L'Iraq blinda il confine con la Siria
Giada Aquilino - Città del Vaticano
Nel pieno delle tensioni in Medio Oriente per la guerra tra Stati Uniti e Iran e gli attacchi israeliani in Libano contro postazioni Hezbollah, Baghdad ha annunciato il completamento del muro di cemento lungo oltre 600 km, eretto per blindare il confine iracheno con la Siria. La costruzione, i cui lavori erano iniziati nel 2022, rappresenta «una vera e propria valvola di sicurezza per l’Iraq», aveva dichiarato nei giorni scorsi il ministro dell’Interno: il muro, che ingloba barriere multistrato, recinzioni, apparecchiature di sorveglianza, torri di guardia dotate di telecamere termiche e fossati, «pone fine — avevano aggiunto le autorità irachene — alle sfide in materia di sicurezza, in particolare l’infiltrazione terroristica e il contrabbando».
Si tratta di un’area di frontiera che «prima, con la caduta di Saddam Hussein e l’intervento statunitense in Iraq, poi con la guerra civile siriana e recentemente, poco più di un anno fa, con la caduta del regime di Bashar al-Assad è diventata ancora più sensibile», spiega Federico Donelli, docente di Relazioni internazionali all’università di Trieste.
«È una zona di separazione ma — fa notare — anche di transito: parliamo di smuggling, di contrabbando di armi, di esseri umani, di reperti archeologici, di petrolio, di droga». Già precedentemente alla caduta del regime di al-Assad in Siria, deposto nel dicembre 2024 da una coalizione sunnita guidata dall’attuale presidente Ahmad al-Sharaa, era emerso un limitato controllo alla frontiera tra i due Paesi: diverse milizie sciite irachene operavano in territorio siriano contro il sedicente stato islamico (Is) e altri gruppi islamisti sunniti oppositori del regime, mentre prosperavano i traffici criminali di droga dalla Siria all’Iraq, e di qui poi verso Libano, Giordania e Türkiye, facilitati di fatto dalla profonda instabilità siriana legata alla lunga guerra civile che ha insanguinato il Paese dal 2011.
Attori statali e non statali
In questo quadro, le forze in gioco alla frontiera tra Iraq e Siria appaiono molteplici, con attori statali e non statali. «Da parte irachena, ci sono soprattutto l’esercito ma anche quelle che vengono chiamate le Popular mobilization forces, una coalizione di milizie strutturate in maniera paramilitare e con una componente confessionale sciita. Dall’altra parte, invece, abbiamo le nuove autorità siriane del post al-Assad, con un esercito che in quella specifica area di confine però ha un rapporto ambiguo, di cooperazione in alcuni casi e di competizione in altri, con le Syrian democratic forces, a componente curda».
I lavori di costruzione del muro alla frontiera tra i due Paesi erano comunque iniziati due anni prima della caduta del regime di al-Assad. «In quella fase la preoccupazione maggiore di Baghdad era quella di evitare le infiltrazioni dell’Is e delle sue componenti che erano attive e operative in territorio siriano, ma sappiamo che il confine era molto sfocato, cioè tali miliziani andavano avanti e indietro tra Siria e Iraq». Nel 2017, ricorda Donelli, l’Iraq aveva dichiarato di aver sconfitto l’Is, ma nel frattempo «le componenti più forti del Daesh erano migrate quasi completamente in Siria e in Iraq si assistette a una serie di quelle che chiamiamo “guerre a bassa intensità”, perlopiù guerriglia in zone rurali e montuose». In tale scenario, va avanti, «l’Iraq decise di rafforzare il confine, facendo diventare proprio quel muro il simbolo della sua politica di antiterrorismo», a cui si è aggiunta «la preoccupazione per altre potenziali minacce legate al contrabbando transfrontaliero».
Fattori molteplici
Il docente dell’università di Trieste si sofferma inoltre sul nuovo corso politico siriano, dopo la presa di potere da parte della coalizione sunnita di al-Sharaa. «II cambiamento all’interno della Siria ha rimescolato gli equilibri regionali, soprattutto per un Iraq in cui le componenti sciite e anche le milizie paramilitari legate allo sciismo iraniano sono forti». Secondo l’analista, Baghdad al momento individua «tre rischi principali». Il primo è, nella lettura del docente, che dalla transizione siriana possa comunque crearsi «un vuoto di sicurezza politica, permettendo a gruppi armati, su tutti Daesh, di muoversi attraverso il confine». Donelli individua il secondo nelle «tensioni che ci sono nel nord-est della Siria, per esempio tra l’esercito e le forze curde, che possono generare instabilità» e il terzo nel pericolo che «la rottura della Siria del post al-Assad con l’asse iraniano possa provocare una sorta di reazione da parte delle milizie filo-iraniane tuttora attive in Iraq». Un tale contesto, ci tiene a precisare Donelli, non va però interpretato «come uno scontro confessionale, tra sunniti e sciiti: in realtà si tratta di una combinazione di fattori molteplici» che insistono su una zona di confine «poroso» e su due Paesi «che comunque, dal punto di vista istituzionale, permangono fragili».
Interessi strategici e geopolitici
Oltre che sulle questioni di sicurezza, il docente dell’università di Trieste si focalizza poi sugli altri «interessi strategici e geopolitici» nella zona: energia e corridoi regionali. Da un punto di vista energetico, osserva, «la zona è diventata ancora più importante con quello che sta succedendo in Iran e con la crisi dello Stretto di Hormuz». L’Iraq, che con la guerra in corso «rischia di avere enormi difficoltà nell’esportare il proprio greggio, con ricadute pesanti sulle proprie finanze», ha bisogno di trovare «vie alternative per esportare il petrolio e uno di questi corridoi è quello promosso da Ankara, che parte da Bassora, transita proprio per la Siria e arriva in Türkiye». Al contempo, «c’è poi un interesse più ampio legato alla trasformazione regionale, che ruota attorno alla Siria dei prossimi anni, con una volontà di trasformarla da teatro di guerra a snodo logistico che colleghi l’Occidente all’Oriente». Non a caso, ipotizza in un’ottica di medio-lungo periodo «un’idea, anche da parte degli Stati Uniti, di provare a vedere se un’eventuale stabilità in Siria, con la Türkiye e con l’Iraq, possa effettivamente creare un corridoio diretto verso i Paesi del Golfo».
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