Cile, la contraddizione delle periferie invisibili
di Matteo Frascadore
Il paradosso del Cile: una delle economie più solide e stabili dell’America Latina che vede il proprio territorio attraversare una forte crisi abitativa. La peggiore degli ultimi decenni. È quanto emerge dal Catastro nacional de campamentos 2024-2025 pubblicato da Techo-Chile. Sono almeno 120.584 le famiglie che vivono oggi nei campamentos, insediamenti informali che spesso sono collocati nelle periferie delle città. Si tratta del dato più alto registrato dal 1996 e di complessi come questi se ne contano 1.428.
La base di una crescita scarsa
Rispetto all’ultima rilevazione, gli insediamenti informali sono aumentati del 10,6% e oltre 6.000 nuove famiglie sono entrate in queste strutture tra il 2023 e il 2025. Nonostante gli interventi pubblici degli ultimi anni, il fenomeno in questione rappresenta l’unico segmento del deficit abitativo cileno a non diminuire e a rimanere una ferita aperta del sistema. Alla base di questa crescita vi sono il costo insostenibile degli affitti, i bassi salari e l’impossibilità per molte famiglie di accedere a una casa stabile. E i tempi sono lunghi e rappresentano un vero e proprio ostacolo: il 35% delle famiglie attende, infatti, una soluzione abitativa da più di quattordici anni. Secondo Gonzalo Rodríguez, direttore esecutivo di Techo-Chile, migliaia di persone restano “intrappolate” nei campamentos per oltre un decennio in assenza di alternative reali.
La precarietà nei campamentos
Il documento evidenzia inoltre che, sebbene tra il 2023 e il 2025 ne siano stati chiusi almeno 346, meno del 30% di questi casi corrisponde a un reale trasferimento in abitazioni definitive. Molti insediamenti vengono smantellati a causa di sgomberi, spostamenti o migrazioni verso altre occupazioni informali. La precarietà resta altissima anche nei campamentos più consolidati: oltre il 60% delle abitazioni non dispone ancora di collegamenti regolari ad acqua potabile o elettricità. Parallelamente, cresce la minaccia degli sfratti: almeno 447 di questi risultano esposti a possibili sgomberi, con più di 43.500 famiglie coinvolte. Il rapporto segnala anche un forte paradosso sociale: gli abitanti dei campamentos non sono perlopiù esclusi dal lavoro, ma famiglie lavoratrici che, pur avendo un reddito, non riescono più a sostenere il mercato immobiliare del loro Paese. Nonostante un’elevata organizzazione comunitaria — il 78% degli insediamenti possiede una direzione attiva e quasi il 70% un comitato abitativo formalmente costituito — soltanto il 4% dei campamentos dispone oggi di un progetto abitativo collettivo in fase di realizzazione, segno di una distanza crescente tra bisogni sociali e capacità delle politiche pubbliche di rispondere all’emergenza. Questo significa, dunque, che per le famiglie che attraversano delle difficoltà economiche, non basta un lavoro e un reddito per poter ambire a un’abitazione normale. Una situazione che fa luce su una più ampia povertà strutturale nel Paese cileno.
Il messaggio della Conferenza episcopale
La situazione di difficoltà in Cile è stata anche sottolineata dalla Conferenza episcopale locale: viene descritto un Paese attraversato da una crescente frammentazione sociale e politica. Conseguentemente, viene chiesto con forza di «recuperare la pace sociale e il dialogo politico» come base autentica del progresso nazionale. I campamentos in Cile raccontano, ad oggi, una realtà alternativa rispetto a quello che viene spesso visto come un Paese modello di stabilità in Sud America. Un sistema in cui migliaia di famiglie lavorano, resistono e costruiscono comunità, ma restano escluse dal diritto fondamentale a una casa dignitosa. Proprio da questa frattura emerge la contraddizione più profonda del Cile in questo momento: la crescita economica non basta quando intere fasce della popolazione continuano a vivere nell’incertezza, nell’attesa e nella precarietà. E forse la vera sfida, come ricordano anche i vescovi cileni, non riguarda soltanto l’edilizia o il mercato immobiliare, ma la capacità del Paese di ritrovare coesione sociale, ascolto e senso di comunità.
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