Il mondo fluttuante di Hokusai a Roma: un ponte tra Oriente e Occidente
Martina Accettola - Città del Vaticano
Lontana dall’essere una semplice raccolta di opere celebri, l’esposizione Hokusai. Il grande maestro dell'arte giapponese si presenta come un racconto continuo ma multiforme. Katsushika Hokusai, 1760-1849, ha attraversato con la sua eredità epoche, linguaggi e continenti, influenzando anche personalità come Claude Monet, Vincent van Gogh e Claude Debussy. La mostra romana, prodotta da Arthemisia in collaborazione con il Museo Nazionale di Cracovia, rappresenta la prima grande monografica dedicata all'artista, curata da Beata Romanowicz, con la consulenza di Francesca Villanti.
Diventare Hokusai
Il percorso segue l’artista lungo tutta la sua vita, ma senza un rigido ordine cronologico, come spiega la curatrice della mostra Beata Romanowicz: “La scelta non cronologica nasce dal fatto che l’arte giapponese organizza il pensiero attraverso categorie tematiche”. Filo conduttore dell’esposizione è la sensibilità dell’artista, evidente nel suo stile, ma anche il suo umorismo, che emerge nelle sue firme. Sono diversi infatti i nomi adottati dall’artista giapponese: da Shunrō a Taitō, passando per Hokusai, adottato nel 1797, con il significato di “studio della stella polare”, e infine Manji. Ogni denominazione identifica tappe di una ricerca personale in continua evoluzione, in linea con i cambiamenti storici dell’epoca nipponica Edo, 1603-1868.
Ukiyo-e, tra viaggio fisico e dimensione spirituale
La mostra si sviluppa su due livelli. Al primo piano, il tema della natura e del viaggio fisico: un itinerario fatto di paesaggi, strade e vedute. Al secondo piano, la sfera più interiore: un invito a intraprendere un cammino metafisico, legato alla dimensione poetica e spirituale. Il collante tra questi due percorsi è rappresentato dal genere di stampa artistica adottato: l’ukiyo-e, letteralmente, “immagini del mondo fluttuante”. Si parla di uno stile tipicamente giapponese, collegato al contesto socio-culturale del periodo Edo, in cui la vita quotidiana diventa immagine resa attraverso la xilografia – una stampa a rilievo realizzata tramite l’utilizzo di matrici di legno. “Le stampe xilografiche - spiega la curatrice - nel periodo Edo fungevano da guide del Giappone verso luoghi pittoreschi e importanti vie di pellegrinaggio dirette a templi buddhisti e santuari shintoisti”.
Le grandi serie
Le oltre 200 opere in mostra, provenienti dal Museo Nazionale di Cracovia e in gran parte raccolte dal collezionista Feliks Jasieński, appartengono alle grandi serie dell’artista giapponese. Il paesaggio è spesso protagonista dei lavori realizzati dal “vecchio pazzo per la pittura” – così si firmava l’autore –, come nella serie Cinquantatré fermate del Tokaido, la via che collegava Kyoto a Edo – antico nome di Tokyo – con una serie di stazioni di posta lungo la strada. In queste xilografie si vedono pellegrini, mercanti, cavalli e immagini di vita quotidiana, con il Monte Fuji sempre presente quale punto di riferimento geografico e spirituale.
Al centro, spesso, c’è l’acqua: onde, cascate e flussi che costruiscono lo spazio e ne determinano il ritmo nella serie Viaggio tra le cascate delle varie province. Composta da otto stampe, l’artista sottolinea la potenza e il movimento delle correnti, soffermandosi sul modo in cui attraversano e trasformano il paesaggio. Qui la natura non è sfondo ma energia e le figure umane, spesso minute, ci danno la possibilità di misurare la forza degli elementi. “Il suo profondo rispetto per la natura, anche nelle sue forme più piccole, rappresenta un valore universale", ricorda Beata Romanowicz. "In questo senso, la sua attenzione per insetti, animali e per la fragilità della vita umana si inserisce perfettamente in questo anno dedicato a San Francesco d'Assisi”.
