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Bombardamenti israeliani nel sud del Libano sabato 6 giugno 2026 Bombardamenti israeliani nel sud del Libano sabato 6 giugno 2026 

Libano, un destino (troppo spesso) nelle mani di altri

Sabato scorso l’anniversario dell’inizio dell’occupazione israeliana, iniziata il 6 giugno 1982 e terminata nel 2000. Sul Paese dei cedri, da tempo campo di battaglia di conflitti altrui, gli interessi anche di Siria, Iran, Francia, Stati Uniti

Roberto Paglialonga - Città del Vaticano

Sabato scorso è stato l’anniversario dell’inizio della cosiddetta “prima guerra del Libano”, scatenatasi il 6 giugno 1982. Il Paese oggi è ancora dilaniato da lotte interne al proprio tessuto politico e sociale — che con fatica titanica sta tentando di rimettersi in sesto dopo anni di crisi devastante — e da conflitti altrui, come quello tra Iran — attraverso il proxy Hezbollah, movimento islamista caratterizzato da una visione fortemente anti-occidentale — e Israele, riesploso il 2 marzo 2026, dopo il cessate-il-fuoco del novembre 2024.

Oltre 3.600 i morti da marzo 2026

Il Libano insomma continua a essere terra impregnata di sangue: ne sono causa errori politici e battaglie che si consumano sulla sua pelle. Con una popolazione martoriata e stretta, a proprio dispetto, nella morsa mortale di attori che vedono nel suo territorio un luogo di caccia per l’egemonia nella regione e la massimizzazione di interessi geopolitici. Solo negli ultimi tre mesi, dalla ripresa delle ostilità tra l’Idf israeliana e la milizia islamista, sono oltre 3.600 i morti, secondo dati del ministero della Salute di Beirut; quasi un milione gli sfollati che ora vagano per il Paese in cerca di un rifugio per le proprie famiglie.

La partita che si gioca sulla testa dei libanesi

"I libanesi assistono con apprensione a questa partita che si gioca sopra le loro teste, consapevoli che i suoi esiti avranno conseguenze dirette sulle loro vite", conferma l’analista Alessia De Luca in un testo apparso sul sito dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi). Perché "se le manovre diplomatiche avranno successo (i colloqui mediati dagli Usa al momento ristagnano per la volontà di Israele di sganciare il Libano dalle trattative sull’Iran, mentre Hezbollah considera 'umiliante' l’attuale quadro negoziale, tanto da averlo respinto n.d.r.), beneficeranno di una pausa nell’offensiva israeliana". In caso contrario, i miliziani faranno "il possibile per riportare il sud sotto il proprio controllo". Conclusione: il rischio "è che il Paese esca sconfitto in ogni caso". Un destino peraltro non nuovo. "Come già accaduto altre volte nel corso della sua storia, spiega, il Libano è teatro di una guerra voluta da altri e di cui, da solo, non può decidere le sorti". A fine maggio le truppe israeliane hanno piantato la loro bandiera sul castello di Beaufort, portando a termine la più profonda incursione nelle regioni meridionali dalla fine dell’occupazione, durata dal 1982 al 2000. Per parte loro, gli islamisti sostenuti dall’Iran hanno colpito con raid missilistici aree nel nord di Israele. Il cessate-il-fuoco è in vigore dal 17 aprile scorso ma, di fatto, nessuno lo rispetta.

