Sammy Basso, dono raro di “una vita da abbracciare”
Alvise Sperandio - Venezia
“Sammy, una vita da abbracciare” è scritto da mamma Laura Lucchin e papà Amerigo Basso, assieme alla giornalista Chiara Pelizzoni (edizioni San Paolo, 271 pagine). È l’omaggio alla testimonianza di un ragazzo di Tezze sul Brenta divenuto biologo e ricercatore, che ha trasformato la sua esistenza, segnata dalla sindrome dell’invecchiamento precoce che avrebbe potuto portarlo alla sfiducia e alla rinuncia, in una testimonianza di consapevolezza, ottimismo, responsabilità, partecipazione. Un viaggio attraverso il racconto dei genitori, amici, medici, collaboratori che raccontano la sua sorprendente esperienza e soprattutto la sua affasciante lezione di vita. Il volume è stato presentato a Roma ieri, 14 aprile, nella Sala della Lupa a Montecitorio con il saluto del presidente della Camera dei deputati italiana Lorenzo Fontana.
L’insegnamento e il testamento spirituale
Nella prefazione, il cantante Jovanotti, molto amico di Sammy, scrive: “Era un ragazzo strepitoso. Ha commosso il mondo ma non l’ha fatto da solo. Era il fuoriclasse di un team e si suoi alleati più decisivi sono stati i suoi due genitori. Sammy nella sua breve e infinita vita ci ha insegnato l’essenziale, che è vivere, un giorno alla volta, con gratitudine e coraggio”. Sammy ha lasciato il suo testamento spirituale, datato 22 settembre 2017, e letto integralmente dal vescovo di Vicenza monsignor Giuliano Brugnotto in occasione dei funerali celebrati nel suo paese l’11 ottobre 2024. In un passaggio dice: “Non c’è mai stata battaglia da combattere, c’è solo stata una vita da abbracciare per com’era, con le sue difficoltà, ma pur sempre splendida, pur sempre fantastica, né premio, né condanna, semplicemente un dono che mi è stato dato da Dio”.
Laura e Amerigo, di vostro figlio Sammy scrivete che era una nave “che conosceva la sua meta”. Cosa avete pensato quando avete saputo della sua sindrome?
Tantissime sensazioni contrastanti. Ricordavamo di una persona affetta dalla sindrome dell’invecchiamento precoce che andava in tv al Maurizio Costanzo, nulla di più. Quando abbiamo realizzato, subito ci è crollato il mondo addosso. In precedenza, di fronte ai problemi di salute che nostro figlio aveva, eravamo andati a fare diverse visite, ma eravamo tranquilli. È stata una cosa enorme di fronte alla quale ci siamo sentiti impotenti.
E quando lo ha saputo lui?
Non c’è stato un momento preciso. Perché noi abbiamo deciso di parlargliene sin dall’inizio, quando lui era piccolino. È cresciuto con la consapevolezza di essere ammalato, di avere una situazione impegnativa da gestire.
Quali sono stati i passaggi cruciali per lui?
Noi genitori abbiamo deciso da subito che lui doveva vivere. Doveva fare, per quanto possibile, una vita come tutti i suoi coetanei. Perciò l’abbiamo trattato come un bambino e un ragazzo normalissimo, anche se di fatto l’abbiamo iperprotetto. A scuola abbiamo preparato maestre, compagni, genitori. Non c’era niente di nascosto.
Qualsiasi persona con quel problema probabilmente si sarebbe chiusa in casa. In che modo Sammy ha trovato la forza di vivere la sua condizione?
Viveva con serenità. Tutta la cerchia delle persone che gli stavano accanto lo ha aiutato. Ci ha messo la faccia, ha avuto la capacità di esporsi. Le difficoltà sono state tante e grandi. Ma il suo primo volere, era di far conoscere la malattia. Dapprima l’abbiamo messo sotto una campana di vetro, ma presto per fortuna abbiamo capito che quella non era la vera vita. L’abbiamo sempre spronato a fare quello che più si sentiva. Gli dicevamo sempre: tu fai, se non ce la fai non importa, ritenta. Noi ci siamo”.
Vostro figlio ha saputo conquistare le persone...
