Libano, villaggi ancora sotto le bombe israeliane. La testimonianza di un sacerdote
Federico Piana - Città del Vaticano
Marjayoun e Nabatie, città del sud del Libano comprese nel governatorato di Nabatieh, questa mattina si sono svegliate tremando. I missili israeliani avrebbero colpito soprattutto la collina di Ali al-Taher, punto strategico sul quale i militari dell’Idf pensano possano nascondersi i guerriglieri di Hezbollah. E dal quale possano partire i razzi diretti contro Israele.
Evacuazioni forzate
Ma le bombe dell’Idf non hanno risparmiato neanche i villaggi della zona: raccontano testimoni che quel tremore simile ad un potente terremoto ha gettato nel panico la popolazione, che si è riversata in strada, urlando e piangendo disperata. Eppure, in mattinata, lo stesso esercito israeliano aveva lanciato l’ennesimo ordine di evacuazione per 19 villaggi meridionali nei quali portare avanti un’operazione definita ufficialmente di «demolizione su vasta scala». Il giro di vite militare è spiegato dai vertici dell’Idf con le «ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte di Hezbollah e dopo aver individuato, questa mattina, la presenza nei cieli libanesi di un oggetto sospetto».
Il dolore di padre Rached
Marjayoun e Nabatie non sono state le uniche zone ad essere colpite. Dopo quel massiccio attacco, raid arei si sono moltiplicati su ampie porzioni della valle della Bekaa e nel distretto di Bint Jbeil. Che dista poco meno di settanta chilometri da Sidone, che si trova nel Governatorato del Sud del Libano del quale è il capoluogo amministrativo. Ed è qui che padre Eid Bou Rached, sacerdote maronita, continua a piangere. Quelle esplosioni potenti, anticipate da bagliori di morte, li conosce molto bene. Su Sidone, i missili israeliani sono caduti anche quarantottore fa quando hanno sfiorato la sede dell’eparchia maronita col rischio di colpirla e distruggerla.
Attacco mirato
«Il bombardamento è stato decisamente forte» racconta al nostro giornale «il missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono stati morti. È stato davvero un miracolo». In quell’istante, durato meno di un minuto, due autovetture che percorrevano la strada cittadina sono saltate in aria e gli occupanti morti sul colpo. Probabilmente un attacco mirato ad eliminare esponenti di Hezbollah che però, denuncia il sacerdote, ha risvolti pericolosi: «Le auto erano imbottigliate nel traffico cittadino e in giro c’era tanta gente, poteva essere una strage».
Morte vicina
Padre Eid Bou Rached oltre ad essere preside del liceo Sant’Elie Darbessim — unica scuola cristiana di Sidone che accoglie anche alunni musulmani — è anche parroco di due parrocchie poco fuori città. La gente, i fedeli, con lui si confidano, gli aprono il cuore. E quando parla lo fa anche un po’ a nome loro: «Noi, qui, ora diciamo che la morte è diventata la vicina delle nostre case. Ad esempio, pochi giorni fa, la comunità cristiana ha pianto il decesso di un colonnello dell’esercito libanese ucciso nella strada che da Sidone porta a Tiro durante un bombardamento israeliano. Ha lasciato la moglie ed un figlio di cinque anni».
Crisi economica
Sidone, come tutti i villaggi del sud, non soffre solo per le bombe. C’è anche la situazione economica che, da quando la guerra è ripresa virulenta ormai da quattro mesi, sta mettendo in ginocchio intere famiglie. Padre Rached dice che è peggiorata, si fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. Anche lavorare è diventato impossibile: «Anche per attraversare una strada dobbiamo stare attenti, figuriamoci se è possibile spostarsi da una cittadina all’altra. Siamo completamente bloccati».
Scuole chiuse
Come le scuole, perché in tutto il sud sono sostanzialmente chiuse: gli studenti, di fatto, hanno perso l’anno scolastico. Perfino gli esami, che il governo libanese sta svolgendo nel resto del Paese, sono un problema. «Il ministero dell’educazione ha stabilito ufficialmente che debbano essere espletati a livello nazionale senza tenere conto della nostra situazione. Ma noi come facciamo ad ottemperare a quest’obbligo mentre cadono le bombe? La verità è che ci sentiamo cittadini di serie b».
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