Un esempio di orto urbano a Bogotà Un esempio di orto urbano a Bogotà 

Orti urbani, Bogotá coltiva un’altra città

Nati durante la pandemia nei quartieri periferici della capitale colombiana, queste zone verdi sono diventati spazi di mutualismo, memoria rurale e critica concreta al modello delle grandi metropoli latinoamericane

Silvina Perez - Città del Vaticano

A Bogotá la terra sta tornando lentamente nei luoghi da cui la città l’aveva espulsa. Succede nei quartieri periferici, tra blocchi di edilizia popolare, ai margini delle grandi arterie trafficate, in spazi che fino a pochi anni fa erano discariche abusive, terreni residuali o angoli percepiti come insicuri. 

In una delle metropoli più grandi e congestionate dell’America Latina, gli orti urbani crescono quasi senza fare rumore. Ed è forse questo il loro tratto più significativo, non nascono da una grande pianificazione pubblica né da una moda ecologista, ma da una necessità concreta, materiale. La pandemia ha accelerato tutto.

Nel 2020, mentre Bogotá attraversava lockdown, perdita di lavoro e precarizzazione diffusa, molte persone hanno sperimentato improvvisamente la fragilità della vita urbana. Bastò interrompere il ritmo abituale della città perché emergesse una domanda elementare, che cosa accade quando il lavoro sparisce, il denaro non basta e il cibo dipende interamente da una catena di distribuzione fuori dal controllo delle persone? In diversi quartieri qualcuno ha iniziato a guardare gli spazi abbandonati in modo diverso.

A Quinzatá, nella zona nord-occidentale della città, un piccolo gruppo di giovani entrò in un terreno che nel tempo era diventato una discarica e un punto considerato pericoloso. Lo ripulirono. Tolsero vetri, ferraglia, rifiuti. Poi iniziarono a piantare. Oggi Quinzatá è un orto comunitario. Ma definirlo soltanto così rischia di essere riduttivo. È diventato un luogo di incontro, uno spazio di quartiere, un punto di scambio di semi, conoscenze, pasti e discussioni. Un luogo dove le persone si fermano in una città progettata quasi sempre per obbligare a correre.

María Camila Gómez, una delle fondatrici del collettivo, racconta che tutto nacque da una riflessione semplice, non era accettabile che una persona senza lavoro dovesse automaticamente restare senza cibo, soprattutto in una città piena di spazi inutilizzati. Ed è probabilmente questo il “capitale” più importante delle huertas di Bogotá. Gli orti urbani non stanno producendo soltanto verdure. Stanno ricostruendo relazioni sociali e una diversa idea di città.

Molte delle persone coinvolte provengono dal mondo rurale colombiano. Donne che decenni fa lasciarono le campagne a causa della violenza armata, dello sfollamento o della povertà e che oggi, dentro la città, recuperano gesti conosciuti fin dall’infanzia. Alcune appartengono alla Red de Guardianes de la Vida de las Semillas, una rete che difende i semi tradizionali colombiani dall’espansione delle coltivazioni industriali e transgeniche. Cada semilla lleva la historia de nuestros abuelos, ripetono spesso che ogni seme porta con sé la storia dei nostri nonni. Nel 2023 una sentenza della Corte costituzionale colombiana ha obbligato lo Stato a rafforzare la protezione legale e tecnica delle sementi tradizionali, riconoscendone il valore culturale oltre che agricolo. Dietro la difesa dei semi, in Colombia, c’è infatti una questione più ampia chi controlla la terra, il cibo e il sapere agricolo.

María Ortega vive a Bogotá da quarant’anni, dopo essere arrivata dal dipartimento di Boyacá. Dice che lavorare nell’orto le restituisce «energia terrestre». L’espressione può sembrare incomprensibile, ma racconta una sensazione diffusa, il bisogno di recuperare un rapporto con il tempo naturale in una città che tende continuamente a cancellarlo. Questi orti, però, non hanno nulla di idilliaco. Nascono dentro una città dura, diseguale, attraversata dalla tensione sociale. Durante le proteste del 2021 molti collettivi huerteros diventarono luoghi di incontro e mutuo sostegno. 

A Quinzatá sono ancora visibili cartelli con i nomi dei giovani uccisi durante le manifestazioni del settembre 2020. Qui la terra non è separata dalla violenza politica. In Colombia il conflitto attorno al territorio attraversa tutto, la storia del Paese, la violenza armata, il modello economico e la distribuzione della ricchezza. Per questo le huertas rappresentano anche una critica implicita all’idea contemporanea di sviluppo urbano. Bogotá, come molte metropoli latinoamericane, è cresciuta consumando suolo, energia e relazioni sociali. La modernizzazione urbana si è spesso costruita sull’allontanamento dalla natura, come se una città potesse esistere indipendentemente dagli ecosistemi che la sostengono. 

Gli orti urbani rompono questa illusione in modo molto concreto. Ricordano che anche una metropoli continua a dipendere dall’acqua, dal suolo e dal cibo. Ma ricordano soprattutto qualcosa che le istituzioni urbane e la politica tendono spesso a sottovalutare, le persone non cercano soltanto servizi efficienti. Cercano luoghi dove sentirsi parte di qualcosa.

Oggi Bogotá conta migliaia di orti urbani. Alcuni minuscoli, altri più strutturati. Alcuni nascono nelle scuole, altri nei quartieri popolari, altri ancora accanto ai condomini. Ma condividono una stessa intuizione, una città non diventa più umana soltanto perché è più efficiente. Per questo molte persone che frequentano le huertas parlano più di ascolto che di agricoltura. Parlano di rallentare, imparare i tempi della terra, guardarsi negli occhi, fare qualcosa insieme senza che tutto debba immediatamente trasformarsi in profitto.

In una città costruita sul rumore, sulla velocità e sulla sensazione permanente di emergenza, il gesto più radicale sta forse diventando quello di tornare ai tempi lenti della coltivazione.

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26 maggio 2026, 16:06