Il campo di Moria a Lesbo nel 2019 Il campo di Moria a Lesbo nel 2019 

Nel Mediterraneo orientale, rotta delle sofferenze di guerra

L'esperienza della Comunità di Sant'Egidio al fianco dei migranti sull'isola greca di Lesbo, ricordando la visita di Papa Francesco a Moria nel 2016, e a Cipro. Daniela Pompei: "Il grande flusso cominciò tra il 2014, il 2015 e il 2016, con i siriani che scappavano dalla guerra civile nel loro Paese. Negli anni sono arrivati afghani, ma poi anche iracheni e adesso iraniani, oltre che persone provenienti da vari Paesi dell’Africa, come congolesi e camerunensi"

Giada Aquilino - Città del Vaticano

È la rotta migratoria che collega principalmente le coste della Türkiye alle isole greche, prima tra tutte Lesbo. È conosciuta come quella del Mediterraneo orientale, tristemente nota alle cronache fin dalla vicenda del piccolo Alan Kurdi: l’immagine del corpo senza vita del bimbo siriano, riverso sulla spiaggia turca di Bodrum, il 2 settembre 2015, divenne il drammatico simbolo della crisi migratoria di quegli anni. «Il grande flusso di apertura di questa rotta avvenne tra il 2014, il 2015 e il 2016, con i siriani che scappavano dalla guerra civile nel loro Paese, passando attraverso la Türkiye», ricorda Daniela Pompei, responsabile per la Comunità di Sant’Egidio dei servizi per l’immigrazione e l’integrazione.
Secondo gli ultimi dati dell’Unione europea, aggiornati ad aprile scorso, da inizio anno sono stati registrati più di 8.400 arrivi sulla rotta orientale: di questi, oltre 2.600 dall’Afghanistan. «Negli ultimi anni questa rotta è stata percorsa soprattutto dagli afghani, ma poi anche dagli iracheni e adesso dagli iraniani, oltre che da persone provenienti da vari Paesi dell’Africa, come congolesi e camerunensi. Si vedono cioè ad ondate le sofferenze delle guerre di chi arriva in Türkiye, che è un grande Paese di transito tra l’Europa e l’Asia e che quindi appare come un passaggio quasi obbligato di chi punta a entrare nei Paesi europei».

Ascolta l'intervista con Daniela Pompei

Pompei ricorda l’accordo siglato tra Ue e Türkiye nel 2016 «proprio per bloccare i flussi di arrivo dalla Türkiye verso le isole dell’Egeo, Lesbo e Samos in testa: su spinta della Germania, l’Europa diede vari miliardi di euro (lo stanziamento iniziale fu di 6 miliardi in due tranche, ndr) per fermare le partenze che, nonostante ciò, sono continuate, perché i drammi e le sofferenze della guerra non sono finiti, anzi stanno aumentando», osserva la responsabile per la Comunità di Sant’Egidio dei servizi per l’immigrazione e l’integrazione.

Migranti a Lesbo
Migranti a Lesbo   (AFP or licensors)

Una rotta percorsa soprattutto da famiglie

Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, a causa delle pessime condizioni del mare e di un violento impatto con una secca, un caicco carico di migranti si spezzò in due a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro, in Calabria, causando la morte di 94 persone, tra cui 35 bambini. Quell’imbarcazione era ancora una volta partita dalla Türkiye: a bordo soprattutto famiglie. «Questi viaggi non riguardano solo uomini, ma sono fughe di famiglie intere con bambini, anche molto piccoli. Gli afghani in genere si muovono come gruppi, è tutta la famiglia che si sposta e scappa. Tra di loro, ci sono spesso degli anziani: ricordo che tra i migranti a Lesbo abbiamo incontrato dei novantenni. Anche tra gli iraniani notiamo sia famiglie sia singoli. Tra gli africani possiamo trovare delle donne sole con bambini, che a volte purtroppo diventano vittime di tratta o vengono violate». Il viaggio gestito dalla criminalità organizzata alterna fasi via terra e via mare. Il costo «dipende dalle difficoltà e dagli ostacoli dei passaggi: ad esempio, c’è prima lo spostamento dall’Afghanistan all’Iran e da lì alla Türkiye. È un tragitto di mesi: i migranti raccontano che si cammina di notte, in un viaggio molto pericoloso, che per i più fragili e deboli spesso significa morte. Gli altri non possono fermarsi, devono andare avanti. Giunti poi in Türkiye, devono arrivare a Istanbul, dove si imbarcano per l’altro tratto, via mare. I viaggi possono costare dai 6.000 fino anche ai 12.000 euro. E spesso accade che il debito si continui a pagare per vari anni anche dopo l’arrivo in Europa».

