Secondo il più recente rapporto del Norwegian Refugee Council (NRC), la RDC occupa il secondo posto nella classifica mondiale delle crisi di sfollamento più trascurate del 2025 Secondo il più recente rapporto del Norwegian Refugee Council (NRC), la RDC occupa il secondo posto nella classifica mondiale delle crisi di sfollamento più trascurate del 2025  (AFP or licensors)

RD Congo, la crisi degli sfollati ai margini dell'agenda internazionale

Nel 2025 il piano umanitario per la RD Congo ha ricevuto appena il 27% delle risorse richieste, il livello più basso registrato nell’ultimo decennio. Le conseguenze sono immediate e drammatiche, aggravate dalla crisi dell'Ebola: ospedali e cliniche costretti a chiudere, programmi di protezione ridimensionati, distribuzioni alimentari ridotte e milioni di persone lasciate senza assistenza adeguata.

Francesco Citterich - Città del Vaticano

C’è una tragedia umanitaria che coinvolge milioni di persone, che dura da decenni e che continua a consumarsi lontano dai riflettori internazionali. È la crisi degli sfollamenti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), un Paese immenso, ricchissimo di risorse naturali eppure devastato da conflitti, violenze e instabilità cronica. 

Una crisi umanitaria che dura da trent'anni

Oggi la RDC rappresenta una delle più gravi emergenze umanitarie del pianeta e, secondo il più recente rapporto del Norwegian Refugee Council (NRC), occupa il secondo posto nella classifica mondiale delle crisi di sfollamento più trascurate del 2025. Dietro questa poco invidiabile posizione non c’è soltanto una statistica. C’è il fallimento della comunità internazionale nel proteggere milioni di uomini, donne e bambini costretti a fuggire dalle proprie case. C’è una sofferenza che viene raccontata troppo poco, finanziata troppo poco e affrontata con una volontà politica insufficiente. È infatti il decimo anno consecutivo che la Repubblica Democratica del Congo (Paese francofono più popoloso al mondo) compare nell’elenco delle crisi di sfollamento globali più dimenticate, un dato che testimonia quanto l’abbandono sia diventato strutturale. Le radici della crisi affondano in quasi trent’anni di conflitti armati. Dalla metà degli anni Novanta, soprattutto nelle province orientali del Nord Kivu, Sud Kivu e Ituri, centinaia di gruppi armati combattono per il controllo del territorio, delle miniere e delle rotte commerciali. Oltre 200 milizie e gruppi armati operano ancora oggi nel Paese dell’Africa centrale, alimentando un ciclo continuo di violenze contro la stremata popolazione civile. Nel 2025 la situazione è precipitata ulteriormente. Gli scontri si sono intensificati nell’est del Paese, costringendo intere comunità a spostarsi più volte nel corso dello stesso anno. Molte famiglie hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni tre o quattro volte, perdendo ogni volta ciò che erano riuscite a ricostruire. Case distrutte, raccolti abbandonati, bestiame rubato, scuole chiuse: per milioni di congolesi la fuga non è più un evento eccezionale, ma una condizione permanente di vita.

Milioni di sfollati nell'indifferenza internazionale

I rifugiati congolesi nei campi profughi
I rifugiati congolesi nei campi profughi   (AFP or licensors)

I numeri sono impressionanti. Secondo il Norwegian Refugee Council, nel solo 2025 sono stati registrati quasi 10 milioni di movimenti di sfollamento legati al conflitto, una delle cifre più elevate al mondo. Dietro questi dati ci sono persone che vivono in campi sovraffollati, in rifugi di fortuna o presso famiglie già vulnerabili, spesso senza accesso regolare a cibo, acqua potabile, cure mediche o istruzione. Eppure, nonostante la vastità della crisi, l’attenzione internazionale resta minima. Le grandi emergenze che dominano le prime pagine dei giornali e i dibattiti politici globali tendono a oscurare la situazione congolese. Il risultato è una spirale negativa: meno copertura mediatica significa meno pressione politica, meno pressione politica significa meno finanziamenti umanitari e meno finanziamenti si traducono in una risposta insufficiente ai bisogni della popolazione. È proprio questa combinazione di scarsissima attenzione mediatica, carenza di fondi e limitato impegno diplomatico che porta il Paese ai vertici delle classifiche delle crisi dimenticate.

Aiuti insufficienti e un'intera generazione a rischio

La questione dei finanziamenti è particolarmente allarmante. Nel 2025 il piano umanitario per la Repubblica Democratica del Congo ha ricevuto appena il 27% delle risorse richieste, il livello più basso registrato nell’ultimo decennio. Le conseguenze sono immediate e drammatiche, aggravate ancor più dalla crisi dell'Ebola che da mesi sta colpendo il Paese africano: ospedali e cliniche costretti a chiudere, programmi di protezione ridimensionati, distribuzioni alimentari ridotte e milioni di persone lasciate senza assistenza adeguata. In un Paese dove oltre 21 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari, questo deficit di finanziamento equivale a negare supporto vitale a una parte enorme della popolazione. Particolarmente vulnerabili sono i bambini. Molti crescono senza accesso all’istruzione, esposti a malnutrizione, malattie e reclutamento forzato da parte dei gruppi armati. Intere generazioni rischiano di vedere compromesso il proprio futuro. Quando una famiglia è costretta a fuggire più volte, la scuola diventa spesso un lusso irraggiungibile e la povertà si trasmette da una generazione all’altra.

Il simbolo di una crisi dimenticata

La tragedia congolese pone inoltre una questione morale fondamentale: perché alcune crisi mobilitano immediatamente l’attenzione globale mentre altre restano ai margini? Il caso della RDC dimostra che la gravità della sofferenza umana non sempre determina il livello di interesse internazionale. Come sottolinea il NRC, l’abbandono non è inevitabile: è il risultato di scelte politiche, mediatiche e finanziarie. La Repubblica Democratica del Congo non è soltanto un’emergenza africana. È uno specchio delle priorità del sistema internazionale. Milioni di persone continuano a vivere nell’incertezza, costrette a fuggire ripetutamente dalla violenza, mentre il mondo guarda altrove. Essere al secondo posto tra le crisi di sfollamento più trascurate del pianeta significa proprio questo: soffrire enormemente senza ricevere un’attenzione proporzionata alla gravità della situazione. Finché non aumenteranno gli sforzi diplomatici per affrontare le cause profonde del conflitto, finché i finanziamenti umanitari continueranno a essere insufficienti e finché questa crisi resterà ai margini dell’informazione globale, milioni di congolesi continueranno a pagare il prezzo dell’indifferenza internazionale. E la loro storia rimarrà una delle più grandi tragedie umanitarie attuali.

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05 luglio 2026, 11:00