Il nord del Kenya nella morsa di siccità e tagli agli aiuti
Valerio Palombaro - Città del Vaticano
La crisi innescata dalla congiuntura tra cambiamento climatico e tagli agli aiuti allo sviluppo sta colpendo duramente le comunità del nord del Kenya. Le cliniche mobili di molte organizzazioni internazionali attive nell’area, in particolare nelle contee di Marsabit e Isiolo, non ricevono più il “plumpynut”, una pasta d’arachidi molto utilizzata per curare le forme di malnutrizione acuta. A toccare con mano la difficile realtà di queste aree semidesertiche del Kenya settentrionale, al confine con l’Etiopia, è Micol Fascendini, esperta di salute pubblica che collabora con varie organizzazioni tra cui Amref.
“A cinque mancate stagioni delle piogge si sono aggiunti i tagli degli aiuti, sicuramente da parte degli Stati Uniti ma non solo, che hanno aggravato la situazione per le comunità più vulnerabili”, racconta Fascendini. L’esempio della pasta d’arachidi è quello più immediato, in quanto si tratta di un alimento base utilizzato anche da Unicef per intervenire in aiuto dei bambini colpiti dalla malnutrizione. “Da inizio anno – spiega - non è stato più possibile consegnare una razione settimanale o mensile di plumpynut e quindi abbiamo dovuto ridurre le nostre attività assistenziali a pura educazione; mentre adesso stiamo cercando di intervenire con una nuova fornitura da parte nostra”.
Due milioni di persone malnutrite
L’Organizzazione mondiale della sanità stima in oltre due milioni i cittadini kenyani alle prese con l’insicurezza alimentare. E nelle regioni più colpite dalla crisi, solo il 3 per cento dei bambini tra i 6 e i 24 mesi riesce ad avere un’alimentazione minima accettabile. Questa congiuntura particolarmente difficile, secondo Fascendini, continuerà e pertanto è necessario trovare soluzioni. Non solo di carattere emergenziale. La guerra in Medio Oriente ha ulteriormente aggravato lo scenario.
L'approccio One Health
Una risposta alle difficoltà strutturali viene individuata nell’approccio One Health. “Questo approccio – spiega il medico - riconosce l’interconnessione, a me piace chiamarla una relazione quasi intima, tra salute dell’uomo, dell’animale e dell’ambiente. Questi tre elementi sono interconnessi e richiedono una risposta unitaria: l’approccio One Health mette la salute dell’uomo, dell’ambiente e dell’animale sullo stesso livello poiché da questa interconnessione abbiamo l’insorgere delle crisi di salute più comune riguardo le malattie infettive. Il 60 per cento delle malattie infettive dell’uomo viene dall’animale”. Dalla rabbia al covid-19 tanti sono gli esempi di questa connessione. “Quindi in questa interfaccia uomo, animale e ambiente abbiamo una serie di problematiche alla salute che possono essere affrontate tramite un approccio multidisciplinare”, riprende Fascendini secondo cui l’intento è quello di promuovere le “quattro C: collaborazione, comunicazione, coordinamento e capacity building per lavorare insieme e affrontare il problema da un punto di vista sistemico e non più settoriale”.
Coesione e collaborazione
In Kenya questo approccio sta funzionando molto bene. “Nel caso del progetto HEAL di Amref quello che stiamo cercando di fare è promuovere un approccio che parte dalla comunità, che parte dal basso. Quindi facciamo lavorare le comunità e le autorità locali a livello comunitario insieme per creare un nuovo servizio di cura che non è più specifico per l'uomo ma è un servizio di cura integrato per l'uomo, gli animali e il pascolo. Molte donne nomadi non devono più scegliere se vaccinare il proprio bambino o il proprio gregge: ora possono farlo nello stesso momento, risparmiando tempo e denaro”. Negli anni, i progressi sono stati notevoli: dieci One Health Unit hanno raggiunto più di 80.000 persone e 750.000 animali con vaccinazioni, prevenzione e cura. Un altro cambiamento innescato da questo approccio consiste nella coesione e collaborazione tra comunità. “A Barambate, ad esempio, l’intero villaggio si è mobilitato per scavare un pozzo e creare un piccolo orto comunitario, una risorsa preziosa nei periodi di siccità prolungata”. “La natura ci sta presentando il conto da pagare”, conclude l’esperta: “Negli ultimi decenni abbiamo veramente sfruttato troppo le risorse naturali, senza pensare al bene della Terra. La realtà dei fatti è che siamo interconnessi: non possiamo avere una salute nostra se la natura non è in salute”.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui