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Ute Lemper in Italia: “Il teatro è amore”

La cantante e attrice tedesca attesa a Roma per la prima del suo nuovo spettacolo “Paris Paris”, che porterà in altre città del Paese

Rosario Tronnolone - Città del Vaticano

Una grande artista del palcoscenico si prepara a una tournée tra Roma, dove farà il suo debutto, e diverse altre località italiane. Ute Lemper sarà il 20 aprile al Parco della Musica con il suo nuovo spettacolo “Paris Paris”, quindi si muoverà da nord a sud toccando Padova, Venezia, Bari e Pisa. La cantante e attrice ha parlato con i media vaticani da New York appena prima della sua partenza per l’Italia.

Ascolta l'intervista di Ute Lemper

Miss Lemper, ho letto il suo libro e penso che la narrazione abbia una grande importanza in tutti i suoi spettacoli.

Giusto, la narrazione in fondo è l’anima della storia: è necessario trovare il fil rouge, la sorgente e l’essenza di ciò che vuoi raccontare e scrivere, sviluppare e far evolvere. Comincia dall’osservazione: io sono una persona piuttosto tranquilla, anche se sul palcoscenico non sono poi così tranquilla, ma sono una buona osservatrice e sono in grado di vedere la gente, vedere come si muove, cosa prova, vedere le circostanze, la città, le influenze che ci rendono ciò che siamo, che ci fanno soffrire o ci rendono felici, che ci danno la libertà che abbiamo o che non abbiamo. Nel corso degli anni ho vissuto una serie di capitoli… capitoli esplosivi della storia, come la caduta del Muro di Berlino, l’unificazione del Paese, gli anni della Guerra Fredda, i miei primi tour internazionali ancora al tempo della Guerra Fredda, la vecchia Europa divisa da valute diverse e da idee ancora molto nazionalistiche, e poi la nuova Europa negli anni Novanta, la mia vita in America, la mia vita a Parigi, a Londra, a Berlino, i miei tour in tutto il mondo, durante i quali ho incontrato persone di culture e tradizioni diverse, legate o meno al loro paese d’origine… È stato un  viaggio molto interessante e ho pensato che ci fosse tanto da raccontare. In più, naturalmente, il mio viaggio interiore come persona, come madre, come donna, una donna che ha già vissuto molti anni di scoperta e di definizione della sua identità e della sua partecipazione e che si confronta anche con l’avanzare dell’età.

Ora porta uno spettacolo al Parco della Musica, intitolato “Paris Paris”, nel quale proporrà alcune canzoni dei più grandi chansonniers, come Edith Piaf, Jacques Brel e Barbara. Qual è il percorso che seguirà in questo concerto, cosa ci racconterà?

Canto canzoni francesi da molto tempo, perché ho vissuto tanti anni a Parigi e ho sempre trovato la canzone francese molto speciale: è poetica, filosofica, malinconica, ha molto sentimento ed è piuttosto sommessa, non gridata, è molto introversa, e riflette la condizione umana. Finalmente, dopo tutti questi anni, ho voluto dedicare una serata interamente alla canzone francese: dopo aver realizzato tanti progetti diversi, Marlene Dietrich, Pablo Neruda, Coelho, Bertolt Brecht, Tango Argentino, ho pensato che fosse tempo di fare uno spettacolo interamente dedicato a questo “sentimento francese”. E la prima sarà a Roma. È un’idea che mi è venuta quando mi hanno chiesto: “Ute, cosa vuoi fare ora? Hai fatto Marlene Dietrich, ha fatto questo e quest’altro…” “Beh, forse provo a fare un nuovo spettacolo!” E appena l’ho detto, il mio cervello ha cominciato a lavorare: “Ora devo scrivere, e mettere insieme, e trovare il percorso, il fil rouge come dicevamo, la storia…”. Sì, è stato molto divertente e sono felice di portarlo a Roma. Amo quel momento magico che furono gli anni Cinquanta e Sessanta e ritrovare Parigi con la bellezza della città, i filosofi, il sentimento, l’amore, l’esistenzialismo che era dietro tutto questo è un’osservazione potente dell’umanità.

Mentre preparavo la nostra intervista, ieri sera ho riascoltato la sua interpretazione di “Ne me quitte pas” di Jacques Brel. Essa stessa è in sé un’esperienza particolare perché leggevo nel suo libro che ha scelto questa versione che non era intesa come una registrazione, ma solo come una sorta di prova...

Sì, è vero, lo ricordo. È stato molti anni fa, almeno vent’anni fa, forse di più, a Londra. L’orchestra non era lontana, ero accanto a loro nella sala, potevamo guardarci, e il direttore disse: “Proviamola una volta”. E nell’istante in cui cominciarono a suonare, sentii l’energia, la tristezza della musica… l’orchestrazione per archi era bellissima e mi sono lasciata andare, ho cercato di immergermi in essa. Forse dopo questa prima versione ce ne furono altre tecnicamente più perfette, o più adatte all’incisione su disco, ma non c’era l’emozione originale, l’intuizione originale di abbracciare semplicemente quel momento della vita attraverso il canto e l’immersione nella musica.

La prima volta che lessi il suo nome su un giornale e vidi un suo ritratto, diversi anni fa, lei veniva paragonata a Marlene Dietrich. E se ricordo bene la stessa Dietrich dichiarò che lei era l’unica sua degna erede. Lei scrisse alla Dietrich e lei le telefonò, vero?

