Un convoglio si dirige verso l'Hotel Serena, dove sono attesi colloqui di pace tra delegazioni provenienti da Stati Uniti e Iran, a Islamabad, Pakistan Un convoglio si dirige verso l'Hotel Serena, dove sono attesi colloqui di pace tra delegazioni provenienti da Stati Uniti e Iran, a Islamabad, Pakistan 

Medio Oriente, il ruolo del Pakistan nella mediazione tra Iran e Usa

Secondo il Pakistan Global Alumni Network, "Islamabad ha preservato una certa indipendenza dalle alleanze regionali, risultando accettabile per parti che altrove rifiuterebbero di sedersi". Da Delaware, il professor Khan aggiunge che "Islambad sta vivendo un momento favorevole e lo sta sfruttando. Anche se il negoziato fallisse, ne uscirebbe rafforzato". Le incognite interne e il fronte aperto con Kabul

Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

I negoziati tra Stati Uniti e Iran si sono aperti oggi all’hotel Serena di Islamabad. Pur essendo una potenza nucleare e il quinto Paese più popoloso al mondo, il Pakistan ha sorpreso molti osservatori internazionali per la sua capacità di mediazione. Anche perché attualmente è impegnato in una crisi al confine con l’Afghanistan che sta avendo gravi conseguenze anzitutto per la popolazione afghana, martoriata da anni di conflitti.

Le radici della mediazione pakistana

«La credibilità del Pakistan come intermediario ha radici profonde», esordisce Asif Ullah Khan, presidente fondatore del Pakistan Global Alumni Network, una comunità composta da oltre 3000 ex studenti pakistani con formazione internazionale presso le principali istituzioni globali: «Fu il Pakistan a facilitare il viaggio segreto di Henry Kissinger a Pechino nel 1971, permettendo l’apertura tra Stati Uniti e Cina nel pieno della Guerra Fredda. Questo precedente ha consolidato nella memoria diplomatica delle grandi potenze l’idea che il Pakistan sia uno Stato affidabile per trattative altamente riservate». Ora Islamabad intende confermare questa tradizione. In questo specifico caso, aggiunge Khan, «un fattore cruciale ma poco discusso pubblicamente è di natura istituzionale. Dal 1980, dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Iran, il Pakistan ospita ufficialmente la sezione di interessi iraniana all’interno della propria ambasciata a Washington. Per quasi quattro decenni Islamabad è stato un intermediario e un canale diplomatico tra Teheran e Washington».

Il rapporto tra Trump e Munir

Questo legame costruito nel tempo è tornato in primo piano con la seconda presidenza di Donald Trump, come osserva Muhammad Abdul Muqtedar Khan, accademico indoamericano e professore presso il dipartimento di Scienze politiche e relazioni internazionali dell’università del Delaware. «Nel febbraio 2025 Trump ha ringraziato pubblicamente il Pakistan per aver aiutato gli Stati Uniti a catturare il responsabile dell’attentato all’aeroporto di Kabul, in cui morirono 13 marines americani. Successivamente, ci sono stati incontri importanti alla Casa Bianca tra il generale Asim Munir, capo delle Forze armate pakistane, e Trump. Il Pakistan ha sostenuto Trump, lo ha persino candidato al Nobel per la pace e ha appoggiato il processo di pace a Gaza. In questo senso, Munir mi sembra essere la figura chiave di tutto questo processo». 

Il ruolo della Cina

Non bisogna poi dimenticare il rapporto tra Islamabad e Pechino, riprende Asif Ullah Khan: «Il partenariato strategico con la Cina è stato definito da entrambe le parti una “fratellanza di ferro”. Per l’Iran, questo è rilevante: Islamabad ha preservato una certa indipendenza dalle alleanze regionali, risultando accettabile per parti che altrove rifiuterebbero di sedersi allo stesso tavolo». Inoltre, prosegue, «a differenza di altri possibili mediatori, il Pakistan, in quanto Stato musulmano non arabo e non persiano, può muoversi tra linee di frattura settarie ed etniche che limitano altri attori».

La questione afghana

La speranza è che questa capacità di mediazione di Islamabad possa funzionare anche per attutire il conflitto che riguarda il Pakistan stesso e l’Afghanistan. Da Delaware, il professor Khan afferma che «Islambad sta vivendo un momento favorevole e lo sta sfruttando. Anche se il negoziato fallisse,  ne uscirebbe rafforzato, ancor più dopo i tentativi dell’India di isolare diplomaticamente il Pakistan in quanto Paese sponsor del terrorismo. Perciò, il rafforzamento della sua posizione internazionale, assieme al patto di difesa con l’Arabia Saudita e alle pressioni da parte di Stati Uniti, Qatar, Arabia Saudita e Cina, potrebbe pacificare le tensioni con l’Afghanistan». A questo, il presidente del Pakistan Global Alumni Network aggiunge che «la Cina sta mediando per una stabilizzazione in Afghanistan e c’è un cauto ottimismo».

I problemi interni di Islamabad

Il Pakistan ha comunque molteplici problemi sul fronte interno e, perciò, prosegue Asif Ullah Khan,  «diversi miei colleghi hanno sottolineato che, rispetto ad altri mediatori, il nostro Paese ha molto da perdere in caso di fallimento. L’economia è fragile e fortemente esposta al conflitto. Riceve circa 30 miliardi di dollari annui in rimesse, in gran parte da lavoratori nei Paesi del Golfo, la cui stabilità dipende dalla pace regionale. Inoltre, le importazioni energetiche dipendono dallo Stretto di Hormuz. A ciò si aggiunge il fattore geografico: un confine di 900 chilometri con l’Iran e una lunga esperienza delle conseguenze dell’instabilità regionale, come dimostrato dal conflitto afghano. Il rischio principale è un isolamento economico». Ecco perché, conclude, «per un Paese sotto pressione regionale, l’impegno internazionale è preferibile al ripiegamento. Ritirarsi significherebbe isolarsi ancora di più. Il ruolo del Pakistan invece è facilitare il dialogo e mantenere aperti i canali. Ad ogni modo, il fatto che un Paese radicato nella tradizione islamica faccia da ponte tra una potenza occidentale e una repubblica islamica ha un valore importante nel dialogo tra civiltà diverse».

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

11 aprile 2026, 11:39