Pace, disarmo, giustizia sociale e riconversione economica: se ne è parlato in un convegno a Roma Pace, disarmo, giustizia sociale e riconversione economica: se ne è parlato in un convegno a Roma

Smontare la guerra, la sfida della riconversione per una pace che disarma

L’incontro svoltosi ieri sera a Roma e organizzato dalla Diocesi di Roma e dall’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo ha offerto uno spazio di confronto sui temi della pace, del disarmo, della giustizia sociale e della riconversione economica. A confrontarsi sul tema della pace 'disarmata e disarmante' sono stati studiosi, rappresentanti della Chiesa ed esperti impegnati in ambito internazionale

Stefano Leszczynski - Città del Vaticano

"Disarmare e disarmarsi è un atto di volontà che sfida la storia", così monsignor Francesco Pesce, direttore dell’Ufficio per la Pastorale sociale, del lavoro e della cura del creato, aprendo ieri sera, 21 maggio, a Roma l’incontro svoltosi presso la sede dell’Iriad - Archivio Disarmo e intitolato “Le parole per fare pace. Una pace disarmata e disarmante”. L’iniziativa ha offerto l’occasione per uno spazio di confronto per scardinare l'idea che la guerra sia un'inevitabile fatalità.

Una falsa sicurezza

Le armi ha ribadito monsignor Pesce non rappresentano una soluzione capace di offrire un futuro di speranza ai popoli. Il dibattito - introdotto dal presidente di Iriad, Fabrizio Battistelli – ha avuto l'obiettivo di "favorire una riflessione pubblica sui temi della pace e della responsabilità collettiva", nel contesto dell'attuale sistema geopolitico ed economico. Battistelli in particolare ha riflettuto su quale possa essere in questo contesto il ruolo dell’Europa, al momento concentrata sul falso obiettivo della sicurezza offerta dal programma ReArm Europe. Un approccio – spiega Battistelli – “che dimostra la forte dipendenza del sistema economico, finanziario e industriale europeo dal settore degli armamenti, oltre tutto incentrato su ‘campioni’ nazionali e non su co-produzioni in comune".

Ascolta l'intervista a monsignor Francesco Pesce

La responsabilità politica e il coraggio dei "profeti"

Dal tavolo dei relatori è emerso con forza un messaggio chiaro: i termini della pace "non sono proprietà privata di nessuno". Monsignor Pesce, nel corso del suo intervento, ha esortato soprattutto il mondo cattolico a pronunciarli "un po’ più a voce alta come fanno i profeti", perché solo amplificando queste istanze si può giungere a una reale "sinfonia della pace". Il focus della Chiesa non è punitivo verso il sistema produttivo: "Nessuno è contro l'industria, nessuno è contro la finanza", ha sottolineato monsignor Pesce, spiegando che si tratta di strumenti utili al bene comune, a patto che anch'essi sappiano declinare i temi della pace. In caso contrario, il rischio è l'autodistruzione sistemica: "Semplicemente imploderanno e prima di fare danni agli altri faranno danni anche a sé stessi". 

Il pubblico presente all'incontro "Le parole per fare pace"
Il pubblico presente all'incontro "Le parole per fare pace"

Le responsabilità della politica

La cronaca del dibattito si è poi focalizzata sul ruolo del potere istituzionale. La politica ha "la responsabilità maggiore nella costruzione della pace", un compito delegato dai cittadini attraverso il voto e su cui la società civile ha il dovere di restare vigile. "Gli occhi di tutti sono sulla politica", ha incalzato monsignor Pesce in qualità di cappellano di Montecitorio, ammonendo i decisori a "non farsi imbrigliare dalla finanza sbagliata, dal paradigma tecnocratico". Un passaggio toccante ha riguardato l'incolumità stessa dei portatori di pace, spesso silenziati o subdolamente "catturati" dai palazzi del potere. Da qui l'appello a "scortare i profeti perché i profeti hanno bisogno di tutti", assumendo come modello la mitezza e la disarmante chiarezza di Papa Leone XIV, capace di dire la verità senza urlare, "bucando il video" in un'epoca dominata da ingannevoli urlatori. 

