Migranti stremati nel deserto al confine tra Tunisia e Libia Migranti stremati nel deserto al confine tra Tunisia e Libia

Migrazioni, padre Ripamonti: “Servono vie di vita, non rotte di morte"

Le parole pronunciate da Leone XIV ad Algeri, con il richiamo al Mediterraneo e al Sahara come “cimiteri” per migranti e alla piaga del traffico di esseri umani, trovano eco nelle riflessioni del presidente del Centro Astalli: "L'Europa rimetta al centro la dignità e la vita delle persone"

Stefano Leszczynski – Città del Vaticano

“Queste vie di migrazione che il Papa ha ricordato nel corso della prima giornata del suo viaggio in Africa, sono il più delle volte delle vie di ripiego da parte di chi non può realizzarsi o addirittura sopravvivere nel proprio Paese.” Padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, la realtà dei gesuiti che in Italia si occupa di accoglienza per migranti e rifugiati, riflette sull’importanza delle parole pronunciate dal Papa al suo arrivo in Algeria.

Ascolta l'intervista a Camillo Ripamonti

Rotte di morte

“Sempre più spesso purtroppo quelle che dovrebbero essere delle rotte di speranza, diventano strade di disperazione, perché non di rado vengono utilizzate dai governi come dei luoghi in cui bloccare le persone, sia nel Mediterraneo che nel Sahara”. Di qui la fondamentale importanza dell’appello di papa Leone XIV – ricorda padre Ripamonti - a fare in modo che “questi luoghi, che nella storia sono stati luoghi di incontro e di passaggio, si trasformino in strade che possono dare vita alle persone e non la morte”.

Un appello all’Europa

Un passaggio che chiama in causa direttamente le responsabilità politiche, soprattutto europee. “Molte volte – afferma Ripamonti - è l’Europa stessa che costringe i propri partner a delle trattative chiedendo di trattenere i migranti in cambio di denaro, invece di instaurare una collaborazione che sia una collaborazione per la vita di tutti”, prosegue. “Allora credo che una delle responsabilità dell’Europa sia quella di trovare delle vie alternative, delle modalità alternative, una collaborazione che sia una collaborazione vera tra i Paesi e che sia per la vita delle persone e non per la morte”.

Un Mediterraneo sempre più pericoloso

Le parole di Ripamonti si inseriscono in un contesto segnato da numeri drammatici. Solo nella prima settimana di aprile, ben 708 migranti sono stati intercettati in mare e riportati in Libia. I flussi nel Mediterraneo centrale continuano a essere intensi, confermando una pressione costante lungo una delle rotte migratorie più pericolose al mondo. Secondo le principali organizzazioni internazionali, migliaia di persone ogni anno tentano la traversata, spesso affidandosi a trafficanti senza scrupoli. Il Mediterraneo resta una delle frontiere più letali: alle vittime registrate in mare si aggiunge il numero, probabilmente ancora più alto, di morti nel deserto del Sahara, dove molti migranti perdono la vita senza lasciare traccia.

Vale più il petrolio della vita

Ripamonti richiama anche il paradosso delle priorità globali: “La prospettiva per affrontare i flussi che attraversano il Mediterraneo è quella dei blocchi navali e non è invece quella del cercare di regolamentare questa spinta migratoria. Non dimentichiamo che nelle ultime ore quello che suscita apprensione internazionale è il blocco navale del Golfo Persico che blocca il greggio. Allora la domanda che potrebbe sorgere è: vale di più un barile di petrolio della vita di una persona?”.

La carenza di soccorsi e il caso delle Ong

In questo scenario, il tema dei soccorsi in mare resta centrale. Ripamonti torna a denunciare una carenza strutturale di interventi umanitari: la riduzione delle operazioni di salvataggio e le difficoltà imposte alle organizzazioni non governative contribuiscono ad aumentare il rischio per chi attraversa il Mediterraneo. Il presidente del Centro Astalli sottolinea come la mancanza di una risposta coordinata e umanitaria trasformi le rotte migratorie in trappole mortali. Un allarme reso ancora più attuale dalla notizia del fermo amministrativo della nave Aurora dell’ong Sea-Watch, episodio che riaccende il dibattito sul ruolo della società civile nel soccorrere i migranti nel Mediterraneo.

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14 aprile 2026, 15:49