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Rifugiati sudanesi al valico di Adre, in Ciad Rifugiati sudanesi al valico di Adre, in Ciad 

Sudan, dopo tre anni di guerra è sfollata una persona su quattro

Il grave conflitto esploso il 15 aprile 2023 è causa della più grave crisi di sfollamento al mondo con almeno 15 milioni di sudanesi coinvolti. Ai media vaticani la testimonianza di un'operatrice umanitaria dell'Unhcr nello Stato meridionale del White Nile: "Arrivano sfollati interni dalle zone di conflitto aperto nel Kordofan centrale e meridionale" ma "anche rifugiati dal Sud Sudan" dove pure c'è un aumento delle ostilità

Valerio Palombaro - Città del Vaticano

Il Sudan è sempre più dilaniato da una cruenta guerra che in tre anni ha generato la più grave crisi degli sfollati al mondo. I combattimenti si spengono in alcune aree del Paese, ma divampano in altre generando continui spostamenti di persone disperatamente alla ricerca di luoghi sicuri. 

Un popolo in fuga dalla guerra

Almeno 15 milioni di sudanesi sono stati costretti a lasciare le loro case dal 15 aprile 2023: più di 11 milioni sono sfollati interni e 4 milioni cercano rifugio nei Paesi vicini. Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), oggi è sfollato un sudanese su quattro: per molti di loro si tratta di un ciclo ripetuto di fuga verso una relativa sicurezza, prima di dover fuggire di nuovo. «Il conflitto è molto acceso nel Darfur, nel Kordofan e, nelle ultime settimane, si è esteso nella zona del Blue Nile, ovvero nella parte est del Paese vicino al confine con l’Etiopia», dichiara ai media vaticani Antonia Vadalà, associate reporting officer dell’Unhcr in Sudan, facendo notare d’altra parte che alcune zone stanno faticosamente ritrovando una relativa stabilità: «A Khartoum (riconquistata nel marzo 2025 dalle Forze armate sudanesi dopo sanguinose battaglie con le Forze di supporto rapido, n.d.r) sono tornate più di un milione e mezzo di persone e ci sono Stati come Al Jazeera e Sennar, nel sud-est, che all’inizio della guerra erano molto colpite dai combattimenti mentre ora sono più stabili». 

Ascolta l'intervista con Antonia Vadalà

L'instabilità al confine tra Sudan e Sud Sudan

Vadalà lavora a Kofti, nello Stato meridionale del White Nile, vicino al confine con il Sud Sudan. «Kofti si trova al momento nel mezzo — ci spiega al telefono —: è una città più o meno stabile, anche se abbiamo visto un aumento degli attacchi tramite droni nelle ultime settimane ed è molto vicina al Kordofan. Quindi abbiamo afflussi giornalieri di sfollati interni che arrivano dalle zone di conflitto aperto nel Kordofan centrale e meridionale. Nel White Nile contiamo circa 400.000 sfollati interni e in più abbiamo i rifugiati che arrivano dal Sud Sudan dove pure c’è un aumento delle ostilità e il conflitto è ripreso nello Stato dell’Alto Nilo. Abbiamo dieci campi profughi che ospitano altri 400.000 rifugiati dal Sud Sudan. Quindi ci sono circa 800.000 sfollati nello Stato del White Nile, con arrivi giornalieri in aumento». Questi numeri in aumento sono dovuti, oltre ai combattimenti nelle regioni limitrofe e nel vicino Sud Sudan, anche ai rifugiati sudanesi che rientrano: «Perché i sudanesi vogliono ritornare nel loro Paese e dove vedono un spiraglio vanno».  

Aiuto ai più vulnerabili

L’Unhcr accoglie queste persone con tende, alloggi comunitari e beni di prima necessità. «Si va dai kit per cucinare, ai materassi per dormire o ai secchi per raccogliere l’acqua — racconta Vadalà —. Le persone, che in maggioranza sono donne e bambini, arrivano in condizioni terribili e in grave stato di trauma psicologico, e in alcuni casi anche fisico; quindi c’è un impegno di guidarli verso le strutture competenti dove possano ricevere il supporto necessario». I bambini, insieme alle donne, sono quelli che soffrono di più per il conflitto. «Molti di loro si sono ritrovati separati dalle proprie famiglie — evidenzia l’operatrice umanitaria di Unhcr —. Si conta, ad esempio, che circa 58.000 bambini sono arrivati da soli nei Paesi vicini, quindi attraversando confini, separati dalle loro famiglie durante la fuga, e spesso si sono ritrovati anche feriti e profondamente traumatizzati». E poi c’è tutto il problema legato all’istruzione: «Da una parte i bambini si ritrovano a essere praticamente adulti a causa del conflitto e si trovano a dover aiutare le loro famiglie anche dal punto di vista lavorativo; dall’altra le scuole in molti casi sono state adibite a campi per sfollati, per cui c’è tutto un lavoro per far tornare le aule luogo di istruzione e per ricostruire un sistema educativo necessario al fine di ridare a questi bambini un futuro». 

La spirale delle guerre

Ma sulle prospettive di un futuro migliore pesa anche la scarsa attenzione internazionale e il taglio ai finanziamenti allo sviluppo. «Si tratta di un taglio reale — assicura l’associate officer di Unhcr —. A partire da gennaio abbiamo avuto veramente pochissimi fondi disponibili e ci siamo trovati costretti a dover scegliere tra gli interventi da fare. L’Unhcr ha ricevuto soltanto il 16 per cento dei fondi di cui ha bisogno e siamo già a metà aprile». Un duro impatto sul martoriato Sudan lo ha anche il conflitto in Medio Oriente e la chiusura dello stretto di Hormuz. «Lo abbiamo visto nelle ultime settimane, soprattutto con l’aumento del prezzo del petrolio e quindi della benzina, che ovviamente ha avuto un impatto diretto sulla stagione agricola in Sudan perché questo è il periodo in cui si iniziano a lavorare i campi con i mezzi agricoli, ma anche con l’incremento dei prezzi dei fertilizzanti. Quindi l’impatto della guerra l’abbiamo toccato con mano e siamo sicuri che ci sarà anche sulla produzione agricola di quest’anno in Sudan». 

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15 aprile 2026, 09:43