Un “mosaico” fragile

Proprio il 1982 è l’anno di fondazione di Hezbollah, movimento, partito politico, gruppo armato considerato come terroristico, la cui costituzione si ascrive a Imad Mugniyah, sotto l’egida di Teheran che voleva aggregare in un’unica organizzazione una varietà di gruppi sciiti libanesi. Si manifesta nel mese di giugno, con un’insurrezione, in risposta alla presenza delle truppe dell’Idf che si trovano — per occuparlo — sul suolo del Paese dei cedri, nel bel mezzo di una sanguinosa guerra civile che imperversa dal 1975 e durerà fino al 1990, e che da quel momento s’intreccerà anche con i destini della questione palestinese.
Il Libano è nazione composita e multiforme, un mosaico, con ben 18 comunità religiose al suo interno. Affacciato sulla costa orientale del Mar Mediterraneo, ha una posizione geografica strategica, con un accesso privilegiato a rotte commerciali e marittime e con porti vitali come quello di Beirut. La storia è nota: ad approfittarne per primi furono i Fenici, poi l’Impero romano, che incluse una parte dell’attuale territorio libanese nella provincia di Siria, quello arabo dal VII secolo d.C., e quindi quello ottomano. Nel 1916, l’accordo Sykes-Picot tra Francia e Regno Unito fa di Parigi la potenza mandataria su Libano e Siria, fino al 1920, attorno al Monte Libano quando nacque il Grande Libano, grazie all’opera del Patriarca Maronita Elias Howayek, che sarà beatificato il 25 luglio 2026. Un evento storico particolarmente significativo per il Paese e per la comunità cristiana, quest’ultima ancora oggi oggetto spesso di atteggiamenti discriminatori e portatrice di grandi sofferenze per il mantenimento della propria identità religiosa e culturale. Condizione che offusca il rilevante contributo offerto, invece, dalla stessa comunità alla costruzione dello Stato e alla promozione di un clima di rispetto verso le istituzioni nazionali, nonché la sua insistenza sul principio dell’indipendenza da influenze estere.
Il 1943, fu l’anno dell’indipendenza della Repubblica libanese, come oggi conosciuta. Contestualmente all’alternanza di periodi di stabilità politica e di disordini, negli anni ‘50 e ‘60 si sviluppano però anche imponenti reti finanziarie e bancarie.

I primi interventi di Siria e Israele

Ma nonostante la ricchezza, vera o apparente, il delicato equilibrio etnico e confessionale su cui si regge il sistema, accanto a promesse di coesistenza genera anche diseguaglianze politiche e sociali, che non di rado sfociano in scontri armati e attentati. Ad aggravare la situazione, la presenza dei rifugiati palestinesi — oggi il numero è di circa 400.000 — arrivati a partire dal 1948, in seno ai quali prendono piede diverse formazioni vicine all’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), guidata da Yasser Arafat. Nel 1975 lo scoppio della “guerra civile” mette in agitazione l’intero Medio Oriente. All’intervento della Siria di Hafez Al Assad, nel 1976, entrata inizialmente a sostegno delle cosiddette forze progressiste (il Movimento nazionale, guidato da Kamal Jumblatt) e dei palestinesi, ma in seguito scontratasi duramente con i fedayn per timore di un eccessivo potere nelle mani dell’Olp e di uno sgretolamento dello Stato libanese, fa da contraltare nel 1978 la prima invasione del Libano da parte di Israele, che temeva che il sud diventasse la base operativa dell’Olp per colpire la Galilea. Il pretesto è il dirottamento di un bus israeliano in cui muoiono 37 civili: parte così l’ “operazione Litani”, voluta dal premier Menachem Begin, con l’obiettivo di creare una “zona cuscinetto” all’interno del Paese.

1982, l’anno cruciale

Le attività militari dell’Idf richiamano l’attenzione della comunità internazionale, che interviene creando la missione Unifil come forza di interposizione lungo la linea che separa Israele e Libano, e imponendo a Israele il ritiro delle truppe (risoluzioni Onu 425 e 426). Il controllo del territorio libanese era variegato: la parte centrale in mano al governo; il nord e le province occidentali occupate e influenzate dalla Siria; il sud in parte in balìa dell’Olp e di altre fazioni palestinesi; i territori vicini al Litani presidiati dal neo-costituito Esercito del Libano del Sud (Els), guidato da Saad Haddad e sostenuto da Israele. Infine, la fascia di confine dove stanziano i caschi blu. Ma la brace rimane accesa sotto la cenere: i vertici israeliani non vedono di buon occhio la permanenza dell’Olp nelle aree meridionali; scontri si verificano a più riprese; Tel Aviv accusa il movimento di Arafat di proseguire la strategia degli attacchi verso la Galilea; i leader palestinesi accusano il governo Begin di voler fomentare nuove tensioni. Un rimpallo di responsabilità per un copione noto anche oggi.

