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Vasari e Roma, la costruzione di un metodo

La mostra ai Musei Capitolini – Palazzo Caffarelli, visitabile fino al 19 luglio, mette a fuoco il nodo centrale della figura di Vasari: il rapporto con Roma come processo di formazione e costruzione teorica. È qui che prende forma il suo metodo — fondato sul disegno, sul confronto diretto con le opere e sulla capacità di ordinarle in sistema — destinato a «Le Vite» e a ridefinire il ruolo dell’artista nel Cinquecento

Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

Quando Giorgio Vasari arriva a Roma nel 1532, non incontra soltanto un patrimonio di opere: mette a fuoco un metodo. Lo dirà lui stesso, ricordando come nella città non rimase cosa notabile […] che in mia gioventù non disegnassi. Copiare, confrontare, selezionare: il disegno diventa lo strumento attraverso cui comprendere e ordinare le arti. Come ha sottolineato Claudio Parisi Presicce, sovrintendente capitolino, il metodo nasce da questa pratica radicale. Antichità, pitture, architetture, senza distinzione. È in questa esercitazione continua che il disegno diventa per Vasari uno strumento di conoscenza e di organizzazione.

Allestimento della mostra a Palazzo Caffarelli.
Allestimento della mostra a Palazzo Caffarelli.

La mostra «Vasari e Roma: l’inventore della “Maniera Moderna”» ai Musei Capitolini – Palazzo Caffarelli, visitabile fino al 19 luglio 2026, promossa da Roma Capitale con la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e organizzata da MetaMorfosi con Zètema, nasce come momento conclusivo delle celebrazioni per i 450 anni dalla morte dell’artista.

Ascolta l'intervista integrale con Alessandra Baroni


Curata dalla storica dell’arte Alessandra Baroni, l'esposizione si costruisce attraverso una rete di prestiti, che coinvolge istituzioni italiane e internazionali – dalle Gallerie degli Uffizi alla Biblioteca Apostolica Vaticana, dal Museo e Real Bosco di Capodimonte alla Pinacoteca Nazionale di Siena – restituendo il contesto della sua formazione. L’allestimento evita la sequenza puramente biografica e organizza il percorso per nuclei che seguono i diversi soggiorni romani e i contesti di lavoro. «La mostra si chiama Vasari e Roma, e non Vasari a Roma, perché Roma è un’evocazione», osserva Baroni, indicando una presenza che attraversa l’opera anche oltre i soggiorni. «Evocare Roma nell’opera di Vasari significa evocare una Roma archeologica, ma anche rinascimentale», precisa, «fatta di modelli che hanno determinato lo sviluppo del linguaggio artistico del tardo Rinascimento». Non è un riferimento generico: il Torso del Belvedere, l’Apollo, l’Ercole Farnese sono per Vasari matrici attive, non repertorio antiquario.

Allestimento della mostra "Vasari e Roma". Il calco del Torso del Belvedere.
Allestimento della mostra "Vasari e Roma". Il calco del Torso del Belvedere.

Le tappe: una formazione per ritorni

Il percorso segue una scansione precisa: il primo soggiorno nell’Urbe nel 1532, il ritorno nel 1538, quindi gli anni Quaranta e Cinquanta, fino all’ultima fase tra il 1570 e il 1573. Una serie di ritorni che segnano passaggi diversi della formazione.
All’ingresso, il calco del Torso del Belvedere si impone allo sguardo: inserito come riferimento, spicca per nitore e mette la forma in primo piano. È una presenza che apre la lettura della mostra.
Roma è insieme antica e contemporanea. Da un lato le sculture antiche, dall’altro i modelli moderni. Tra questi ultimi Raffaello, che Baroni definisce «il primo amore folle» di Vasari: un riferimento costante, che orienta lo studio della composizione e dello spazio.

Opere: un percorso leggibile

Il percorso rende visibile questa costruzione. Tra le opere esposte, la Resurrezione realizzata con Raffaellino del Colle (1545 ca.) e quella della Pinacoteca Nazionale di Siena (1550) mostrano una struttura ormai consapevole dello spazio e della narrazione: le figure si dispongono su piani distinti ma comunicanti, organizzati attorno all’asse verticale del Cristo, che emerge come fulcro visivo e teologico, mentre la luce delinea le forme e costruisce lo spazio. La Natività di Camaldoli (1538), la cosiddetta Notte di Camaldoli, testimonia un momento di passaggio: la fonte luminosa – il corpo del Bambino – costruisce l’immagine dall’interno, secondo un effetto dichiarato dallo stesso Vasari, che sperimenta una pittura ancora legata a suggestioni raffaellesche, ma già orientata verso una soluzione personale. Più tarda, l’Orazione nell’Orto (1571) restituisce un linguaggio ormai stabilizzato: lo spazio si semplifica, le figure si fanno più compatte, l’invenzione si concentra nella relazione tra gesto e ambiente, segno di una pratica ormai pienamente consolidata. Chiude idealmente il percorso l’Annunciazione (1570–1571), proveniente dal Móra Ferenc Múzeum di Szeged, testimonianza dell’ultima stagione dell’artista. Accanto ai dipinti, disegni, lettere e medaglie ricostruiscono il laboratorio vasariano, cioè il processo e non solo l’esito.

