Sud Sudan, almeno 19 morti nello Stato dei Laghi: l'Onu proroga le sanzioni
Guglielmo Gallone - Città del Vaticano
Almeno 19 persone sono morte in una nuova ondata di violenze intercomunitarie nello Stato dei Laghi, nel Sud Sudan centrale.
La fragilità del Sud Sudan
Gli scontri, iniziati tra giovani armati delle comunità Pakam e Gok, si sono aggravati nel fine settimana dopo l'attacco a un accampamento di bestiame. Pakam e Gok sono due comunità dinka che vivono nelle contee confinanti di West Rumbek e Cueibet, nello Stato dei Laghi, una regione dove da anni dispute legate al bestiame, alle terre da pascolo e alle vendette tra clan alimentano cicliche esplosioni di violenza. "La situazione è peggiorata quando giovani armati di Pakam hanno attaccato un accampamento di bestiame appartenente alla comunità di Gok. Questo ha innescato una nuova ondata di scontri che ha provocato altri otto morti", ha affermato il ministro dell’Informazione dello Stato dei Laghi, Kual Mading, assicurando che il governo statale "sta monitorando attentamente la situazione e ha dispiegato personale di sicurezza per ristabilire la calma e proteggere la popolazione civile", e ha fatto appello a tutte le comunità affinché si astengano da atti di vendetta. Le prime indagini indicano che all'origine del conflitto vi sarebbero furti di bestiame e tensioni tra le due comunità.
L'Onu proroga le sanzioni
L'episodio conferma la fragilità della situazione nel Paese africano, che secondo le Nazioni Unite sta nuovamente piombando in una guerra civile su vasta scala. Proprio nei giorni scorsi il Consiglio di Sicurezza ha prorogato fino al maggio 2027 il regime di sanzioni nei confronti di Juba, compreso l'embargo sulle armi. Secondo un comunicato dell’Onu, la risoluzione 2821 è stata adottata con una votazione registrata di nove voti a favore (Bahrein, Colombia, Danimarca, Francia, Grecia, Lettonia, Panama, Regno Unito, Stati Uniti) e sei astensioni (Cina, Repubblica Democratica del Congo, Liberia, Pakistan, Federazione Russa, Somalia). Oltre a rinnovare tali misure fino al 31 maggio 2027, l’organo composto da 15 membri ha anche esteso il mandato del Gruppo di esperti che assiste il Comitato per le sanzioni contro il Sud Sudan fino al 1 luglio 2027. Sempre secondo l'ultimo rapporto del Segretario generale dell'Onu, il periodo 2025-2026 è stato il più difficile dalla firma dell'accordo di pace del 2018, con un deterioramento delle condizioni politiche e di sicurezza e una sostanziale stagnazione del processo di pace. Il rappresentante degli Stati Uniti, pur accogliendo con favore l’adozione odierna, ha affermato che la sua delegazione è "scoraggiata dalla mancanza di progressi sui parametri di riferimento e dal continuo deterioramento della situazione politica e di sicurezza" nel Sud Sudan. Ed è così che le sanzioni continuano a dividere la comunità internazionale. La Russia sostiene che le misure «ostacolano il buon andamento del processo politico» e l'attuazione dell'accordo di pace, oltre a frenare lo sviluppo economico e la capacità del governo di prepararsi alle elezioni previste per dicembre. Posizioni analoghe sono state espresse dai membri africani del Consiglio di Sicurezza, che hanno messo in dubbio l'efficacia delle misure nel favorire una pace duratura e hanno chiesto una revisione dell'embargo sulle armi. Anche la Cina ha osservato che il divieto, in vigore da quasi otto anni, limita la capacità dello Stato di proteggere i civili e mantenere la stabilità interna. Da parte sua, il rappresentante Onu del governo di Juba ritiene che le restrizioni impediscano alle autorità di mettere in sicurezza i confini e contrastare efficacemente i gruppi armati, citando tra gli esempi l'uccisione di cinque ingegneri civili impegnati in lavori stradali nello Stato dell'Equatoria Centrale.
Una grave crisi umanitaria
Alla crisi politica si aggiunge quella umanitaria. Secondo le Nazioni Unite, oltre nove milioni di persone necessitano di assistenza e protezione nel 2025 e circa 7,7 milioni soffrono di grave insicurezza alimentare. A pesare sono le violenze locali, l'instabilità economica, le inondazioni ricorrenti e l'afflusso di centinaia di migliaia di persone in fuga dalla guerra nel vicino Sudan, fattori che continuano a mettere sotto pressione il più giovane Paese al mondo (nato nel 2011), ma comunque uno dei più fragili. Dal 2013 gli scontri tra fazioni rivali scoppiati nella capitale Juba si sono rapidamente estesi a tutto il Paese, innescando una grave crisi politica e di sicurezza, che neppure i due accordi raggiunti nel 2015 e nel 2018 sono riusciti a fermare.
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