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Migranti etiopi durante il loro viaggio lungo la cosiddetta “rotta orientale”, nei pressi di Obock, a Gibuti Migranti etiopi durante il loro viaggio lungo la cosiddetta “rotta orientale”, nei pressi di Obock, a Gibuti  (AFP or licensors)

Il dramma dei migranti sulla "rotta orientale" tra il Corno d'Africa e la Penisola arabica

Attraverso Gibuti e lo Stretto di Bab el-Mandeb, tra Mar Rosso e Golfo di Aden, passa una delle tratte migratorie più pericolose al mondo. Secondo l'Onu nel 2025 si sono registrati più di 900 tra morti e dispersi

Giada Aquilino - Città del Vaticano

Volti tirati, corpi emaciati. Un gruppo di uomini percorre la vasta pianura sabbiosa di Gibuti, bruciata dal sole. Sono migranti e in comune hanno pochi averi, una bottiglietta d’acqua, qualche fagotto, e un tentativo fallito di raggiungere lo Yemen attraverso la cosiddetta “via dell’est” che collega il Corno d’Africa alla Penisola arabica, attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb, tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. Una tratta peraltro vitale per il transito di petrolio, gas naturale e merci fra Asia, Africa ed Europa, diventata ancora più strategica mentre le tensioni tra Stati Uniti e Iran tengono sotto altissima pressione lo Stretto di Hormuz.

Rotta letale

La traversata di fatto non è lunga: in alcuni punti, Gibuti dista una trentina di chilometri dalle coste dello Yemen. Eppure è una delle rotte migratorie più pericolose al mondo: secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dell’Onu (Oim), nel 2025 più di 900 migranti sono morti o scomparsi, facendo segnare il triste primato dell’anno più letale mai registrato lungo quella traiettoria. E anche nei primi mesi di questo 2026 la tendenza non si è purtroppo invertita. A fine marzo, in un naufragio avvenuto vicino Obock, a un centinaio di km a est della città di Gibuti, hanno perso la vita almeno nove migranti e 45 risultano dispersi.

In fuga dall'Etiopia

Tuttavia, quotidianamente tra i 200 e i 300 migranti continuano ad arrivare a Obock per tentare l’ennesimo viaggio della speranza, pagando ai trafficanti di esseri umani l’equivalente di centinaia di euro. La maggior parte proviene dalla vicina Etiopia, percorsa da profonde instabilità e conflitti mai del tutto sopiti. Raccontano di non mangiare da giorni. Solo qualche acacia offre a tratti un po’ d’ombra, con le temperature che raggiungono i 35 °C, nonostante in questo mese di aprile per i locali sia “inverno”.

La disperazione dei viaggi

Jemal Ibrahim Hassan, agricoltore venticinquenne, ha lasciato la sua regione, l’Amhara. Il perché lo spiega all’Afp, che ha realizzato un reportage: «Non avevamo più un posto dove vivere in pace» e così, dal nord dell’Etiopia, ha intrapreso assieme ad altri un tragitto a piedi lungo circa 550 km, in 15 giorni di cammino. «I nostri piedi erano gonfi e coperti di vesciche», ricorda. Sebbene la guardia costiera di Gibuti abbia intensificato gli interventi per cercare di fermare i trafficanti, perlopiù yemeniti, una sera Jemal è riuscito a salire su una barca sovraffollata di migranti, che però non ha mai superato il braccio d’acqua. Ore dopo il natante è stato fermato dalla guardia costiera yemenita e gli occupanti sono stati condotti in un centro di detenzione. «Siamo rimasti lì otto giorni senza cibo, prima che ci rimandassero» a Gibuti, racconta. Jemal ora sta camminando di nuovo, a una cinquantina di km a nord di Obock. Torna in Etiopia, tra incognite e precarietà. 

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30 aprile 2026, 15:00