Il festival "Trame Sonore" di Mantova: la musica fuori dal rito
Marcello Filotei - Mantova
Dal 29 maggio al 2 giugno, centinaia di persone camminano per il centro di Mantova indossando magliette variopinte con la scritta «Trame Sonore». Musicisti di ogni età attraversano la città sotto il sole, con il violoncello sulla schiena o il flauto sotto il braccio. Qualcuno, da bambino, ha scelto il contrabbasso e ora gli tocca trascinarlo sotto il sole cocente. Magari, solo per un attimo - anche se lo negherà per sempre - avrà pensato: «Sarebbe stato meglio il violino». Poi, entrando nella sala da concerto - in un palazzo storico o in un cortile -, incontra i colleghi e si ricorda che il primo amore è stato proprio quello. E certe cose non cambiano solo perché ci sono trenta gradi all’ombra.
Da tutta Europa per incontrare i loro "supereroi"
A pranzo si mangia velocemente nei bar del centro, perché c’è sempre un concerto da suonare o da ascoltare. Tra un tramezzino e una bottiglietta d’acqua, giovani musicisti all’inizio della carriera e grandi star internazionali conversano con gli appassionati arrivati da tutta Europa per incontrare i loro “supereroi”. Accanto a loro ci sono mantovani sorpresi di trovare tanto movimento in una città solitamente tranquilla e turisti che, quasi per caso, si imbattono in uno dei festival più particolari d’Italia.
La relazione diretta tra musicisti e pubblico
Dietro questa pacifica invasione musicale c’è Carlo Fabiano, ideatore e direttore artistico di Trame Sonore, festival internazionale di musica da camera. Concerti, incontri, laboratori e percorsi tematici attraversano palazzi, chiese, teatri, piazze e dimore storiche, mettendo in dialogo la musica con l’arte e l’architettura di una città Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Nato nel 2013, il festival propone una modalità di ascolto che recupera la dimensione originaria della musica da camera, in particolare una relazione diretta fra interpreti e pubblico, prima, durante e dopo il concerto.
Da quale esigenza è nato un festival concepito in questo modo?
Trame Sonore nasce all’interno del percorso di un’organizzazione culturale che ruotava, e ruota tuttora, attorno all’Orchestra da Camera di Mantova e che oggi si chiama Oficina OCM: “Oficina” con una effe sola. Il festival nasce a un certo punto di un percorso che oggi conta quarantasei anni. Trame Sonore nasce tredici anni fa, quando l’Orchestra da Camera di Mantova e la sua organizzazione si erano già conquistate un ruolo di riferimento nell’ambiente musicale e culturale italiano e internazionale. Alla fine degli anni Novanta l’Orchestra ha ricevuto il Premio Abbiati della critica musicale italiana e ha suonato praticamente in tutti i Paesi d’Europa e in moltissime altre parti del mondo. A un certo punto, pur essendo onorati e appagati dal successo che si stava delineando nella nostra attività, abbiamo pensato di fare qualcosa che fosse utile all’intero ambiente musicale».
E perché non bastava continuare a suonare in tutto il mondo?
Non dobbiamo nasconderci dietro un dito: dobbiamo avere la lucidità di capire che la fruizione della musica cosiddetta classica - musica d’arte, musica colta, chiamiamola come vogliamo - sta attraversando una trasformazione. Il ricambio generazionale del pubblico richiede una rimodulazione non soltanto delle modalità di percezione della musica, ma anche delle modalità dell’offerta. Tredici anni fa, quindi, abbiamo pensato che fosse necessario inventare, sperimentare qualcosa che, con eleganza e con umiltà, andasse a rimettere in discussione alcune ritualità del fare e dell’ascoltare musica classica: ritualità che oggi possono contribuire a far percepire questo linguaggio come obsoleto o lontano dalle nuove generazioni. Trame Sonore è la risposta: una sorta di fantastico gioco nel quale le ritualità della musica classica vengono rimesse in discussione. È anche un dibattito senza parole tra musicisti che si osservano, si incontrano, si ascoltano e si domandano che cosa dobbiamo fare, oggi, noi che svolgiamo questo mestiere, per confrontarci con la modernità e con la contemporaneità. Trame Sonore non vuole assolutamente essere un festival convenzionale.
Che cosa accade, allora, a Trame Sonore?