Sì, ma non so se abbia davvero detto questo, non credo. Però aveva sentito parlare di me. Era il 1987 e stavo interpretando Sally Bowles nell’edizione parigina di “Cabaret” e lei viveva da sola a Parigi nel suo appartamento che non aveva più lasciato da oltre dieci anni, perché non voleva essere vista ora che era invecchiata. Io lessi che mi avevano paragonata a lei e mi presi la libertà di scriverle una lettera… Non so, fu l’impulso del momento, non so bene perché lo feci, ma credo fosse per scusarmi con lei per esserle stata paragonata, ero molto umile. E lei mi rintracciò – a quell’epoca non c’era Internet, c’era solo il telefono con il filo e un disco per formare il numero – ma lei mi rintracciò nell’hotel dove alloggiavo e avemmo una lunga conversazione per quasi tre ore. Fu un’esperienza travolgente per me, ero molto giovane, avevo ventiquattro anni, e lei mi parlò della sua vita, mi confidò i suoi segreti, mi aprì il suo animo, recitò versi di Rainer Maria Rilke… Era un po’ arrabbiata, ma soprattutto triste e amareggiata, per il suo rapporto con la Germania e per l’insensibilità della gente che mancava di tatto. Lei era davvero così, si aprì completamente. E molti anni dopo, trent’anni dopo – all’inizio ho tenuto tutto per me, ne parlai a pochissime persone, e non rivelai molto perché mi aveva davvero colpita – ma poi, trent’anni dopo, ho deciso di farne uno spettacolo, “My Rendez-vous with Marlene”, la mia commedia nella quale le telefono come la giovane Ute che ero e poi mi trasformo nella Marlene anziana che parla della sua vita. Questo è lo spettacolo e questa è la storia che volevo raccontare su Marlene: non è una storia di solo glamour, è la storia di una donna invecchiata, sola nel suo appartamento, che pensa ad alta voce e parla, parla in un lungo monologo con se stessa.

Lei ha una grande generosità sul palcoscenico, è qualcosa che si sente dal pubblico. Vorrei sapere come si prepara a questo, e che cosa è davvero importante per lei quando è in scena.

Non è qualcosa che puoi veramente preparare, è solo quando arriva il momento… Perché se lo controlli con la preparazione e ti prefiggi di ottenerlo, non puoi prevederlo. È solo che quando arriva il momento e sali in palcoscenico, e racconti la storia, la racconti col massimo della verità che puoi trovare. In fondo diventi trasparente: il mio ego se ne va da un’altra parte, non è più lì. C’è solo la storia, il sentimento, e l’essere trasparenti… Col tempo ho imparato che è un’esperienza così potente anche per me che a volte mi fa venire la pelle d’oca. Quando ero giovane facevo tutto con forza ed energia, sia ballare che cantare, ma col passare degli anni sento sempre di più che è tanto potente essere sommessi, cantare un pianissimo, e lasciare che gli spettatori entrino nel mondo della canzone, della storia, senza forzali, solo condividendo il momento con loro. Penso sia un aspetto e un sintomo meraviglioso dell’invecchiare, il fatto di capire, e aprirsi, e diventare trasparente per questo messaggio. Sì, trovo che sia generoso, perché ho sempre pensato che il palcoscenico fosse qualcosa di speciale, dove non puoi fingere, né risparmiarti, o salvaguardarti. È chiaro che a volte ci sono circostanze che ti costringono ad un compromesso: magari la voce è stanca, o hai un dolore fisico, o non stai bene… È più difficile a volte essere così aperti, ma è anche vero che è molto umano non essere perfetti e doversi adattare al fatto che il tuo corpo e il tuo strumento non sono al cento per cento. Tuttavia devo dire che amo ancora stare sul palcoscenico, perché è qualcosa di molto speciale e intenso. È come essere in un tempio.

Lei ha scritto che associa la parola “teatro” alla parola “amore”...

Sì, è vero. Non ricordo di averlo detto, ma sono d’accordo, perciò devo averlo detto perché sono totalmente d’accordo. È una cosa che fai con grande amore. E l’amore ha tante diverse sfaccettature. Non è solo generosità, ma raggiunge l’intera turbolenza emozionale e spirituale della vita.

C’è un numero in particolare, una canzone che lei attende come il culmine dello spettacolo?

In questo spettacolo a Roma canterò molte canzoni nuove per me, devo ancora verificare come mi sentirò, non sono ancora sicura di quale sarà il mio momento preferito, ma di solito ognuna è la mia preferita, ogni istante è il mio preferito. E di solito mi piace quando a volte ci sono momenti in cui improvvisi un po’ e ti lasci andare... Magari non canti, ma giochi con i musicisti, e ti godi quel momento di improvvisazione, di intuizione, di creatività, anche questo mi piace molto. Ma certo amo sempre naturalmente le canzoni Je ne sais pas e Ne me quitte pas di Jacques Brel, o Avec le temps di Leo Ferré, mi piace Les feuilles meurtes con i versi di Jacques Prévert. Anche le canzoni della Piaf mi piacciono molto, ma sono le più difficili da cantare perché richiedono una voce piena. Insomma, ci sono moltissimi momenti che amo e in fondo ognuna delle canzoni è la mia preferita.

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17 aprile 2026, 14:09