Gaza, ong: a sei mesi dalla tregua, i civili continuano a soffrire
Beatrice Guarrera - Città del Vaticano
Costretti a scappare in seguito agli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano o a seguito dei bombardamenti. Sono 1,9 milioni gli abitanti della Striscia di Gaza che, dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023, sono stati sfollati almeno una volta. Il 90% della popolazione ha dovuto abbandonare ripetutamente la propria casa o il proprio rifugio, spesso dopo aver perso familiari e gran parte dei propri averi. Lo rivelano i rapporti di diverse ong, tra cui l’israeliana B’Tselem. Si stima che, alla fine del primo anno dell’offensiva, gli abitanti di Gaza fossero stati sfollati in media sei volte. I profughi sono stati poi concentrati in aree ristrette, dove le condizioni di vita sono sempre più impraticabili. Aree che, sebbene designate da Israele come zone sicure, sono state sistematicamente bombardate e presidiate dall’esercito israeliano. Nei circa 1.600 campi profughi della Striscia, «le condizioni di vita sono caratterizzate da infestazioni di parassiti e animali nocivi. Le eruzioni cutanee trasmesse da pulci, zecche e altri parassiti sono ormai comuni tra le comunità di sfollati», ha rilevato l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha).
Il piano "sta fallendo"
La situazione sul campo non accenna a migliorare nemmeno a sei mesi dall’entrata in vigore della tregua del 10 ottobre scorso. Secondo un rapporto di cinque organizzazioni umanitarie, pubblicato ieri, il piano di cessate-il-fuoco dell'amministrazione Trump — adottato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 2803 — «sta fallendo». Il documento, redatto dal Consiglio danese per i rifugiati, dal Consiglio norvegese per i rifugiati, da Oxfam, da Refugees International e da Save the Children, ha concluso che non sono stati raggiunti gli obiettivi dichiarati dal piano stesso in materia di protezione dei civili, accesso umanitario, ricostruzione e sviluppo economico, libertà di movimento e di ritorno. «A sei mesi dal cosiddetto cessate-il-fuoco a Gaza, assistiamo al protrarsi delle privazioni pianificate che abbiamo visto durante tutto il periodo delle ostilità», ha dichiarato Jeremy Konyndyk, presidente di Refugees International ed ex alto funzionario umanitario statunitense. «I palestinesi soffrono quotidianamente di grave malnutrizione e di morti evitabili perché molti non hanno accesso in modo affidabile a cibo e servizi di base». Sia i termini dell’accordo, sia i principi cardine del diritto internazionale umanitario richiedono che i beni umanitari entrino a Gaza e che gli operatori umanitari possano svolgere il loro lavoro per salvare vite umane, ha specificato Konyndyk. «L’accordo firmato lo scorso anno si è giustamente impegnato in tal senso: è ora di onorare tali impegni».
Bambini senza scuola
In un incontro online per fare il punto sulla situazione umanitaria, Shurouq, responsabile dei media di Save the Children a Gaza, ha spiegato che i bambini della Striscia non conservano più da anni la routine di andare a scuola e molti devono affrontare il trauma di essere sfollati: «Le scuole sono ancora usate come rifugio, anche se in alcune aree ci sono piccoli sforzi di creare informali e temporanee attività scolastiche, spesso grazie all’impegno di volontari. Iniziative che rimangono comunque limitate e non includono tutti». Nonostante la guerra, «i bambini rimangono sempre bambini» con i loro sogni grandi e a volte difficili da realizzare, ha continuato l’operatrice di Save the Children: «Un piccolo amputato mi ha raccontato che da grande sogna di avere un arto nuovo, un altro invece mi ha detto che vorrebbe una tenda migliore». Anche i minori sognano condizioni più prospere, a partire dal cibo. Eppure nei mercati della Striscia i prodotti continuano a essere troppo costosi. «Se trovi il cibo, non hai il frigo per conservarlo e, se hai il frigo, non hai elettricità per farlo funzionare», ha affermato Ghada Al Haddad, responsabile delle comunicazioni di Oxfam a Gaza. Intanto continuano i raid israeliani: dal 10 ottobre scorso, stando ai dati del ministero della salute locale, sono state uccise almeno 733 persone e ferite 1.913.
Sfollati in Cisgiordania
Anche in Cisgiordania, nello Stato di Palestina, ci sono importanti criticità, come rilevato in un report dell’Ocha sulla situazione umanitaria, rilasciato il 27 marzo. Nei primi tre mesi del 2026 il numero di palestinesi sfollati a causa della violenza dei coloni israeliani e delle restrizioni all’accesso ha raggiunto quota 1.697, superando il totale dell’intero 2025; 38 comunità sono state evacuate in questo contesto dal 2023. Dall’inizio dell’escalation regionale, oltre 150 attacchi dei coloni (ovvero più di sei al giorno) hanno provocato vittime o danni materiali in circa 90 comunità, Secondo un’analisi di Save the Children sui dati delle Nazioni Unite relativi alla violenza dei coloni in Cisgiordania, il numero dei minori palestinesi costretti ad abbandonare le proprie case a causa di queste violenze è decuplicato nel 2026 rispetto al triennio precedente. 685 minori sono stati sfollati nei primi tre mesi del 2026, rispetto a una media di 63 nello stesso periodo dei tre anni precedenti. Nei primi tre mesi del 2025 sono stati sfollati complessivamente 122 bambini, 17 nel 2024 e 51 nel 2023. Solo a gennaio c’erano circa 350 minori tra i quasi 700 palestinesi sfollati forzatamente da nove comunità, con la violenza.
Famiglie sotto minaccia
Le famiglie palestinesi, inoltre, vivono sotto la costante minaccia dei coloni, che hanno ripetutamente incendiato case, veicoli, terreni agricoli e rubato bestiame. L’intensificarsi delle operazioni militari ha aumentato il rischio di caduta di detriti a seguito di intercettazioni missilistiche, insieme all’aumento dei checkpoint e delle chiusure stradali, che hanno ulteriormente isolato le comunità palestinesi vicine agli insediamenti e agli avamposti. In questo contesto, simile a un assedio, «bambini e adolescenti segnalano di essere sempre più spesso molestati e aggrediti mentre si recano a scuola, con conseguente riduzione della frequenza scolastica e del tempo di apprendimento, oltre ad accrescere la paura e il disagio psicologico tra studenti, genitori ed educatori», ha affermato Save the Children. Ne è un esempio Kareem (ndr. nome di fantasia), 16 anni, che vive in un villaggio rurale della Cisgiordania. Mentre va a scuola, viene spesso molestato e aggredito dai coloni, che a volte lo picchiano, gli rubano lo zaino e gli strappano i libri. Il suo tragitto quotidiano verso la classe lo ha definito «il sentiero della paura».
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