Armenia, un voto cruciale per gli assetti geopolitici regionali
Francesco Citterich - Città del Vaticano
Le elezioni in Armenia del prossimo 7 giugno si collocano in un contesto politico e geopolitico che molti analisti descrivono come uno dei più delicati dalla fine dell’Unione Sovietica, in cui dinamiche interne e pressioni esterne si intrecciano in modo sempre più evidente. Non si tratta soltanto di un normale appuntamento elettorale, ma di un passaggio politico che riflette difficoltà interne e la ridefinizione degli equilibri regionali. L’Armenia, ancora segnata dalle conseguenze della guerra del 2023 e dalla rimodulazione delle proprie strategie di sicurezza, si trova così davanti a una tornata elettorale che va ben oltre la semplice competizione tra partiti.
La scena politica interna
Sul piano interno, la scena politica appare frammentata e attraversata da una crescente polarizzazione. Il governo guidato dal premier Nikol Pashinyan continua a muoversi tra consensi e contestazioni. Da un lato, una parte dell’elettorato riconosce al primo ministro il tentativo di avviare un processo di normalizzazione dei rapporti con i vicini e di riforma istituzionale; dall’altro, le critiche si concentrano sulla gestione delle crisi recenti. Il quadro interno è segnato dagli effetti cumulativi della guerra del 2020 e, soprattutto, dagli eventi del 2023, che hanno provocato lo sfollamento della popolazione armena e un forte trauma politico e identitario. Da allora, Pashinyan è stato esposto a una crescente contestazione, sfociata anche in varie proteste di piazza,. L’opposizione, tuttavia, non appare compatta, ma frammentata tra forze nazionaliste, ex élite politiche e nuovi movimenti emersi dopo il 2023.
La collocazione internazionale armena
Il fattore forse più determinante delle elezioni è la collocazione internazionale dell’Armenia. Storicamente legata alla Federazione Russa in ambito militare ed economico, negli ultimi anni Erevan ha progressivamente ridotto questa dipendenza, avviando un riavvicinamento all’Unione europea e agli Stati Uniti. Questa scelta ha prodotto un netto irrigidimento dei rapporti con il Cremlino. Mosca ha accusato Erevan di inserirsi in una “sfera anti-russa” occidentale e ha avvertito possibili conseguenze economiche e politiche. Parallelamente, sono aumentate le pressioni attraverso strumenti economici e commerciali, incluse restrizioni su prodotti agricoli e minacce legate alle forniture energetiche.
I rapporti con l'Azerbaigian
Il secondo asse della crisi riguarda i rapporti con l’Azerbaigian. Dopo la guerra del 2020, il processo di pace resta fragile e incompleto. Secondo diverse analisi, il futuro del paese dipende anche dall’evoluzione di questo dossier: un eventuale accordo di pace stabile con Baku potrebbe favorire l’apertura economica e l’integrazione regionale, mentre un fallimento rischierebbe di riaccendere tensioni militari e instabilità interna. Un ulteriore fattore di complessità è rappresentato dalle condizioni socio-economiche interne. La crescita economica rimane fragile, e le disuguaglianze contribuiscono a rafforzare il malcontento in alcune aree del Paese. L’emigrazione continua a essere una variabile strutturale, soprattutto tra i giovani, incidendo sulla composizione dell’elettorato e sulla sua volatilità. Sul piano elettorale, il principale confronto vede il partito di governo Civil Contract, guidato da Pashinyan, contrapposto a una galassia di opposizioni spesso eterogenee. Gli ultimi sondaggi prevedono che nessuna forza politica sarà in grado di ottenere da sola una maggioranza costituzionale. Le elezioni armene si inseriscono dunque in una fase storica di transizione. Da un lato, la crisi interna e le divisioni politiche rendono difficile la formazione di un governo stabile. L’atteso esito dello scrutinio non determinerà solo la composizione del parlamento di Erevan, ma anche – verosimilmente - il ritmo e la direzione del riposizionamento geopolitico dell’Armenia nel Caucaso.
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