Viviamo nell’epoca dei messaggi brevi, delle comunicazioni veloci, dei social: come possiamo immaginare di avvicinare nuove persone alla musica proponendo loro, come primo incontro, quattro ore di Wagner? Sarebbe molto difficile. Trame Sonore, sempre in questa dimensione di gioco e di sperimentazione, propone dunque un’offerta che riduce drasticamente le durate. Non perché tutto debba durare pochissimo, ma perché ogni concerto dura esattamente il tempo di un brano: non è la somma di molte composizioni, ma la presentazione di un’opera che può durare venti, venticinque, trenta, quaranta o, quando necessario, cinquanta minuti. Anche il modo di presentarsi è importante. Molti giovani non riescono più a riconoscersi in una certa eleganza formale, ormai fuori dal tempo, che ha a lungo circondato la fruizione della musica classica. Per questo, anche qui con spirito di gioco, i musicisti indossano la maglietta del festival e un paio di jeans.
Mantova è ricca di palazzi storici e spesso organizzate concerti in sale nelle quali si ascoltano musiche nate nella stessa epoca degli affreschi che le decorano. Non c’è l’aria condizionata, i posti sono pochi. Non sarebbe più conveniente utilizzare i teatri?
Questo è un elemento sul quale chiunque ami la musica classica dovrebbe avviare una riflessione profonda. Non c’è nulla di più innaturale che presentare in enormi teatri un genere musicale nato spesso per i salotti, per ambienti raccolti. Pensiamo a un quartetto di Beethoven: un’opera somma, concepita come un dialogo di altissima cultura fra quattro persone e, eventualmente, condivisa con dieci, quindici, venti o trenta ascoltatori presenti in una sala. Portarlo in un teatro da tremila posti può diventare un gesto innaturale. Trame Sonore riporta la musica da camera alla sua autentica, naturale dimensione: è un dedalo di salotti e di luoghi raccolti, nei quali i musicisti incontrano il pubblico in una visione paritetica, quasi democratica, in cui ciascuno ha un ruolo. In questo modo si ricrea il contesto naturale della musica d’arte e si rimettono in discussione molte delle convenzioni normalmente associate alla musica classica.
Quanti concerti ci sono quest’anno?
Abbiamo circa centocinquanta eventi diffusi in trentadue luoghi della città: dalla mattina, quando ci si incontra per il caffè e si parla di musica con gli artisti, fino al concerto di mezzanotte, quando sul sagrato della meravigliosa Rotonda romanica di San Lorenzo si sorseggia l’elisir della buonanotte, la camomilla. Poi qualcuno, sottobanco, beve anche un bel bicchiere di vino, devo dire.
Questi centocinquanta eventi si svolgono in luoghi molto vicini fra loro: si può passare dall’uno all’altro, ma non si possono seguire tutti; bisogna necessariamente scegliere. Di solito un festival è costruito in modo che il pubblico possa seguire il percorso stabilito dal direttore artistico dall’inizio alla fine. Qui, invece, l’ascoltatore viene responsabilizzato: deve decidere se ascoltare Monteverdi oppure un brano di musica contemporanea. Come vengono costruiti questi percorsi?
Proprio in questa impostazione c’è un’altra delle finalità di Trame Sonore. È vero: di solito un festival è impostato in modo che si possa seguire un percorso stabilito. Il nostro è impostato secondo una logica contraria. Le persone arrivano, cercano di prepararsi e sono costrette a scavare nelle proprie passioni, nelle proprie idee, nelle proprie curiosità. Trovarsi alle undici del mattino davanti a tre o quattro eventi contemporanei significa essere obbligati a operare una scelta. Mi interessa di più ascoltare Monteverdi? Posso farlo nella Basilica di Santa Barbara, con un suono inimmaginabile. Oppure posso andare al Teatro Bibiena, il teatro di Mozart, ad ascoltare un trio di Beethoven; o ancora a Palazzo d’Arco, oppure in una chiesa romanica. Le persone devono scegliere. Una delle chiavi d’accesso più importanti è proprio quella delle “trame”: filoni tematici nei quali vengono raggruppati concerti accomunati dalla storia, dalla tipologia dell’informazione proposta o dal contesto. In questo modo ci rivolgiamo agli appassionati, certo, ma anche ai curiosi. Anzi, il nostro destinatario non è soltanto l’appassionato di musica: è l’uomo di cultura che ha sempre provato una sorta di timore reverenziale nei confronti della musica classica. Una persona può leggere i libri più difficili o visitare le mostre più impegnative, e poi dire: “La musica classica no, non me l’hanno spiegata, non la capisco”.
