Premio Montale a Roberta Dapunt, voce del verbo umano
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano
“Non faccio differenza tra vita e poesia”. Nelle parole con cui Roberta Dapunt descrive il proprio lavoro poetico si ritrova anche il significato del Premio Montale Fuori di Casa che le sarà conferito oggi 16 giugno alla Biblioteca Sormani di Milano. Giunto alla XXX edizione, il riconoscimento sarà consegnato nel corso di un incontro promosso dalla Fondazione Crocevia con Adriana Beverini, presidente del Premio Montale, e Giovanni Gazzaneo, presidente della Fondazione. Interverranno inoltre Guido Oldani, Vincenzo Quagliotti, Giovanni Tesio e Alma Vallazza, mentre la poetessa proporrà un intervento dal titolo Voce del verbo essere umano.
Una voce che nasce dall'esperienza
Nata nel 1970 a Badia, in Val Badia, dove vive tuttora, Roberta Dapunt è una delle figure più autorevoli della poesia italiana contemporanea. Pubblicata da Einaudi, Folio Verlag e Il Ponte del Sale, tradotta in diverse lingue e vincitrice del Premio Viareggio-Rèpaci nel 2018 con Sincope, ha costruito negli anni un'opera che mantiene un rapporto costante con l'esperienza vissuta.
La motivazione del Premio Montale individua proprio questo tratto come elemento distintivo della sua scrittura: “C'è in Roberta Dapunt una coincidenza tra la sua poetica e la sua vita, in un dialogo serrato che sempre si rinnova e sempre più va nel profondo”. I versi trovano la loro sorgente negli spazi e nel tempo dell'esistenza: il maso, la natura, il corpo, il dolore, lo sguardo rivolto a sé e agli altri, fino alle ferite della storia contemporanea.
Il corpo e la realtà
La centralità del corpo percorre molte delle sue raccolte. Corpo che lavora, che genera, che si ammala, che invecchia e porta i segni del tempo. Corpo concreto, mai astratto, nel quale l'esperienza lascia tracce visibili. Anche il Premio sottolinea questa dimensione, riconoscendo nella sua poesia una risposta a un'epoca sempre più attratta da realtà virtuali e disincarnate.
Nei suoi versi il corpo non è mai un tema teorico. È il luogo concreto dell'esistenza. “A chi pensa che io non sia di oggi, io dico che il mio stare ad ascoltarlo è oggi”, scrive in una poesia de Le beatitudini della malattia. Una dichiarazione che sembra rispondere direttamente alla motivazione del Premio quando definisce Dapunt “profondamente presente al presente”.
Una spiritualità radicata nelle cose
Accanto alla dimensione materiale emerge una costante ricerca spirituale. Non attraverso formulazioni dottrinali, ma mediante immagini che nascono dall'esperienza quotidiana. Nella poesia dedicata alla stanza in cui scrive, quel luogo diventa “mio confessionale”, “mio tabernacolo, custode della mia anima”, “mia cappella”. Parole che appartengono al linguaggio liturgico e che nella sua opera vengono riportate alla vita quotidiana. Lo stesso comunicato del Premio osserva come la parola essenziale della poetessa accolga immagini bibliche, la liturgia del creato e gli orizzonti più vasti dell'umano.
Il lessico della tradizione cristiana riaffiora con frequenza nella sua opera e convive con immagini del corpo, del lavoro quotidiano, della natura e della vita rurale. È un linguaggio che diventa strumento di interrogazione del dolore, del limite e del significato dell'esistenza. In una delle poesie di Sincope, scrive: “Così dice il Signore, dice cosa? / A me mai mi dice niente”. Un dialogo aperto, inquieto, che continua a misurarsi con le grandi domande dell'esistenza.
La lingua della terra e della memoria
La motivazione del Premio dedica ampio spazio anche al rapporto con il ladino, lingua madre della poetessa. Non viene interpretato come semplice segno identitario, ma come parte essenziale della sua ricerca. Il ladino non rappresenta soltanto un'appartenenza culturale. Nella sua scrittura diventa un modo di custodire gesti, nomi e relazioni che nascono dall'esperienza quotidiana e del rapporto originario con il reale.
Questa ricerca dell'essenziale percorre tutta la sua opera. “A cosa serve sapere e compiacersi del sapere se non per distinguere un filo d'erba da un altro”, scrive in una delle sue poesie più note. In questi versi si ritrovano insieme attenzione al dettaglio, disciplina dello sguardo e fedeltà alle cose.
La dignità dell'umano
La motivazione del Premio Montale legge la poesia di Dapunt come una testimonianza capace di tenere unite ragione ed etica in un tempo in cui la dignità dell'uomo appare spesso minacciata.
Nel suo saluto per il Premio, il poeta e latinista Alessandro Fo sottolinea come la poesia di Dapunt sappia misurarsi con "questo rovinato tempo", guardando alle guerre, alle migrazioni, ai soprusi e alle forme contemporanee dell'indifferenza. Una dimensione civile che attraversa la sua opera senza trasformarsi in dichiarazione ideologica.
Nel testo preparato per la cerimonia del Premio, la poetessa torna sul rapporto tra parola e storia e individua nel "far sapere" uno dei compiti della poesia: custodire e trasmettere le esperienze umane che rischiano di essere sommerse dall'oblio.
È una presenza che attraversa i suoi libri senza proclami. Dalla realtà quotidiana di un maso della Val Badia fino alle grandi questioni del nostro tempo, la poesia di Roberta Dapunt continua a interrogare ciò che significa essere umani. Forse è anche per questo che il Premio Montale la riconosce come una voce destinata a durare: perché rimane saldamente ancorata alla vita, alla sua fragilità e alla sua verità.
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