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Sono oltre 120.000 le famiglie che vivono oggi nei campamentos, insediamenti informali che spesso sono collocati nelle periferie delle città Sono oltre 120.000 le famiglie che vivono oggi nei campamentos, insediamenti informali che spesso sono collocati nelle periferie delle città 

Cile, la contraddizione delle periferie invisibili

La precarietà, nel Paese dell'America meridionale, resta altissima anche nei campamentos più consolidati: oltre il 60% delle abitazioni non dispone ancora di collegamenti regolari ad acqua potabile o elettricità. Parallelamente, cresce la minaccia degli sfratti: almeno 447 di questi risultano esposti a possibili sgomberi, con più di 43.500 famiglie coinvolte

di Matteo Frascadore

Il paradosso del Cile: una delle economie più solide e stabili dell’America Latina che vede il proprio territorio attraversare una forte crisi abitativa. La peggiore degli ultimi decenni. È quanto emerge dal Catastro nacional de campamentos 2024-2025 pubblicato da Techo-Chile. Sono almeno 120.584 le famiglie che vivono oggi nei campamentos, insediamenti informali che spesso sono collocati nelle periferie delle città. Si tratta del dato più alto registrato dal 1996 e di complessi come questi se ne contano 1.428.

La base di una crescita scarsa

Rispetto all’ultima rilevazione, gli insediamenti informali sono aumentati del 10,6% e oltre 6.000 nuove famiglie sono entrate in queste strutture tra il 2023 e il 2025. Nonostante gli interventi pubblici degli ultimi anni, il fenomeno in questione rappresenta l’unico segmento del deficit abitativo cileno a non diminuire e a rimanere una ferita aperta del sistema. Alla base di questa crescita vi sono il costo insostenibile degli affitti, i bassi salari e l’impossibilità per molte famiglie di accedere a una casa stabile. E i tempi sono lunghi e rappresentano un vero e proprio ostacolo: il 35% delle famiglie attende, infatti, una soluzione abitativa da più di quattordici anni. Secondo Gonzalo Rodríguez, direttore esecutivo di Techo-Chile, migliaia di persone restano “intrappolate” nei campamentos per oltre un decennio in assenza di alternative reali.

La precarietà nei campamentos

Il documento evidenzia inoltre che, sebbene tra il 2023 e il 2025 ne siano stati chiusi almeno 346, meno del 30% di questi casi corrisponde a un reale trasferimento in abitazioni definitive. Molti insediamenti vengono smantellati a causa di sgomberi, spostamenti o migrazioni verso altre occupazioni informali. La precarietà resta altissima anche nei campamentos più consolidati: oltre il 60% delle abitazioni non dispone ancora di collegamenti regolari ad acqua potabile o elettricità. Parallelamente, cresce la minaccia degli sfratti: almeno 447 di questi risultano esposti a possibili sgomberi, con più di 43.500 famiglie coinvolte. Il rapporto segnala anche un forte paradosso sociale: gli abitanti dei campamentos non sono perlopiù esclusi dal lavoro, ma famiglie lavoratrici che, pur avendo un reddito, non riescono più a sostenere il mercato immobiliare del loro Paese. Nonostante un’elevata organizzazione comunitaria — il 78% degli insediamenti possiede una direzione attiva e quasi il 70% un comitato abitativo formalmente costituito — soltanto il 4% dei campamentos dispone oggi di un progetto abitativo collettivo in fase di realizzazione, segno di una distanza crescente tra bisogni sociali e capacità delle politiche pubbliche di rispondere all’emergenza. Questo significa, dunque, che per le famiglie che attraversano delle difficoltà economiche, non basta un lavoro e un reddito per poter ambire a un’abitazione normale. Una situazione che fa luce su una più ampia povertà strutturale nel Paese cileno.

Il messaggio della Conferenza episcopale

La situazione di difficoltà in Cile è stata anche sottolineata dalla Conferenza episcopale locale: viene descritto un Paese attraversato da una crescente frammentazione sociale e politica. Conseguentemente, viene chiesto con forza di «recuperare la pace sociale e il dialogo politico» come base autentica del progresso nazionale. I campamentos in Cile raccontano, ad oggi, una realtà alternativa rispetto a quello che viene spesso visto come un Paese modello di stabilità in Sud America. Un sistema in cui migliaia di famiglie lavorano, resistono e costruiscono comunità, ma restano escluse dal diritto fondamentale a una casa dignitosa. Proprio da questa frattura emerge la contraddizione più profonda del Cile in questo momento: la crescita economica non basta quando intere fasce della popolazione continuano a vivere nell’incertezza, nell’attesa e nella precarietà. E forse la vera sfida, come ricordano anche i vescovi cileni, non riguarda soltanto l’edilizia o il mercato immobiliare, ma la capacità del Paese di ritrovare coesione sociale, ascolto e senso di comunità.

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31 maggio 2026, 12:12