Maggiormente nota è la serie delle Trentasei vedute del Monte Fuji – che in realtà sono quarantasei –, in cui il soggetto principale è la montagna sacra, simbolo per eccellenza della cultura giapponese. Tuttavia, non è soltanto il Fuji a dominare la scena: altrettanto rilevante è lo spazio geografico che lo circonda, reso con grande attenzione ai dettagli e alla varietà dei paesaggi. L’artista esplora il mutare delle stagioni, delle ore del giorno e delle condizioni atmosferiche, offrendo una visione dinamica e sempre diversa del monte, in un dialogo costante tra tempo e natura.
La Grande Onda di Kanagawa
A questa serie appartiene la celebre La Grande Onda di Kanagawa. È tra le immagini più celebri dell’ukiyo-e, un’icona globale che si è resa ponte tra Oriente e Occidente. Realizzata da Hokusai nel pieno della maturità, unisce potenza ed estrema disciplina formale per trasformare il movimento in struttura. La scena si apre su un mare in tempesta, mentre in lontananza, immobile, c'è il monte Fuji, come controparte della violenza del mare. Il profilo del monte, infatti, ritorna nell’onda in basso a destra: stessa gamma di blu e di bianco, con l’acqua che riprende i colori della montagna e con la schiuma che riflette la neve. Di nuovo, dentro questa tensione, la presenza umana non scompare ma si trova a fronteggiare la potenza della natura.
Surimono e fantasmi
Oltre alle celebri grandi serie, si trovano anche opere meno note ma più spirituali. Tra queste i Rokkasen, raffiguranti i sei poeti più famosi dell'era antica, rappresentati attraverso la calligrafia dei loro nomi. O, ancora, i Surimono: piccole stampe, molto raffinate – a volte con l’aggiunta di dorature, argentature e rilievi –, che non avevano tuttavia lo scopo di essere divulgate.
Nell’ultima sezione della mostra, intitolata Fantasmi e apparizioni, troviamo alcune xilografie relative a misteriose leggende, rese con grande libertà inventiva, tra cui Lampione sul sepolcro di Oiwa - dalla serie Cento storie di fantasmi del 1833.
Accanto alle xilografie
La mostra valorizza anche materiali meno conosciuti, ma di grande importanza nella cultura tra Oriente e Occidente. Come per esempio i manga – raccolte di schizzi e studi, chiamati dall’autore “disegni che fluiscono liberamente dal pennello” – e i libri di modelli. “Fu proprio Hokusai – ricorda la curatrice – a coniare il termine manga. Sono album che possono ancora funzionare come dei manuali. Non hanno perso valore, ma continuano a ispirare artisti in tutto il mondo”. L’esposizione presenta, inoltre, più di 180 pezzi tra libri rarissimi e preziosi oggetti giapponesi, tra cui laccature, accessori da viaggio, armature, elmi e spade, oltre a strumenti musicali tradizionali. I costumi – kimono, giacche haori e fasce obi – accompagnano visivamente la visita, creando un dialogo continuo tra arte, vita quotidiana e spiritualità della cultura giapponese.
Il 160.mo anniversario delle relazioni tra Italia e Giappone
Una mostra resa dinamica anche grazie a una serie di installazioni immersive con scene del mondo fluttuante di Hokusai e a un percorso didattico che permette al visitatore di entrare in contatto con l’arte della xilografia. Interessante l'incontro con lo sguardo occidentale attraverso le fotografie di Felice Beato, tra i primi a documentare il Giappone dopo la sua apertura – mostrando la fine del periodo Edo e l'inizio dell'era Meiji. Un aspetto che si inserisce nel programma delle celebrazioni per il 160.mo anniversario delle relazioni tra Italia e Giappone, reso attraverso una figura che incanta ancora oggi con il suo particolare sguardo sul mondo. “Ciò che colpisce maggiormente - conclude Beata Romanowicz - è la straordinaria capacità di Hokusai di coinvolgere lo spettatore: riesce a creare profondità, a costruire lo spazio e a invitarci a entrare nell’immagine. È un gioco visivo a cui ci abbandoniamo volentieri, perché il mondo che ci offre è ricchissimo”.
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