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Il presidente della Repubblica italiana Mattarella partecipa alla presentazione del rapporto annuale dell'Istat Il presidente della Repubblica italiana Mattarella partecipa alla presentazione del rapporto annuale dell'Istat   (ANSA)

Istat, le crisi globali frenano la crescita. A rischio povertà 11 milioni di italiani

Il rapporto annuale 2026 dell'Istituto nazionale di statistica, che quest’anno compie 100 anni, rileva che l'inflazione riprende quota mentre pesa la crisi energetica legata alle guerre in Medio Oriente. Permangono gap territoriali e di genere. Giovani e stranieri ancora poco valorizzati

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

È un sistema Paese che tiene l’urto degli shock internazionali, quello fotografato dal Rapporto Istat 2026, ma che fatica a stare al passo di altre economie europee, come la Spagna o la Francia, e si scopre strutturalmente più vecchio, più frammentato e impoverito nel potere d'acquisto dei suoi cittadini. Presentato oggi a Roma davanti al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il documento dell’Istituto di statistica che compie 100 anni, rivela un’Italia a due velocità: il mercato del lavoro cresce, ma la Penisola deve fare i conti con i salari erosi dall’inflazione, un isolamento sociale in forte aumento e il minimo storico assoluto delle nascite con i figli per donna che scivolano a 1,14 e appena 355mila nuovi nati registrati nel 2025.

Progettualità e famiglia

La popolazione italiana non cresce e l'inverno demografico continua a congelare il Paese. 6,6 milioni di persone dichiarano di aver rinunciato ad avere bambini che desiderano. L'Istat segnala come, tra i 9,8 milioni di persone tra i 18 e i 49 anni che esprimono l'intenzione di non avere figli in futuro, solo una piccola parte affermi che i bambini non rientrano nel proprio progetto di vita (il 5,5%). Per quasi 2,8 milioni di persone, cioè oltre quattro su dieci tra coloro che non intendono diventare genitori o avere altri figli, il peso delle difficoltà economiche o la mancanza di certezze lavorative impediscono che il desiderio diventi intenzione (nel 32,7% per difficoltà economiche, nel 9,% per mancanza di certezze lavorative). Le donne più degli uomini percepiscono come ostacolo l'incertezza lavorativa (13,6% contro il 4% degli uomini). Anche l'impegno di cura verso i propri genitori frena le prospettive genitoriali e familiari. Più di una persona su dieci, tra coloro che non intendono avere figli, è così impegnata nel curare i genitori anziani da rinunciare a un progetto di genitorialità.

Occupazione in crescita

Il mercato del lavoro conferma una traiettoria positiva, trainato da un tasso di occupazione che sale al 62,5% e dalla disoccupazione che scende al 6,1%; si riduce il divario con l’Europa, per quanto l’Italia resti fanalino di coda nell’Ue a 27. Aumentano le forme di lavoro standard (15,7 milioni di individui, in crescita di 2,3 milioni rispetto al 2019, quasi i due terzi dell’occupazione totale) e, altro dato positivo, calano i vulnerabili che dopo l’incremento post-pandemico del 2021-2022, si sono ridotti di quasi un milione, ma restano critici i divari strutturali, come quello di genere, oltre a forti asimmetrie territoriali che penalizzano il Sud Italia e le isole. Inoltre, in Italia non si investe nel capitale umano. Nonostante la crescita dell'export (+7,4% su base annua a marzo) e la tenuta rispetto alla Germania, l'Istat lancia anche l'allarme sui salari reali, pesantemente "mangiati" dalla recente fiammata dell'inflazione e dal caro energia.