Riusciva a catalizzare chiunque incontrasse col suo modo di fare e col suo sapere. La sua simpatia, gioiosità, ironia, erano attraenti. Si rapportava sempre alla pari. Incontrava tutti con lo stesso stile, che fosse il passante della strada o il presidente della Repubblica. Soprattutto era molto autoironico, sapeva scherzare di sé stesso. Era un ragazzo pieno di interessi: lo studio, il canto, i viaggi, le compagnie, le lettere che ha scritto a tutte le persone a cui ha voluto bene.
Che rapporto aveva con la fede?
Noi siamo una famiglia di credenti. Quando da bambino, durante una preghiera, gli dicemmo: “Vuoi chiedere a Gesù di farti guarire?”, rispose: “No, se sono nato così c’è una ragione. Gesù ha un progetto su di me”. Sammy ha sempre dimostrato una maturità spiazzante. Quando gli hanno chiesto di partecipare alla sperimentazione di un farmaco, aveva quasi paura di guarire e di andare contro la volontà di Dio. Così è andato in crisi.
Poi cosa è successo?
Durante quel periodo si è studiato a fondo tutte le religioni maggioritarie. E ha capito che il Signore usa anche le mani del ricercatore. In quel momento ha fatto scelta di essere cristiano e ha svoltato, abbandonandosi totalmente a Dio.
Era molto legato a San Francesco d’Assisi e a Santa Madre Terese di Calcutta...
Indossava al collo il Tau e non l’ha mai tolto, fino alla sera in cui ha avuto il malore fatale mentre si trovava ad Asolo alla festa di matrimonio di una coppia di amici. Lo avevamo distribuito come ricordo alla fine di un camposcuola, non lo ha mai più lasciato. Di Francesco ha sentito tanto la sua esperienza: la semplicità, l’affidamento al Signore, l’amore per la natura, il ringraziamento per tutto quello che aveva. Madre Teresa, invece, l’ha scoperta partecipando all’esperienza dei Mendicanti di sogni: una figura molto importante per lui, che l’ha sostenuto in tutti i suoi passaggi più importanti”.
Riceveste a casa una telefonata di Papa Francesco: che ricordo ne avete?
Chiamò sul numero fisso di casa. Sammy gli aveva scritto una lettera qualche mese dopo la sua elezione, felice che avesse scelto il nome del poverello di Assisi. Gli spiegò la sua situazione e il suo impegno. Alla fine della lettera appuntò il numero di telefono. Il Papa chiamò lì: fu una sorpresa grande! Ma Sammy era ancora a scuola, così Francesco ci chiese se avesse potuto richiamare nel pomeriggio, a patto di non disturbare. Sammy aspettava la chiamata con trepidazione. Pensiamo sia stata l’unica volta in cui si è chiuso in camera per parlare al telefono. Quando terminò e uscì, camminava alto da terra.
Qual era la migliore qualità di vostro figlio?
Per fortuna era testardo. Non hai mai mollato. Aveva progetti grandi. Sapeva benissimo che l’aspettativa media di vita con la progeria era di 13 anni e mezzo. Ne ha vissuti più del doppio distribuendo amore a chiunque ha incontrato. Questa è la lezione di vita che ci ha lasciato: ha dato amore incondizionatamente, senza chiedere niente in cambio.
Come pensava alla morte?
Come ha scritto nel suo testamento spirituale: era preparato a morire, ma non era pronto a morire. Sapeva a cosa andava incontro. Ma proprio per questo ha guardato a ogni giorno come un dono. Diceva che non sappiamo quanto tempo abbiamo per restare sulla terra, ma davanti a tutto c’è sempre il Signore. Lui avrebbe voluto vivere a lungo per sapere come sarebbe evoluta la ricerca sulla sua malattia. Siamo certi che lo ora lo stia vedendo comunque.
Quali sono i vostri progetti in memoria di Sammy?
Per noi genitori Sammy è stato un dono raro. Vogliamo continuare la sua missione. Sostenere la raccolta fondi e la ricerca. In Italia ci sono tre ragazzi con la progeria, in tutto il mondo i censiti sono 140. Il modo migliore per ricordarlo, è tenere vivi i suoi sogni.
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