Repubblica Democratica del Congo, epidemia di Ebola Repubblica Democratica del Congo, epidemia di Ebola  (AFP or licensors)

RDC, medici in sciopero. L'Oms dichiara l'allerta massima per l'Ebola

Collasso del sistema sanitario, attacchi delle milizie e il ceppo di Bundibugyo ancora senza vaccino: l'est della Repubblica Democratica del Congo diventa una polveriera epidemiologica mentre i contagi continuano ad estendersi così come il bilancio dei morti. Il sindacato: “garantiremo il funzionamento dei servizi minimi d’emergenza per i casi più critici. Ma non si può chiedere ai medici di fare i martiri a stomaco vuoto”

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

Duemilacinquecento medici e operatori sanitari del settore pubblico nella Repubblica Democratica del Congo hanno incrociato le braccia da oggi, 11 giugno, fino a tempo indeterminato. Esausti, senza stipendio da mesi, senza indennità, molti anche contagiati dal virus che sta mettendo in ginocchio il Paese, provati dalla perdita di colleghi per mancanza di presidi ospedalieri adeguati, soprattutto nella provincia di Ituri e dopo aver denunciato più volte al governo di Kinshasa le loro condizioni, hanno deciso di fermarsi. “La decisione di scioperare è l'estrema conseguenza del totale non rispetto degli impegni presi dal governo congolese. Lo Stato ha assunto una serie di vincoli formali sulla regolarizzazione dei nostri stipendi, sulla meccanizzazione dei contratti e sulle indennità di rischio che sono rimasti unicamente sulla carta. Non chiediamo privilegi, ma la dignità di poter sopravvivere mentre facciamo il nostro lavoro”, si legge nel comunicato diramato dal sindacato dei medici che ha indetto lo sciopero, il Sylimed.

Situazione al limite della sopravvivenza

Martiri a stomaco vuoto, prosegue la nota, ed in effetti spesso ci si dimentica che anche chi ha prestato giuramento al servizio dell’uomo e della vita, ha il diritto di vivere: “Siamo pienamente consapevoli della gravità dell'epidemia e della pressione strutturale a cui è sottoposto il nostro sistema sanitario. Proprio per questo abbiamo garantito il funzionamento dei servizi minimi d'emergenza per i casi più critici. Ma non si può chiedere ai medici di fare i martiri a stomaco vuoto. Il governo deve aumentare strutturalmente i fondi destinati alla sanità pubblica, che soffre di un sottofinanziamento sistemico e cronico”. Dagli ospedali dell'est del Paese, come l'area sanitaria di Mongbwalu (epicentro del virus), arrivano le testimonianze di medici in trincea, che descrivono una situazione al limite della sopravvivenza biologica oltre che professionale.

Le testimonianze dei medici

“Lavorare qui in Ituri è diventato un ‘suicidio assistito’, spiega il dottor Tumur, non solo non vediamo lo stipendio da cinque mesi, ma ci mandano a isolare pazienti affetti da Ebola Bundibugyo senza nemmeno i guanti in lattice o i camici impermeabili adatti. Questa variante non ha vaccini approvati: la nostra unica difesa sono i dispositivi di protezione. Quando mancano quelli, contrarre il virus diventa solo una questione di tempo. Abbiamo già perso troppi colleghi infermieri e medici”. Un altro dottore operativo in un presidio mobile vicino a Bunia, dove operano anche squadre di Medici Senza Frontiere, racconta in anonimato, il clima di terrore legato anche agli attacchi delle milizie armate che non lasciano respirare la gente.  “Siamo presi tra due fuochi. Da un lato c'è il virus che uccide, dall'altro ci sono i ribelli che attaccano i centri di isolamento e la popolazione locale che, esasperata e disinformata, ci accusa di aver portato la malattia e brucia le nostre tende. Lavorare in queste condizioni senza ricevere un dollaro non è più sostenibile. Lo sciopero è un grido d'aiuto: se crolliamo noi, l'Ebola arriverà ovunque”.

Allerta massima per il virus

Nel frattempo, l'Organizzazione mondiale della Sanità ha dichiarato l’allerta massima per il virus e  segnalato un aumento dei casi di Ebola nella regione, con oltre 598 contagi confermati e 115 decessi. La situazione ha anche ripercussioni nei Paesi vicini, come l'Uganda, dove sono stati registrati casi collegati all'epidemia, una ventina secondo l'ultimo bollettino epidemiologico del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC). Quasi il 95% dei contagi si concentra nella provincia dell'Ituri. Il virus ha però raggiunto anche il Nord Kivu e il Sud Kivu, toccando snodi critici e aree minerarie densamente popolate. Sistemi di monitoraggio speciale ed allerte sanitarie sono stati attivati preventivamente in Sud Sudan, Kenya (dove è in discussione l'allestimento di un centro di quarantena a Nanyuki su proposta americana), Ruanda e Sudafrica.

Massacri di civili e sabotaggi 

Il contenimento sanitario è reso quasi impossibile dalle violenze delle milizie armate che controllano il territorio. La provincia dell'Ituri e le zone limitrofe sono teatro di continui massacri ai danni dei civili e di sistematici sabotaggi alle strutture mediche. Le Allied Democratic Forces (ADF), gruppo affiliato allo Stato Islamico, hanno intensificato le incursioni sfruttando il caos sanitario. Pochi giorni fa un doppio attacco simultaneo a Mbau e Kitoho ha provocato 21 civili morti a colpi di machete, paralizzando i movimenti degli operatori umanitari lungo la strada nazionale RN4. I ribelli della CODECO continuano a insanguinare i villaggi dell'Ituri, provocando decine di morti. A peggiorare la situazione c'è la profonda sfiducia della popolazione locale: a Bunia un centro di trattamento per l'Ebola è stato dato alle fiamme dai manifestanti dopo la sepoltura protetta di una vittima. Molte famiglie scelgono ora di nascondere i propri parenti malati in casa per sottrarli ai medici, accelerando i contagi intracomunitari. Più a sud, nel Nord Kivu, le offensive dell'M23 bloccano intere città e costringono centinaia di migliaia di sfollati interni a vivere in campi profughi improvvisati e sovraffollati, l'ambiente ideale per una proliferazione su vasta scala del virus.

 

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11 giugno 2026, 16:57