Il campo di Moria a Lesbo

Dal 2016 al 2021 la Comunità di Sant’Egidio ha operato proprio a Lesbo, l’isola greca dell’Egeo che in alcuni punti dista soltanto 7 km dalla costa turca: lì sorgeva l’hot spot di Moria, progettato per ospitare circa 3.000 persone, ma che negli anni ha toccato punte molto più alte, fino alla distruzione per un incendio nel settembre 2020. Oggi sull’isola è attivo il campo di Mavrovouni e l’Unione europea ne ha finanziato un altro a Vastria.

Papa Francesco a Lesbo nel 2016
Papa Francesco a Lesbo nel 2016

«Andammo a Moria nel 2016, quando Papa Francesco espresse il desiderio non solo di visitare Lesbo, ma anche di portare con sé dei profughi nel viaggio di ritorno. La realtà di Moria è arrivata ad avere oltre 10.000 persone: c’era il campo attrezzato e poi fuori era nata tutta una realtà (un campo informale fatto di tende e ripari di fortuna, ndr) lungo una collina, sotto gli uliveti, dove prevalentemente si fermavano afgani e siriani. Era una realtà molto difficile e complicata, in cui i migranti in qualche modo si erano pure organizzati: c’era chi aveva cominciato a fare i propri orti o ad allestire dei forni, sotto terra, per cuocere il pane. Da lì, rispondendo al desiderio del Papa, iniziammo la nostra azione: un primo gruppo di migranti venne portato in Italia e poi piano piano abbiamo continuato. Nel 2019 siamo tornati con una missione guidata dall’allora elemosiniere apostolico, il cardinale Konrad Krajewski. Fino al 2021, dall’isola di Lesbo sono arrivati in Italia circa 400 profughi. Successivamente abbiamo continuato la nostra azione a Cipro».

L'attività della Comunità di Sant'Egidio a Cipro

L’impegno della Comunità di Sant'Egidio prosegue «tutto l’anno, seguendo i campi con delle visite regolari, e particolarmente durante il periodo estivo c’è una presenza continua. I volontari e gli operatori, che vengono da vari Paesi europei, svolgono delle attività all’interno dei campi: si insegna per esempio l’inglese agli adulti, si offre tutti i giorni un pranzo alle persone ospiti, si fanno attività con i bambini e con alcuni nuclei familiari. E gradualmente anche dall’isola di Cipro stiamo continuando i corridoi umanitari, che sono un’esperienza molto positiva perché costituiscono un ingresso legale, secondo accordi con le autorità. Tutte le persone che arrivano in Italia vengono prima conosciute, con le attività che fanno gli operatori di Sant’Egidio, dopodiché si prepara tutto l’iter di ingresso in Italia, con verifiche dal punto di vista della sicurezza e anche sanitario. Al loro arrivo in Italia, si comincia quindi il percorso di inserimento nella società». Ed è da quegli stessi migranti, ora «perfettamente integrati», che arriva il miglior riscontro possibile all’impegno profuso in questi anni. «Lo scorso 2 giugno, un nostro amico, Paul, camerunense arrivato in Italia nel 2021 da Lesbo, ci ha fatto gli auguri per la festa della Repubblica e ci ha ringraziato per avergli salvato la vita». Dopo aver studiato, oggi lavora a Roma come operatore socio sanitario e assiste anziani e malati.

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05 giugno 2026, 15:00