Quel destinatario è per noi un obiettivo fondamentale. In Italia assistiamo a una crescita dei consumi culturali, ma continuiamo ad avere un problema con la musica d’arte. I Greci ci hanno insegnato il contrario: la musica è il primo linguaggio, il più immediato, non ha bisogno di una lingua, è universale. Eppure oggi abbiamo paura di non capire un quartetto di Beethoven o una sonata di Schubert. Per me, da uomo di musica e di cultura, questo è sconcertante. Questo è Trame Sonore: riuscire a far arrivare questo messaggio, cercando anche di colmare, permettetemi di dirlo, un vuoto divulgativo lasciato dalla scuola e dalle famiglie. Una volta portare i ragazzi a imparare la musica era considerato importante, quasi doveroso. Oggi accade molto meno. Trame Sonore prova, in qualche modo, a intervenire in questo spazio.
Per realizzare tutto questo bisogna anche fare i conti con le risorse. In questi concerti si ascoltano giovani bravissimi, professionisti di ottimo livello e alcune autentiche star internazionali. O avete un budget sterminato, oppure bisogna capire come sia possibile riunire a Mantova, negli stessi giorni, tanti musicisti, chiamati spesso a suonare anche due o tre concerti al giorno. Penso, per esempio, ad Alexander Lonquich. Deve esserci qualcosa di più del compenso, perché non sarebbe possibile pagare tutti secondo le condizioni abituali di questo tipo di impegno...
A questa domanda si possono dare due risposte differenti, ma complementari. La prima è che nel mondo della musica esiste un bisogno enorme di incontro e di verifica. Normalmente chi fa il nostro mestiere viaggia, suona in una sala più o meno importante, riceve il proprio compenso, ottiene più o meno successo - questo dipende da ciò che la vita concede - e poi riparte. Al massimo si concede una cena con l’organizzatore. Qui, invece, si ha la possibilità di vedere decine di artisti, parlare, progettare. Non potete immaginare quante iniziative di aggregazione professionale siano nate a Trame Sonore: persone che si sono incontrate qui e hanno deciso di costituire un trio o un quartetto, oppure di affrontare insieme un brano mai eseguito prima. Questa è la prima risposta: esiste una necessità alla quale cerchiamo di dare spazio.
E la seconda?
La seconda risposta è un po’ più delicata, ed è anche imbarazzante per me. È abbastanza triste vedere un festival che, secondo i criteri di valutazione delle iniziative, viene considerato il primo festival italiano, quasi ignorato dal Ministero della Cultura. Abbiamo un finanziamento come organizzazione culturale, che utilizziamo per la nostra attività ordinaria durante l’anno; ma, per quanto riguarda specificamente il festival, ci troviamo davanti a una situazione molto lontana dalla realtà delle sue esigenze e del suo valore. Mi permetto di rivolgere un appello al ministro Giuli: il ministro deve esserci vicino, perché ciò che sta accadendo a Mantova non serve soltanto a Mantova, ma alla credibilità culturale del nostro Paese. Abbiamo bisogno di sostenere situazioni come questa, di rendere sempre più attuale e moderno il nostro linguaggio, di mantenerlo vivo. È una richiesta di civiltà che i cittadini ci rivolgono.
Come media vaticani possiamo certamente rilanciare questo appello: è necessario investire di più nella cultura, e in Italia questa esigenza appare particolarmente urgente. Vorrei però chiederti un’ultima cosa. Dicevi prima che è imbarazzante che persone di grande cultura, capaci magari di leggere i libri più difficili in lingua originale, si sentano escluse di fronte a Schumann o Beethoven. Ma Beethoven e Schumann, pur nella loro grandezza indiscutibile, appartengono ormai alla storia. Che spazio hanno, in questo festival, i compositori viventi?
Uno spazio molto ampio, all’insegna della libertà e della democrazia, perché il nostro compito non è premiare questo o quel compositore in quanto autore della musica che riteniamo “giusta”, ma lasciare spazi nei quali la creatività dei compositori contemporanei possa trovare alimento, spirito e slancio. Cercare la via del futuro nella musica è qualcosa di inimmaginabilmente difficile. Capire oggi dove debba andare la musica è, secondo me, uno dei grandi misteri dei linguaggi dell’arte contemporanea. Per questo Trame Sonore vuole creare opportunità: opportunità per cercare la strada.
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