Carlo Petrini. Carlo Petrini.

È morto Carlo Petrini, gastronomo, scrittore e attivista italiano

Ricordo del fondatore di «Slow food» e tra gli ideatori delle comunità «Laudato si’»

di Lucio Brunelli

Quel giorno che Carlìn fece irruzione nel mio ufficio, a Tv2000, non sapevo granché di lui. A parte quello che sanno tutti, che aveva fondato Slow food, nata in opposizione alla moda del Fast food alla McDonald’s. Era il gennaio 2015, entrò come un ciclone nella mia stanza facendo sbattere porte e finestre e con la stessa impetuosità del vento iniziò a parlarmi di sé e del mondo, come se ci conoscessimo da sempre. Come spesso accade sono gli incontri non programmati quelli che riservano le migliori sorprese. E così è stato con Carlo Petrini. Figlio di un’ortolana e di un ferroviere. Gastronomo. Ma ogni definizione, anche questa, gli sta stretta. Uno che sapeva dirti il nome di un vino dopo averlo assaporato a occhi chiusi per pochi istanti. Però senza alcuna spocchia o snobismo radical chic. Solo per amore del cibo, della terra e di chi la coltiva.

Uno dei pochi individui al mondo che avrebbe potuto vantarsi di essere amico di un Papa, Francesco — col quale era nata un’intesa profonda sui temi dell’ambiente e che lo aveva nominato nel 2019 tra gli esperti al sinodo sull’Amazzonia —, e di un re, Carlo d’Inghilterra. Ma lui non se ne vantava, perché Carlìn è rimasto sempre lo stesso, con i piedi ben piantati nelle Langhe piemontesi, la sua adorata Bra, dove è nato 76 anni fa e dove è morto la notte scorsa.
Dopo quel nostro primo incontro non ci siamo persi più di vista. Nacque subito una bella collaborazione con il tg che dirigevo nella emittente cattolica. Ogni venerdì, nell’edizione delle 20.30, andava in onda una sua riflessione sui temi a lui più cari, l’alimentazione e la salvaguardia del creato, l’ecologia integrale e la giustizia sociale. Oltre che per i contenuti, sempre interessanti, mi piaceva l’idea che un non credente sui generis come Petrini potesse esprimersi su una tv conosciuta soprattutto per i rosari da Lourdes e con un pubblico anziano.

Quanto all’agnosticismo di Carlìn ci sarebbe molto da dire. Ne abbiamo parlato alcune volte, con libertà e delicatezza. Papa Francesco in una lettera inviatagli il 4 febbraio 2015 lo fece commuovere perché gli assicurava le sue preghiere, chiedendogli in cambio di ricordarlo «nelle sue buone intenzioni». Un modo di rispettare le sue convinzioni («la fede è un dono») e di valorizzare il desiderio di bene che muoveva tante sue realizzazioni. «Ma lo sai, Lucio — mi disse Carlìn — adesso ogni volta che ho un pensiero buono non faccio a meno di pensare a lui, a Francesco».
Petrini fece sorridere il Papa raccontandogli della sua cattolicissima nonna... e di suo nonno... macchinista ferroviere, fondatore del locale partito comunista, ateo: la nonna, pur condividendo gli ideali politici del marito, era abituata a confessarsi e fare la comunione tutte le domeniche ma nel 1949, dopo la scomunica ai comunisti decisa dal Sant’Uffizio, il prete le spiegò che non poteva più darle l’assoluzione se non avesse ripudiato gli ideali del marito, almeno quando si recava alle urne... La nonna, ormai vedova ma legatissima alla memoria dell’amato consorte, rimase in silenzio; poi con fierezza ma senza astio rispose: «Ah, non può darmela? Allora... se la tenga!». Aspettando tempi migliori, andava a confessare i suoi peccati direttamente al Signore, davanti al Crocifisso, in chiesa, e poi prendeva la comunione in un altro paese, «confidando nella misericordia del buon Dio».
Carlìn, sulle orme di suo nonno, da giovane è stato militante della sinistra extraparlamentare e consigliere comunale a Bra con il partito di Democrazia proletaria. Però gli è rimasto qualcosa, anzi molto, anche della impronta della nonna. Uno dei suoi amici più cari era Domenico Pompili, già vescovo di Rieti e ora a Verona, con il quale ha fondato le comunità «Laudato si’» e sostenuto progetti bellissimi per la rinascita di Amatrice, ferita dal terremoto.
L’enciclica del Papa sulla cura del creato lo entusiasmò. Ne è stato uno dei più convinti e appassionati divulgatori. Non avevo sentito mai nessuno spiegare in modo così efficace e suggestivo, ad esempio, un termine in realtà molto abusato come sostenibilità: «Deriva da sustain, termine inglese: nel linguaggio musicale è il pedale del pianoforte che allunga il suono di una nota: a significare che è sostenibile ciò che è durevole». La logica produttiva, dettata solo dalla ricerca spasmodica del profitto, spinge invece l’attuale sistema alimentare a stressare sempre di più la terra... «E il risultato finale sai qual è? Mai nella storia dell’umanità abbiamo avuto uno spreco alimentare di simili proporzioni, bibliche! Stiamo parlando di milioni e milioni di tonnellate di cibo: addirittura il 40 per cento della produzione alimentare lo buttiamo via».

