Cerca

Alla consultazione ha partecipato circa il 59 per cento degli aventi diritto, un dato superiore alla media delle recenti votazioni federali svizzere Alla consultazione ha partecipato circa il 59 per cento degli aventi diritto, un dato superiore alla media delle recenti votazioni federali svizzere 

Svizzera, respinto il referendum per limitare l'immigrazione

Nel referendum federale di domenica gli elettori hanno respinto con il 54,8 per cento dei voti l'iniziativa popolare “No a una Svizzera da 10 milioni!”. La proposta era promossa dall'Unione democratica di centro (Udc), che chiedeva di limitare la popolazione residente permanente a un massimo di 10 milioni di abitanti entro il 2050

Vatican News

La Svizzera non introdurrà un tetto costituzionale alla crescita della popolazione. Nel referendum federale di domenica gli elettori hanno respinto con il 54,8 per cento dei voti l'iniziativa popolare “No a una Svizzera da 10 milioni!”, promossa dall'Unione democratica di centro (Udc), che chiedeva di limitare la popolazione residente permanente a un massimo di 10 milioni di abitanti entro il 2050.

La vittoria al fronte del no

Il risultato ha consegnato la vittoria al fronte del no, sostenuto dal governo federale, dalla maggioranza dei partiti politici, dalle organizzazioni economiche e dai sindacati. L'esecutivo ha accolto con favore l'esito del voto, ritenendo che esso garantisca continuità nei rapporti internazionali del Paese e scongiuri possibili ripercussioni sugli accordi con l'Unione europea. Contestualmente, gli elettori hanno approvato con il 52,5 per cento dei consensi una modifica legislativa che restringe l'accesso al servizio civile con l'obiettivo di rafforzare gli effettivi dell'esercito. La vittoria assume ulteriore rilevanza anche per la partecipazione popolare: alla consultazione ha partecipato circa il 59 per cento degli aventi diritto, un dato superiore alla media delle recenti votazioni federali svizzere. Dal punto di vista territoriale, il voto ha evidenziato che i cantoni della Svizzera francofona e tedesca hanno respinto l'iniziativa, mentre il Ticino ha sostenuto il quesito, seppur di misura, con il 50,7 per cento dei voti favorevoli.

La questione migratoria

Al centro della consultazione vi era il tema dell'immigrazione, da anni oggetto di dibattito nel Paese. Alla fine del 2025 la Svizzera contava poco più di 9,1 milioni di abitanti. Secondo i dati del governo federale, dall'introduzione della libera circolazione delle persone con l'Unione europea nel 2002 la popolazione è aumentata di circa 1,7 milioni di persone e circa l'80 per cento di questa crescita è attribuito ai flussi migratori. Se l'iniziativa fosse stata approvata, al superamento della soglia di 9,5 milioni di residenti le autorità avrebbero dovuto adottare misure restrittive soprattutto nei settori dell'asilo e del ricongiungimento familiare, oltre ad avviare la rinegoziazione di alcuni accordi internazionali, compreso quello sulla libera circolazione con l'Unione europea.

La posizione di Caritas e dei vescovi

Un'iniziativa che Caritas Svizzera aveva invitato esplicitamente a respingere, sostenendo che il testo presentasse l'immigrazione come un problema generalizzato quando, in realtà, la crescita della popolazione è legata soprattutto alle esigenze del mercato del lavoro. L'organizzazione aveva inoltre contestato le misure previste in materia di asilo, giudicandole sproporzionate. Più di ogni altra cosa, Caritas aveva soprattutto espresso preoccupazione per le conseguenze umanitarie dell'iniziativa poiché essa avrebbe potuto mettere in discussione alcuni pilastri della tradizione umanitaria svizzera e gli impegni internazionali del Paese in materia di protezione dei rifugiati e dei diritti umani.  In una nota pubblicata a maggio, la Conferenza episcopale svizzera aveva richiamato i principi della dottrina sociale della Chiesa — dignità della persona, solidarietà, bene comune e rispetto dei più vulnerabili — invitando gli elettori a un discernimento responsabile e a un dialogo rispettoso. La formula utilizzata era quella del «costruire ponti» e del promuovere una convivenza giusta e pacifica perché «il bene comune comprende l’accesso ad alloggi a prezzi accessibili, a infrastrutture sostenibili, all’istruzione, all’assistenza sanitaria, alla sicurezza e alla coesione sociale. Le risposte alle sfide attuali devono essere al tempo stesso efficaci, rispettose e proporzionate, tenendo conto dei loro effetti collaterali». Perciò, aggiungevano i vescovi, «la solidarietà richiede un trattamento giusto e dignitoso delle persone in situazioni di vita difficili, nonché una cultura del dibattito che tenga conto con serietà delle preoccupazioni, senza tuttavia alimentare né legittimare l’esclusione».

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

15 giugno 2026, 10:10