RD Congo, l'Ebola fuori controllo: 808 casi e 192 morti
Davide Dionisi - Città del Vaticano
Un mese dopo l’inizio dell’epidemia di Ebola, la Repubblica Democratica del Congo registra una rapida accelerazione dei contagi con un tasso di mortalità del 23,8%. Drammatici i dati diffusi dal ministero della Salute locale: 808 casi confermati, 192 morti, 363 persone in isolamento. “La diffusione dell’Ebola sta superando gli sforzi di risposta”, spiega Kate White, coordinatrice medica d’emergenza di Medici senza frontiere nella Repubblica Democratica del Congo. “Nessuno conosce la reale dimensione dell’epidemia, né sa esattamente dove la malattia si stia diffondendo”.
Accesso alle cure essenziali
Secondo l’Oms, il virus circolava probabilmente nell’Ituri già due mesi prima della dichiarazione ufficiale dell’epidemia, classificata il 17 maggio come “emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale”. Il rischio è considerato “alto” per l’Africa subsahariana e “basso” su scala globale. Secondo White, l’emergenza Ebola non deve compromettere l’accesso alle cure essenziali: maternità, vaccinazioni pediatriche, malaria e colera restano priorità vitali per popolazioni già vulnerabili: “Garantire i servizi sanitari di routine contribuisce anche a rafforzare il monitoraggio dell’Ebola nelle comunità”, precisa.
Il dramma dell’Ituri
Proprio nell’Ituri e nelle province del Kivu, dove l’epidemia è maggiormente diffusa, milioni di persone vivono da decenni in condizioni di conflitto attivo, sfollamenti ripetuti e carenze croniche nell’assistenza sanitaria. L’alta mobilità della popolazione, incluse migliaia di minatori itineranti, rende il tracciamento dei contatti estremamente difficile. L’Ituri, in particolare, è una delle zone che ha maggiormente sofferto per un conflitto interno. Basti pensare che, dal dicembre 2017 al settembre 2019, almeno 701 persone sono state uccise e 168 ferite nella regione durante le tensioni interetniche tra le comunità Hema e Lendu.
Presidi sanitari sovraffollati
A complicare ulteriormente la risposta, in alcune comunità si registra un clima di paura e sfiducia verso le équipe sanitarie. “Non basta spiegare la malattia: bisogna ascoltare le comunità e coinvolgerle nella definizione della risposta”, sottolinea Frédéric Lai Manantsoa, coordinatore delle emergenze di Medici senza frontiere nella Rdc, specificando che i centri di cura sono sovraffollati, molti pazienti arrivano in stadi avanzati della malattia e la maggior parte non è stata identificata come contatto di persone infette prima di cercare assistenza.
La mobilitazione internazionale
Oms e Centri africani per il controllo delle malattie stanno intensificando test, forniture e supporto tecnico sul campo. “Rimaniamo impegnati fino a quando la trasmissione non sarà fermata”, ha dichiarato Jean Kaseya, direttore dei Centri africani per la prevenzione delle malattie, chiedendo ai donatori internazionali una mobilitazione urgente di risorse.
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