo diventata epicentro dell’epidemia del virus, attaccano violentemente i volontari che per miracolo non ci rimettono la vita. Familiari e amici del defunto probabilmente non avevano accettato le rigide procedure di sepoltura stilate dall’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, che per evitare la diffusione del contagio prevedono che il corpo di un morto per Ebola non possa essere lavato, baciato e toccato per l’ultimo saluto, vestito con gli abiti scelti dalla famiglia, onorato con riti religiosi spesso molto partecipati. Una rottura della tradizione insopportabile non solo per quella gente dell’Ituri ma anche per la gran parte della popolazione delle altre provincie del Nord Kivu dove il Bundibugyo ebolavirus sta galoppando senza controllo perché ancora non esiste alcun vaccino e non è stata trovata una valida terapia di cura.

Bilancio in aumento

Guardando i numeri che ieri le autorità congolesi hanno diffuso si comprende come la situazione non sia granché sotto controllo: oltre 2.000 i contagi e 796 i decessi. Ma l’Oms avverte che l’epidemia potrebbe essere addirittura più estesa, da due a quattro volte in più rispetto ai dati ufficiali. La popolazione che oppone resistenza ai volontari e agli operatori sanitari sembra in lenta ma inesorabile crescita, al passo con la diffusione della malattia. Il dottor Mapendo Ndaliko Augustin è consigliere medico della Diocesi di Butembo-Beni, nella regione del Nord-Kivu che ogni giorno registra nuovi casi confermati. Viaggiando di villaggio in città, che visita regolarmente per lavoro, si è accorto che nel corso del mese di giugno «sia la popolazione rurale che quella urbana hanno continuato a contrastare le squadre di intervento e alcuni gruppi di giovani hanno minacciato di incendiare  gli ospedali coinvolti nella risposta all’epidemia. Fortunatamente, dall’inizio di luglio si osserva una tregua. Ma è precaria».

Un uomo viene disinfettato in un centro medico per la difesa dall'Ebola
Un uomo viene disinfettato in un centro medico per la difesa dall'Ebola   (AFP or licensors)

Operatori sanitari nel mirino

Il dottor Augustin ha rivelato ai media vaticani che anche nella città di Beni sono stati segnalati attacchi nei confronti degli operatori sanitari impegnati nella ricerca di casi di contagi sospetti. Aggressioni e minacce, in molte altre aree del Nord Kivu e dell’Ituri, hanno riguardato perfino alcuni membri della Croce Rossa della Repubblica Democratica del Congo che sono stati costretti ad interrompere le loro attività umanitarie. «In generale — ci confidano i responsabili della Croce Rossa dell’Ituri impegnati costantemente nella lotta all’Ebola — gran parte della popolazione collabora con le équipe sanitarie quando comprende i rischi legati alla malattia. D’altra parte, alcune comunità esprimono ancora preoccupazioni, diffidenza o stanchezza di fronte agli interventi ripetuti. Le voci, le credenze locali e la diffusione di informazioni false possono complicare l’adesione alle misure di prevenzione. Ecco perché il dialogo con la comunità rimane un elemento fondamentale della risposta all’epidemia».

La guerra complica 

Non è solo la contestazione alle sepolture sicure, come è accaduto a Bunia, a preoccupare. Ci sono anche le violenze nei confronti degli staff medici che potrebbero inserirsi nella complessa ed articolata dinamica dell’annoso conflitto congolese. Anche se quasi tutte le provincie con il più alto tasso d’infezione sono sotto il controllo delle forze armate governative, quelle stesse province sono circondate da ampie zone dove imperversano diversi gruppi armati ribelli che rendono difficile il transito di medici e operatori, il tracciamento dei contagi, l’assistenza ai malati che rimangono nei villaggi continuando ad infettare. E la mancanza di informazioni sicure e verificate potrebbe favorire, da parte delle milizie armate, la diffusione della disinformazione che diventerebbe un potente strumento di controllo capace di suggerire e provocare reazioni violente contro chi sta cercando di aiutare.

Sfide numerose

Il consigliere medico della Diocesi di Butembo-Beni spiega che alcuni analisti temono che tra la popolazione possano «infiltrarsi dei membri di alcuni di questi gruppi armati i quali potrebbero incoraggiare la resistenza popolare contro la risposta sanitaria e instillare paura tra gli operatori umanitari: tutto ciò rappresenterebbe per loro un’occasione per aumentare il numero dei morti nella regione, considerando l’Ebola come un’altra arma da diffondere». L’unico modo che gli uomini della Croce Rossa hanno a disposizione per tentare di non essere aggrediti è quello che i responsabili dell’organizzazione presente in Ituri sintetizzano così, anche se sanno perfettamente che sono precauzioni che alcune volte possono risultare poco efficaci: «Le nostre attività vengono svolte dopo un’analisi costante del contesto di sicurezza. Le nostre squadre lavorano in stretta collaborazione con le autorità sanitarie, il governo locale e i responsabili delle comunità per garantire un accesso umanitario accettabile. Nonostante tutto, i nostri operatori devono affrontare numerose sfide: restrizioni degli spostamenti, accesso limitato ad alcune località, rischi per la propria incolumità, difficoltà logistiche, pessime condizioni delle strade e sfollamenti della popolazione». 

Operatori sanitari eseguono una sepoltura sicura del cadavere di un uomo ucciso dall'Ebola
Operatori sanitari eseguono una sepoltura sicura del cadavere di un uomo ucciso dall'Ebola   (ANSA)

Dialogo e ascolto

Con la richiesta di mantenere l’anonimato, un volontario che partecipa a queste missioni proprio nelle aree più remote e difficili dell’Ituri ci racconta che «durante un’attività di sensibilizzazione, alcune persone si rifiutavano di ascoltare me ed i miei compagni perché pensavano che fossimo venuti a portare malattie. Abbiamo dedicato del tempo a dialogare con i capi delle comunità e i leader religiosi. Dopo diversi scambi di opinioni, gli abitanti hanno accettato la nostra presenza e abbiamo potuto proseguire il nostro lavoro. Questa esperienza ci ha dimostrato che l’ascolto e il dialogo sono essenziali».

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16 luglio 2026, 14:10