Gaza, il lavoro di Suhail nel campo profughi dove restaura strumenti musicali
Roberto Paglialonga - Città del Vaticano
"Dove le parole non arrivano... la musica parla". Le parole, a Gaza, si sono smarrite da tempo, perse nel dolore, la sofferenza, la prostrazione di una popolazione lacerata da oltre 1.000 giorni di conflitto, da quel brutale 7 ottobre 2023 e l’attacco terroristico di Hamas contro Israele. E, troppo spesso, non sono più sorrette nemmeno dalla forza di gridare la speranza, implorare la felicità, soffocate in gola dal pianto di una vita ridotta in macerie. Chissà, allora, se avrà mai pensato a questa frase di Ludwig van Beethoven, Suhail Abu Shawish, quando, armato di creatività e impegno, si è messo al lavoro nella sua bottega di artigiano.
Il laboratorio di Suhail a Nuseirat
È lì, in un laboratorio improvvisato, all’interno dell’affollatissimo campo profughi di Nuseirat, al centro della Striscia, pochi chilometri a nord-est di Deir el-Balah, in uno stanzino pieno di pallet di legno, frammenti di casse di aiuti umanitari e pezzi di strumenti musicali distrutti o danneggiati, che Suhail ridà forma e suono a ciò che sembra non averne più. Vecchi esemplari di “oud”, il tipico liuto arabo a manico corto, una cassa piriforme con tre fori decorati a rosette, senza tasti. Un oggetto che secondo la leggenda affonderebbe le proprie origini addirittura nella notte dei tempi e gli storici della musica fanno risalire all’antica Mesopotamia.
Riparare gli strumenti musicali come vocazione
"I giovani hanno iniziato a mandarmi i loro strumenti da riparare", dice Abu Shawish all’Afp, mentre un cliente varca la soglia portandone altri, ridotti in pezzi e avvolti in sacchetti di plastica nera. Diversi esemplari di oud, ora, tornati a splendere e a effondere suoni dalle loro corde di nylon, sono appesi alle pareti dell’officina: simboli di esistenze che — nonostante le bombe e la violenza — non si arrendono all’atrocità. Il desiderio di vita più forte della morte, più pervasivo delle armi, più luminoso di ogni ideologia. È il senso della realtà che, in tutta la sua provvidenziale imponenza, prima o poi ti sorprende e ti supera. E, oggi, per il sessantenne Abu Shawish, papà di cinque figli, riparare gli oud è molto più di una professione: è una missione da compiere, anche per conservare e tramandare l’identità culturale palestinese. Lui stesso è un musicista, suona dagli anni ‘80, ha lavorato in diverse istituzioni nel campo della conservazione e del restauro di beni artistici, prima di finire sfollato a Rafah e arrivare quindi nel campo di Nuseirat. Dove si è reinventato, tornando alla sua passione di sempre.
La scarsità dei materiali e l'aumento dei prezzi
Qui, benché siano pochi i materiali disponibili e quotidiane le interruzioni di corrente, taglia il legno manualmente "con una sega", leviga le superfici "con una lima" e incolla meticolosamente pezzi rotti che molti riterrebbero irrecuperabili. "Nonostante la scarsità di legno e i suoi prezzi elevati, le persone si rivolgono a me", dice. "L’impennata dei costi dei materiali ha aggravato la situazione", spiega, ripreso anche dal quotidiano «Arab News». "La colla che una volta pagavi 20 shekel (6,7 dollari) ora viene venduta a circa 60, mentre il prezzo del diluente è aumentato vertiginosamente, rendendo i materiali essenziali inaccessibili a molti artigiani". L’elettricità, altra componente fondamentale per la sua attività, è in gran parte assente nella Striscia. Per far fronte a queste esigenze, Suhail ricicla casse e contenitori di aiuti alimentari scartati, mentre i frammenti recuperati da oud gravemente danneggiati vengono riutilizzati con cura per ripararne altri. Ci sono «le difficoltà della guerra, ma noi continuiamo a lavorare», afferma, camicia a righe e jeans, baffi e una folta chioma bianca.
Riportare armonia e bellezza
Non si è mai arreso, Suhail. E il suo sogno adesso è quello, un giorno, di poter produrre strumenti palestinesi di alta qualità che possano competere a livello internazionale e mostrare al mondo l'artigianato locale. "Speriamo che le condizioni migliorino. Vogliamo lavorare come il resto del mondo, concorrere a livello globale e realizzare articoli che possiamo dire con orgoglio essere di fabbricazione palestinese, prodotti qui, a Gaza", conclude. Le sue dita, per accordarlo, corrono delicatamente sul manico di un oud appena restaurato. Perché sia la musica, laddove la voce si spezza, a tornare a parlare. Riportando bellezza e armonia in un tempo e in un luogo rimasti senza fiato.
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