Ascolta l'intervista a Leopoldo Nascia

La riconversione industriale

Il blocco centrale della serata ha dimostrato che l'alternativa economica alla guerra esiste ed è sostenuta da progetti molto concreti. Leopoldo Nascia, del movimento 'Sbilanciamoci', ha presentato i dettagli del progetto specifico di riconversione industriale applicato alla Valle del Sacco e a Colleferro. "L'idea è portare avanti una riconversione che porti benessere, porti produzione, ricchezza, quindi assolutamente non è una visione utopistica", ha spiegato Nascia. Il piano prevede una transizione verso la "frontiera tecnologica" indicata dalle policy europee, fondando lo sviluppo locale sulle nuove scienze e sulle produzioni del domani, trasformando un'area storicamente devastata dall'inquinamento in un "fiore all'occhiello" tecnologico e sociale, forte della vicinanza strategica con le università e gli enti di ricerca romani.  Smontando i dogmi economici della difesa, Nascia ha svelato un dato cruciale: "L'industria bellica se non ci fosse la spesa pubblica non farebbe un centesimo di profitto". I soldi per gli armamenti derivano interamente da tasse e debiti pubblici, andando a "spiazzare le altre spese pubbliche: sanità, istruzione in primis, welfare in generale". L'alternativa è investire nella ricerca civile per generare una "crescita sostenibile e, quindi, sviluppo". Una visione che ridefinisce il concetto stesso di sicurezza, da attuare anche tramite i "corpi civili di pace", previsti da una legge dello Stato da oltre dieci anni ma mai realizzati. Colleferro, ha proposto Nascia, potrebbe ospitare un'accademia pubblica per formare esperti nella risoluzione preventiva dei conflitti, evitando che degenerino in "guerre, assedi, ecocidi, genocidi che sono una sconfitta per l'umanità". 

Ascolta l'intervista a Carlo Cefaloni

Riarmo, ricchezza per pochi

A fargli eco è stato l’intervento di Carlo Cefaloni, di Economia disarmata, che ha duramente criticato i piani di riarmo globali, definendoli strategie utili solo ad "arricchire semplicemente determinati soggetti economici". Cefaloni ha raccontato le esperienze concrete di resistenza economica già in atto nel Paese, come il laboratorio nazionale sulla riconversione industriale partito da Torino (connesso alla crisi Stellantis e al settore bellico di Leonardo) e la rete di imprese "work free" nel Sulcis Iglesiente. Esperienze che dimostrano come sia possibile orientare le risorse pubbliche per "generare benessere e quindi difesa della popolazione e difesa dell'ambiente". "Bisogna essere credibili, altrimenti rischiamo di essere velleitari", ha concluso Cefaloni, esortando a fare rete per trasformare la conoscenza in azione concreta.

Ascolta l'intervista a Maria Elena Lacquaniti

Ecocidio: la terra come arma di distruzione

Nel corso dell’incontro uno dei temi centrali ha riguardato l'impatto ambientale dei conflitti. Maria Elena Lacquaniti, della Commissione globalizzazione e ambiente della Fcei, Federazione delle chiese evangeliche in Italia, ha analizzato il concetto di "ecocidio", inteso come l'insieme di "comportamenti non controllati ed efferati sull'ambiente" che provocano danni irreversibili o sanabili solo in tempi lunghissimi. Lacquaniti ha denunciato la spaventosa intenzionalità strategica che si cela dietro questo crimine: provocare sfollati distruggendo deliberatamente l'ecosistema per impedire loro di abitare e ritornare nella propria terra. "La terra diventa un luogo contaminato, un luogo infuocato", ha spiegato, citando il caso drammatico della Palestina, dichiarata "terra sterile" e il caso della distruzione della diga di Kakhovka in Ucraina. C'è un progetto geopolitico preciso dietro la devastazione ambientale: "Mandar via le popolazioni vuol dire perdere traccia delle stesse, perdere la loro memoria e quindi creare una neo-occupazione". Per porre un freno a questo scempio, Lacquaniti ha sottolineato l'urgenza di una svolta giuridica a livello europeo e nazionale: “il reato di ecocidio deve essere sganciato dagli altri crimini di guerra e considerato in modo autonomo". Per chi crede, ha concluso, si tratta di un intollerabile "danno contro il Creato" che esige una condanna immediata.  L'incontro si è chiuso lasciando la chiara percezione che la strada per una pace disarmata non sia un miraggio filosofico, ma una necessità politica ed economica urgente che interroga la coscienza di tutti.

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22 maggio 2026, 12:12