La 'penalizzazione' della maternità

Anche l'occupazione femminile manifesta una crescita che porta il tasso al valore storico del 54%, ma conferma la persistenza di profondi divari strutturali di genere e penalizzazioni legate alla maternità. Il tasso di occupazione maschile viaggia invece vicino al 71%, lasciando un gap di quasi 17 punti percentuali. L'Italia rimane nelle posizioni di coda dell'Unione europea, dove la media dell'occupazione femminile supera il 65%. Il lavoro delle donne crolla all'aumentare dei carichi familiari. Senza figli, il tasso di occupazione tra i 25 e i 49 anni tocca infatti il 68,5%. Le donne continuano a registrare una quota sproporzionata di contratti a tempo parziale non scelti, concentrati soprattutto nei settori dei servizi e della cura della persona. Le interruzioni di carriera e i salari mediamente più bassi si riflettono sul futuro. Il divario di genere stimato sulle pensioni è pari al 28,7% a svantaggio delle donne. Le imprese femminili infine rappresentano circa il 22% del tessuto produttivo italiano. Sono mediamente più giovani e dinamiche di quelle maschili, ma faticano di più ad accedere ai finanziamenti bancari. Infine la presenza femminile nei ruoli di vertice e di governo si ferma al 29,7%, sotto la media europea del 35,2%.

Povertà assoluta e relativa

Le disuguaglianze economiche in Italia rimangono marcate e significative, segnalando una sostanziale stabilità ma su livelli storicamente massimi sia per la povertà assoluta che per il rischio generale di indigenza. Il report lancia l'allarme su quasi 11 milioni di individui (pari al 18,6% della popolazione) che si trovano in una condizione di rischio di povertà, che resta drammaticamente stabile ai massimi storici e coinvolge oltre 2,2 milioni di famiglie per un totale di oltre 5,7 milioni di persone. Cresce la quota di chi si trova in condizioni di grave deprivazione sociale e materiale, salendo al 5,2% della popolazione. “Sicuramente i redditi non hanno recuperato l'inflazione, i contratti nel 2024 hanno tamponato per un po', ma comunque non erano riusciti a ritornare ai livelli precedenti di inflazione e poi adesso c’è la crisi legata ad Hormuz - spiega ai media vaticani la docente Elena Granaglia, co-coordinatrice del Forum Disuguaglianze e Diversità - però c'è un'altra questione sulla quale vorrei portare l'attenzione, che è la 'povertà di ricchezza'. Quando sono in difficoltà economica, ho anche difficoltà a spendere se so che non ho un cuscinetto di risorse sul quale posso fare riferimento. E se noi andiamo a vedere in Italia, la povertà di ricchezza, che viene definita da Banca d'Italia come l’insieme di quei risparmi liquidi che permettono di vivere per almeno 3 mesi alla soglia di povertà, quindi abbastanza bassa, noi vediamo che un terzo dei nuclei italiani sta in queste condizioni”.

Ascolta l'intervista con Elena Granaglia (a cura di A.Guarasci)

Lo scivolamento del ceto medio e la mobilità sociale

L'Istat segnala che il 16% delle famiglie appartenenti al ceto medio arriva con difficoltà alla fine del mese, a causa dell'erosione del potere d'acquisto e dei salari fermi. Inoltre risulta bloccato l’ascensore sociale e per la prima volta nell'ultima generazione, quella dei Millenial (nati tra il 1980 e il 1994), la mobilità sociale discendente (27,1%) supera quella ascendente (25%). Ciò significa che un numero crescente di figli rischia di trovarsi in una classe sociale inferiore e più povera rispetto a quella dei genitori. Se i giovani non sono valorizzati, anche gli anziani sono in “sofferenza”. L'Istat evidenzia ancora una profonda ingiustizia sociale legata alla terza età. Nel Mezzogiorno, dove si concentra la quota di popolazione anziana più povera e malata, lo Stato spende per la sanità territoriale appena 76 euro per abitante, contro i 177 euro spesi nel Nord-Est dove la maggior parte delle persone è benestate, l'ennesimo paradosso che emerge dal Rapporto.

Puntare sui innovazione e produttività

Al Paese ora più che mai serve un cambio di passo nel “capitale umano”: solo rafforzando le competenze, valorizzando i giovani, gli immigrati, e aumentando il capitale sociale si possono affrontare le sfide che abbiamo di fronte. Sfide che richiedono politiche integrate in grado di sostenere la natalità, l’occupazione e l’accesso equo ai servizi. È sulle persone, e in particolare sui giovani, che bisogna puntare e l’Italia deve orientarsi verso un modello di sviluppo basato su investimenti, innovazione e produttività.

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21 maggio 2026, 16:40