Una sala della mostra ai Musei Capitolini - Palazzo Caffarelli.
Una sala della mostra ai Musei Capitolini - Palazzo Caffarelli.

Viaggi e incontri: Venezia, Mantova, Napoli

A partire dagli anni Quaranta, la formazione si amplia attraverso i viaggi. Anche grazie all’intermediazione di figure come Bindo Altoviti e Paolo Giovio, Vasari entra in contatto con ambienti decisivi per la sua attività. Chiamato a Venezia da Pietro Aretino, entra in un contesto che sarà importante anche per la futura scrittura del Le Vite. Nel viaggio di ritorno passa da Mantova, dove incontra Giulio Romano impegnato a Palazzo Te: qui apprende la gestione del cantiere e la capacità di coordinare le arti attraverso il disegno. Un modello che applicherà poi nei cantieri romani e fiorentini. Anche l’esperienza napoletana contribuisce a questa maturazione, rafforzando la dimensione progettuale del suo lavoro. In questi spostamenti Vasari costruisce un metodo comparativo, che mette in relazione opere, tecniche e modelli diversi.

Disegno, progetto, Accademia

Il disegno è il punto di sintesi. «Tutte le tecniche sono accomunate dal disegno», osserva Baroni, precisando che «il disegno è anche il progetto». Quindi non solo pratica, ma principio che organizza le arti. Da qui nasce un cambiamento strutturale. L’artista esce dalla bottega, si forma nel confronto diretto con le opere. «Vuole conoscere tutti», insiste la curatrice, indicando una tensione nuova verso l’esperienza. La fondazione dell’Accademia del Disegno a Firenze, voluta insieme a Cosimo I de’ Medici, traduce questo passaggio in forma istituzionale; su quel modello nascerà poi a Roma l’Accademia di San Luca. L’apprendimento esce dalla bottega e si fonda su un confronto diretto con le opere.

Giorgio Vasari, Lettera a Michelangelo per intercedere con Giulio III a favore del pagamento della tavola con la “Chiamata di san Pietro” 12 febbraio 1559, Firenze, Archivio Buonarroti, XI, n. 762.
Giorgio Vasari, Lettera a Michelangelo per intercedere con Giulio III a favore del pagamento della tavola con la “Chiamata di san Pietro” 12 febbraio 1559, Firenze, Archivio Buonarroti, XI, n. 762.

Le "Vite": una lezione

In questo contesto nascono Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori. «Vasari le scrive non come un trattato per gli intellettuali, ma come lezione alle nuove generazioni di artisti» spiega la curatrice. La scrittura prosegue la pratica: osservare, selezionare, ordinare. Vasari vuole che ciò che ha visto e compreso non vada perduto — che il metodo costruito nel confronto diretto con le opere diventi patrimonio comune. Michelangelo rappresenta il culmine di questo sistema, il «modello supremo» capace di trasformare la natura attraverso l'invenzione: non solo il più grande, ma la prova che l'arte può tendere verso qualcosa che la supera.

Allestimento della mostra "Vasari e Roma".
Allestimento della mostra "Vasari e Roma".

Roma e il Vaticano: gli anni Settanta

L'ultima fase riporta Vasari a Roma, negli anni Settanta, nei cantieri vaticani. Qui lavora per la committenza pontificia nella Torre Pia e nella Sala Regia, dove affresca cicli di grande respiro narrativo: scene di storia sacra e celebrazione della Chiesa che richiedono la gestione di spazi architettonici complessi. Tra i prestiti della mostra spiccano documenti e disegni dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, che illuminano questo laboratorio finale. È la verifica ultima di un metodo costruito in quarant'anni di lavoro. Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani, richiama l'attenzione su questo ambito ancora «poco noto al grande pubblico», ma centrale per comprendere l'artista: è qui, nei cantieri della sede apostolica, che il disegno come principio ordinatore trova la sua applicazione più ambiziosa.

Giorgio Vasari e Raffaello del Colle, detto Raffaellino, Resurrezione, 1545 ca. olio su tavola, cm 117 x 73m Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte.
Giorgio Vasari e Raffaello del Colle, detto Raffaellino, Resurrezione, 1545 ca. olio su tavola, cm 117 x 73m Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte.

Un prima e un dopo

Il punto che emerge è netto. «C'è un prima e un dopo Vasari», afferma Baroni. Non solo per la qualità delle opere, ma per la costruzione di un sistema che tiene insieme osservazione, progetto e racconto. Roma è il luogo in cui questo sistema prende forma — non uno sfondo, ma un meccanismo attivo, una città che si lascia misurare. Vasari impara qui a vedere, e impara che vedere non basta: bisogna ordinare, trasmettere, costruire una forma capace di durare. È questa la lezione che Le Vite consegnano alle generazioni successive, e che la mostra ai Musei Capitolini restituisce con precisione: non un catalogo di grandezze, ma il racconto di come un metodo nasca dall'incontro ostinato con le opere.

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22 aprile 2026, 10:45