India, Modi consolida la sua leadership
Paolo Affatato - Città del Vaticano
"Il loto è sbocciato nel Bengala occidentale": con questo poetico riferimento al simbolo del suo partito, Narendra Modi, primo ministro dell’India e leader indiscusso del Bharatiya Janata Party (Bjp) ha commentato l’esito delle elezioni legislative tenutesi tra aprile e maggio in quattro Stati e in un territorio dell’Unione, che hanno visto la generale affermazione del Bjp. In particolare, quella ottenuta nello Stato del Bengala occidentale è una vittoria che Modi ha definito 'strorica', promettendo una "politica di buon governo".
La politica dei due motori
Per la prima volta nei suoi 46 anni di storia, il Bharatiya Janata Party ha conquistato la maggioranza nel parlamento del Bengala; la fiducia degli elettori, poi, l’ha premiato per il terzo mandato consecutivo nello Stato di Assam, in India nordorientale e nel territorio di Puducherry, amministrato dal governo federale, mentre in altri due Stati indiani del sud — Tamil Nadu e Kerala — il voto ha dato esiti diversi. Grazie a questo risultato, il Bjp rafforza il suo potere in tutta la nazione e ora sono ben 22 (su 28) gli Stati in cui guida il governo locale, tanto che la stampa indiana parla di "gemonia del partito", che può così esercitare diffusamente la cosiddetta "politica dei due motori", ovvero il coordinamento tra la leadership a livello statale e quella a livello federale.
Uno scenario diverso nel sud
Nel sud questo non è avvenuto: in Tamil Nadu si è assistito all’ascesa di una star del cinema, con l’attore Joseph Vijay che, presentando una formazione politica nuova, si avvia a diventare primo ministro. Nel vicino Kerala — lo Stato in cui la comunità cristiana dell’India è molto influente e rappresenta circa il 20 per cento della popolazione, contro una media nazionale del 2 per cento — il governo di orientamento comunista, storicamente forte e radicato, ha lasciato il passo a un’alleanza guidata dal Partito del congresso, sempre all’opposizione rispetto al Bjp. Questo risultato, tuttavia, fa sì che, per la prima volta in 50 anni, i partiti di sinistra non controllino alcuno Stato indiano.
Il Bengala, una storia a sè
In questo scenario, il risultato del Bengala occidentale è il più rilevante. Il Bengala è il luogo in cui ebbe inizio la storia del colonialismo britannico in India quando, alla metà del XVIII secolo, la Compagnia delle Indie Orientali sconfisse il governo locale trasformandosi da impresa commerciale in braccio armato dell’imperialismo britannico in Asia meridionale. Circa 150 anni dopo, nel 1905, gli inglesi divisero il Bengala, segnando il primo caso significativo di divisione su base religiosa nell’Asia meridionale moderna: le regioni orientali, a maggioranza musulmana, furono separate dai distretti occidentali a maggioranza indù, un fatto da poter sfruttare poi a livello politico. In quella regione si è sviluppato un fervido movimento anticoloniale, che ha generato figure come Shyama Prasad Mukherjee, leader del movimento nazionalista indù considerato il precursore del Bjp di Modi. Non per nulla Modi, dopo la vittoria, ha citato Mukherjee nel discorso rivolto ai membri del suo partito.
Il nodo delle minoranze
In uno Stato che, su oltre 100 milioni di abitanti conta un 27 per cento di musulmani, il Bjp ha preso 207 seggi su 294 nell’assemblea parlamentare, grazia a "un mix di induismo e assistenzialismo", hanno osservato gli analisti, cavalcando una collaudata retorica anti-musulmana. È stata un’ascesa inarrestabile per un partito che solo 10 anni fa contava nel Parlamento statale solo tre seggi. Il rafforzamento del Bjp nella Federazione, ha rimarcato l’agenzia Fides, non fa gioire le minoranze religiose, soprattutto musulmani e cristiani, dato che proprio a livello locale — come avviene ad esempio per le suore di Madre Teresa a Calcutta, capitale dello Stato del Bengala — si registrano discriminazioni e a volte violenze su base religiosa, tratti caratterizzanti una cultura politica nazionalista che predica "l’India agli indù". Le minoranze si aggrappano alla Costituzione indiana, la Carta democratica che — ha ricordato la Conferenza episcopale dell’India — garantisce "pluralismo e inclusione", valori invocati come bussola politica.
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