Una delle sue creature, forse quella a cui era più affezionato, è l’Università di scienze gastronomiche che ha sede a Pollenzo, a un tiro di schioppo da Bra. L’ha fondata nel 2004. Mi ha invitato a visitarla e ci sono stato. È un unicum nel panorama universitario: un punto di riferimento internazionale per chi ha a cuore lo sviluppo sostenibile della filiera alimentare. La cosa che mi colpì più di tutto fu l’amorevolezza di Carlìn con i ragazzi che studiano a Pollenzo. Lui non aveva figli, non si è mai sposato, ha sempre vissuto con sua sorella dopo la morte dei genitori. Questi ragazzi erano come figli, per lui. Li conosceva uno a uno, li invitava a cena a casa sua, gli insegnava mille cose sull’arte del mangiare e del bere «buono, pulito e giusto» come recita il motto di Slow food.
Dicevamo che Petrini si professa agnostico. Con tono semiserio il suo amico Bergoglio lo definiva «un agnostico pio». Petrini è stato forse l’unico leader agnostico citato, in vita, da un Papa a un angelus domenicale (è accaduto il 13 settembre 2020 sotto forma di un saluto pubblico alle comunità «Laudato sì» ricevute il giorno prima in Vaticano: «Grazie per quello che fate; e grazie per l’incontro di ieri qui, con Carlìn Petrini e tutti i dirigenti che vanno avanti in questa lotta per la custodia del creato»).

C’è stato un momento, in particolare, in cui ho sentito una vicinanza profonda con lui. È stato il giorno dei funerali di Dario Fo, il 15 ottobre 2016. Funerali laicissimi, celebrati in piazza del Duomo a Milano, sotto una pioggia battente. Carlìn e Dario Fo erano stati grandi amici. Petrini era stato a trovarlo in ospedale un paio di giorni prima. Il premio Nobel gli affidò il compito di tenere l’orazione funebre alle sue esequie. Mi colpirono le ultime parole: «Oggi allegri bisogna stare che il troppo piangere non fa per noi, allegri bisogna stare perché il troppo piangere non rende onore ai nostri amici, allegri bisogna stare perché celebriamo la vita, il grande mistero della vita e della morte, l’unico grande Mistero Buffo della nostra precaria esistenza». Gli scrissi a caldo un sms, per dirgli che m’aveva emozionato quel suo riferimento al grande mistero della vita e della morte, durante un rito così laico. Lo immaginavo presissimo, con tutte quelle personalità che avevano seguito il funerale in piazza. Mi chiamò invece al telefono, pochi minuti dopo, per dirmi che quelle parole esprimevano il cuore vero del suo discorso.
In un’altra occasione l’ho sentito citare un pensiero di Albert Einstein, che dice ancora meglio il sentimento di quella vicinanza così umana: «L’uomo che non ha gli occhi aperti al mistero, passerà attraverso la vita senza vedere assolutamente nulla». Grande Carlìn, quanto ci mancherai.

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

22 maggio 2026, 15:40