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Degiovanimento e longevità: come cambia l’equilibrio tra le generazioni (foto Liv Bruce, Unsplash) Degiovanimento e longevità: come cambia l’equilibrio tra le generazioni (foto Liv Bruce, Unsplash) 

Demografia, Rosina: “La natalità cresce solo dove c’è fiducia nel futuro”

A colloquio con Alessandro Rosina, docente di Demografia all’Università Cattolica di Milano. “Il vero squilibrio nasce dal degiovanimento: sempre meno giovani significa meno innovazione, meno welfare e meno fiducia nel futuro”. La conseguenza più evidente è lo squilibrio nel rapporto tra generazioni

Davide Dionisi - Città del Vaticano

I nonni supereranno i nipoti? Alla domanda risponde una fotografia demografica di un mondo che sta cambiando volto. Si tratta di una crisi silenziosa i cui effetti sono destinati a essere più profondi e duraturi di qualsiasi altro fenomeno. Ne abbiamo parlato con Alessandro Rosina, docente di Demografia all’Università Cattolica di Milano e autore del libro La scomparsa dei giovani. Le 10 mappe che spiegano il declino demografico dell'Italia.

Ridare fiducia ai giovani

Per Rosina “La conseguenza più evidente è lo squilibrio nel rapporto tra generazioni. Quando i nipoti diventano molti meno dei nonni, il rinnovo nella società e nel mondo del lavoro si indebolisce. L’invecchiamento della popolazione è l’esito positivo della longevità. Ciò che crea squilibri, in modo accentuato in Italia, è il degiovanimento, ovvero la riduzione delle nuove generazioni sotto livelli tali da non consentire un adeguato rinnovo generazionale. La questione non è se invecchiare o non invecchiare, ma se invecchiare bene o invecchiare male”. Dove il degiovanimento è più accentuato, spiega, si riducono anche le condizioni per invecchiare bene: cala il peso elettorale dei giovani, diminuisce la capacità di generare sviluppo e innovazione e si riducono risorse e personale per sostenere il welfare, dalle pensioni alla sanità pubblica.

Invertire la crisi della natalità

Nell’indicare una priorità politica, al di là degli incentivi economici, per invertire la crisi della natalità, Rosina non ha dubbi: “La priorità fondamentale è rispondere alla riduzione quantitativa delle nuove generazioni con maggior qualità e attrattività. Il punto da cui partire è rafforzare la transizione alla vita adulta, ovvero migliorare la possibilità di entrare in modo solido nella condizione di lavoratore e genitore, facendo in modo che tali due scelte possano integrarsi positivamente”. Il docente sottolinea come il problema non sia imporre un modello di vita, ma permettere una scelta reale tra lavoro e famiglia. “Quando tali politiche mancano non solo diminuisce la natalità, ma aumentano anche povertà economica ed educativa dell’infanzia; e si diventa meno attrattivi”. I dati del Rapporto giovani 2026 dell’Istituto Toniolo, aggiunge, mostrano una crescita del numero di giovani donne italiane che scelgono di trasferirsi all’estero, non solo per motivi professionali ma anche per sistemi di welfare più favorevoli. “La natalità non cresce perché si distribuisce qualche bonus in più. Cresce quando aumenta la fiducia nella comunità in cui si vive e nel futuro collettivo”.

La trappola demografica

Per Rosina non esiste un punto di non ritorno assoluto, ma una “trappola demografica”: “Più gli squilibri aumentano, sottraendo sia potenziali lavoratori che potenziali genitori, più diventa difficile invertire la tendenza”. L’Italia, ricorda, è già entrata dal 2014 in una fase di continua riduzione della popolazione e alcune stime indicano un possibile dimezzamento entro il 2100. Tuttavia, diminuzione della popolazione e invecchiamento non significano inevitabilmente peggioramento delle condizioni di vita. Secondo il docente, una combinazione di fattori — una fecondità superiore a 1,5 figli per donna, maggiore occupazione giovanile e femminile, gestione efficace dell’immigrazione, uso virtuoso delle nuove tecnologie e valorizzazione di una lunga vita attiva — potrebbe evitare squilibri eccessivi tra popolazione anziana e attiva. Esiste però anche un fattore culturale: “Se il rinvio delle scelte familiari diventa la norma, se precarietà e incertezza si consolidano, se avere figli viene percepito come un costo privato anziché come un valore sociale condiviso, allora il calo della natalità tende ad autoalimentarsi”.

Figli, futuro e immigrazione

Cosa dire allora a una giovane coppia che teme di mettere al mondo un figlio in un’epoca segnata da crisi climatiche, economiche e geopolitiche? “Queste paure sono comprensibili” risponde Rosina. “Ma mettere al mondo un figlio non è mai stato un atto fondato sulla garanzia assoluta del futuro. È sempre stato un investimento di fiducia nella possibilità di costruire un domani migliore”. Una fiducia che però, sottolinea, deve essere sostenuta collettivamente: “Non possiamo chiedere ai giovani di avere fiducia se la società non offre loro strumenti adeguati”. Quanto all’immigrazione, Rosina ritiene che non possa rappresentare da sola la soluzione al declino demografico, ma che resti una componente essenziale. “Se ben gestita con politiche di formazione e inclusione, consente sia di rispondere alla carenza di lavoratori in molti settori, sia di contribuire alla natalità”. Non può però sostituire le politiche familiari e generazionali. “Le difficoltà persistenti che trovano i giovani e le donne italiane nel realizzare i propri progetti di vita risultano ancora maggiori per giovani e donne immigrate. La conseguenza, come mostrano i dati Istat, è una convergenza della fecondità delle coppie straniere verso quelle italiane”. E conclude: “Se non diamo qualità al lavoro e valore alla scelta di avere figli, nessuno lo farà per noi. Tantomeno l’intelligenza artificiale”.

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15 maggio 2026, 12:12