L’invasione israeliana del 6 giugno e l’occupazione

La situazione diventa incandescente nel corso della primavera. Poi il fuoco divampa con il tentativo di assassinare l’ambasciatore israeliano a Londra, Shlomo Argov, da parte di un militante palestinese. Il 4 e 5 giugno caccia F-16 dell’Idf bombardano i campi profughi palestinesi e altri obiettivi dell’Olp a Beirut e nel sud libanese: 45 i morti e oltre 150 i feriti. Il 6 giugno i soldati, comandati dal ministro della Difesa, Ariel Sharon, invadono le regioni meridionali e fanno partire l’ “operazione Pace per la Galilea”. Occupate Tiro e Sidone, l’esercito arriva alle porte di Beirut, assediando circa 15.000 combattenti dell’Olp, con scontri che coinvolgono anche le truppe di Damasco. L’aviazione israeliana abbatte 86 aerei siriani, e numerosi sono gli attacchi via terra. Dopo un breve accordo, in campo scende una forza di pace di Usa, Francia e Italia, per gestire l’evacuazione dei miliziani palestinesi da Beirut e dal sud del Libano.

L’assassinio di Gemayel e il “massacro di Sabra e Shatila”

Ma la guerra riprende e il 14 settembre dello stesso anno il neo eletto presidente, Bashir Gemayel, a nove giorni dal suo insediamento viene ucciso in un attentato dinamitardo insieme a 25 dirigenti maroniti. Le forze israeliane occupano Beirut ovest, e si compie uno degli eccidi più tristemente noti della storia mediorientale, ricordato come il “massacro di Sabra e Shatila”, il cui bilancio non è mai stato confermato: si va da 460 ai circa 3.000 morti conteggiati dalla Croce rossa internazionale. L’11 novembre un’auto-bomba fa saltare il quartier generale israeliano a Tiro: è la prima azione di stampo terroristico di Hezbollah, e causa 91 morti. L’anno seguente, il 23 ottobre 1983 due gravi attentati: vengono colpite le caserme delle forze multinazionali di pace nella capitale libanese, e muoiono 241 marines Usa e 58 soldati francesi. La conseguenza è il ritiro, da parte di Washington e Parigi, dei rispettivi contingenti. Solo nel giugno 1985, dopo un tentativo naufragato di trattato di pace, promosso dagli Usa, tra Israele e Libano, il governo del nuovo premier, Shimon Peres, ritirerà in parte le proprie truppe, lasciando nelle aree meridionali un piccolo contingente (che verrà riportato a casa definitivamente solo nel 2000, durante il primo gabinetto di Ehud Barak, pur mantenendo il controllo dell’area delle “fattorie di Shebʿā”). Tel Aviv in quel momento vuole impedire che Damasco eserciti un’eccessiva influenza nel Paese dei cedri e che l’Olp torni in prossimità dei confini israeliani. Come spesso accade, però, la fine della guerra non è la fine del conflitto: e all’interno continuano gli scontri tra formazioni locali di varia estrazione religiosa e, dentro la stessa comunità sciita, tra Amal (ala militare del Movimento dei diseredati dell’imam Musa Al-Sadr) ed Hezbollah. Si arriverà a un accomodamento nel 1988 e alla fine della guerra civile nel 1990 con gli accordi di Ta’if che, pur prevedendo il disarmo di tutte le milizie libanesi, non riusciranno a impedire a Hezbollah di continuare a rimanere in possesso del proprio arsenale. Gli accordi saranno oggetto di critiche da più parti.

Il Libano ancora in trappola

Il 2006 sarà l’anno della “seconda guerra del Libano”, che vedrà nuovamente contrapposti Israele ed Hezbollah, e vent’anni dopo, il 2 marzo 2026, riprenderà fuoco il conflitto iniziato l’8 ottobre 2023, che si era chiuso con la fragile tregua del 27 novembre 2024. Oggi, "il Libano è un’altra volta intrappolato", ha scritto Anthony Samrani su «L’Orient Le Jour». "Se Israele avanza, il Libano verrà distrutto. Se si ritira, Hezbollah farà tutto il possibile per riportarlo sotto il suo controllo. Aspettare che una soluzione venga dall’esterno non farà altro che rafforzare la nostra posizione di spettatori della nostra stessa storia". Il Libano "può essere salvato solo dai libanesi. Non abbiamo altra scelta che firmare un accordo con Israele per recuperare tutto il nostro territorio. E non abbiamo altra scelta che neutralizzare Hezbollah per riconquistare la nostra piena sovranità". L’ennesimo tentativo di salvare un Paese che continua a essere come un tavolo verde per il gioco di altri.

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08 giugno 2026, 16:00