Pasqua, il “nome nuovo” che cambia lo sguardo sulla storia
di Giulia Galeotti
«Crocifisso alla vigilia di un sabato, Gesù risorge l’indomani di questo stesso sabato: il primo giorno della settimana (…). Questo giorno riceverà ben presto un nome nuovo: il giorno del Signore, Dies domini, la domenica. Esso ricorda ai cristiani la risurrezione di Cristo, li unisce a lui nella sua eucarestia, li indirizza verso l’attesa della sua parusia». Così Pierre-Émile Bonnard illustra la Pasqua cristiana alla voce «Pasqua» del Dizionario di teologia biblica di padre Xavier Leon-Dufour.
Un nome nuovo, dunque, a ricordarci che la Resurrezione non lascia nulla come prima. Che è una rivoluzione radicale, una trasformazione copernicana — anche se noi siamo bravissimi e bravissime a ridimensionarla. A scioglierla nella melassa.
Un nome nuovo: a questo abbiamo pensato inerpicandoci verso la sommità di Monte Isola, sul lago d’Iseo, dirette al santuario arroccato sulla roccia. È dedicato alla Madonna della Ceriola (nome che trova, forse, un nesso con la celebrazione della Candelora), ma quando nel 1836 in Lombardia si diffuse il colera, gli abitanti di Monte Isola, disperati per le tante vittime, saliti in processione fecero voto di consacrare quella domenica se l’epidemia fosse cessata. Cosa che accadde: da allora si festeggia la Madonna del Colera ogni seconda domenica di luglio. Al santuario si accede per una stradina ripida nel bosco. La fatica è ricompensata dalla bellezza della natura, dai colori, dalla pace, dagli scorci spettacolari, dal panorama incredibile, ma anche da varie cappelle nell’ultima parte, appena prima dell’arrivo: una sorta di via crucis integrata con altre scene della vita di Gesù, come ad esempio la Visitazione. Per ogni cappellina sono indicati i finanziatori, tra cui — per l’ottava stazione — una presenza inusuale, quella delle «operaie del retificio Agnesi Peschiera Maraglio»: alla cappella dedicata a Gesù che «consola le figlie di Gerusalemme» hanno pensato dunque le retaie di Monte Isola, donne che per un tempo lunghissimo hanno cucito intrecciando lago, pesca e tradizione.
Un nuovo nome: a questo abbiamo pensato ricordando una scena del romanzo Il marchio (Fandango 2018) di Mariella Mehr (1947-2022) la cui protagonista, Anna, lavora in un ospizio svizzero occupandosi meccanicamente degli anziani. L’arrivo di una nuova ospite fa però scattare in lei qualcosa, riportandola nel passato: scopriremo il legame tra la piccola Anna, di etnia jenisch, e l’ebrea Franziska, chiuse in istituto, oppresse, umiliate, tormentate, emarginate, condividono lo stesso marchio. E in quell’istituto a Pasqua si rappresentavano i misteri della passione: «Le classi superiori del vicino seminario — scrive Mehr — si occupavano delle parti maschili, a eccezione di quella di Giuda, che nessuno dei futuri preti voleva impersonare. Il collegio delle ragazze recitava le parti femminili. Anna, con il suo aspetto orientale, gli occhi cupi e i capelli scuri, recitava (…) Giuda». Anna — a cui finisce per essere quasi naturale affidare la parte che nessuno vuole interpretare —, riuscirà a trovare il suo nuovo nome?
In quanto di etnia jenisch, Mariella Mehr è stata vittima del programma eugenetico governativo (che molti in Svizzera preferiscono dimenticare, e che tanti all’estero ignorano) condotto tra il 1926 e il 1972 contro la comunità zingara. Vittima del piano Kinder der Landstrasse (Bambini di strada), anche Mehr è stata tolta alla madre nella primissima infanzia, sballottata tra famiglie affidatarie, orfanotrofi e istituti psichiatrici subendo violenze, stupri, elettroshock; quindi incarcerata, privata del figlio neonato, sterilizzata, resa totalmente cieca da un occhio, e parzialmente dall’altro, per le atrocità subite. Un trattamento, che era prima toccato a sua madre e che poi verrà riservato a suo figlio.
Eppure in Mehr un nome nuovo, forse, trapela. Perché la rabbia accumulata nei decenni di mostruosi soprusi comincia a prendere una china non autodistruttiva grazie alla scrittura, il cui centro diverrà proprio la denuncia della persecuzione del suo popolo. Chi canta è sempre una donna ferita, araldo di un popolo massacrato, ma a un certo punto si intravede una possibilità. Perché se la rabbia è lì, forte e dolente, questa donna cerca comunque un valico.
Un nome nuovo anche per questa Pasqua 2026, dunque. Un nome nuovo per Maria, per le retaie con Gesù nella cappella di Monte Isola; per la bambina e la scrittrice di etnia jenisch; per tutte le vittime della violenza, dell’odio, dell’abuso di potere, dell’impunità. È per loro, ma è anche per noi il nuovo nome di questa difficile Pasqua.
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