Tra silenzi e parole, il dono di abitare due mondi
di Suor Veronica Donatello*
Dopo Coda. I segni del cuore e La Famille Bélier, il film Non abbiam bisogno di parole aggiunge un tocco italiano a una narrazione che negli ultimi anni ha saputo commuovere e interrogare il grande pubblico: quella di una figlia udente cresciuta in una famiglia sorda. Una storia che non è solo racconto di diversità, ma attraversamento quotidiano di confini, intreccio di lingue, esercizio costante di mediazione tra mondi.
Lunedì di Pasquetta, ore 15. Sul divano, insieme: io, mamma, papà e Chiara. Propongo ai miei genitori sordi di vedere il film. Inizia la visione. Di solito papà, davanti alla televisione, sonnecchia. Questa volta no. Dopo pochi minuti mi guarda e mi dice: «Ma capisco! Che bello... sono attori sordi italiani!». In un batter d’occhio siamo dentro la storia: risate, qualche lacrima, sguardi che si incrociano senza bisogno di troppe spiegazioni.
Il film racconta la vita di una ragazza udente in una famiglia sorda. Ma in realtà racconta molto di più: racconta la fatica di crescere troppo in fretta, il peso delle responsabilità, il ruolo — spesso invisibile — di interprete tra i propri genitori e il mondo. Racconta i pregiudizi, le esclusioni sottili, le incomprensioni. Racconta anche la forza di una doppia appartenenza: a una lingua visiva e a una lingua sonora; a una cultura segnata dal silenzio e a una immersa nel rumore.
Durante il film mia madre, a un certo punto, mi dice: «Da bambini anche tu e Claudio [altro fratello di chi scrive, e dunque anche lui coda, acronimo di «child of deaf adult», ndr] avete vissuto questo». È vero. Abbiamo conosciuto l’imbarazzo delle telefonate da fare per conto dei genitori, le traduzioni improvvisate negli ambulatori, negli uffici, nelle parrocchie. Abbiamo percepito gli sguardi di chi non capiva, le battute fuori luogo, le esclusioni non dichiarate. Ma abbiamo anche respirato una ricchezza inestimabile: la capacità di abitare due mondi, di pensare in due lingue, di intuire ciò che non è detto.
Crescere così significa sviluppare una competenza relazionale particolare: tenere insieme le complessità, mediare conflitti, cogliere i non detti, abbattere muri prima ancora che vengano nominati. Quella che da piccoli può sembrare una “sfortuna” — dover fare da ponte, essere diversi, sentirsi fuori posto — col tempo si rivela una possibilità. Anche lavorativa. Anche pastorale.
Per me, figlia di genitori e parenti sordi, questa storia non è solo memoria personale: è una postura esistenziale. È uno stile di vita. È uno sguardo sulla Chiesa e sul mondo. In un tempo segnato dall’incomunicabilità, dalle polarizzazioni, dagli opposti che si irrigidiscono, forse abbiamo bisogno proprio di persone capaci di tenere insieme le differenze senza annullarle. Persone che sappiano sostare tra due rive senza appartenere esclusivamente a una sola.
Il film mostra come la doppia cultura non sia un limite ma una risorsa. Non una frattura, ma una soglia. Non una mancanza, ma un talento. È la possibilità di tradurre non solo parole, ma emozioni; non solo suoni, ma silenzi. È la capacità di intuire che ogni storia porta in sé una ferita e insieme una promessa.
Rivedendo sullo schermo frammenti della mia infanzia, ho riconosciuto la grazia nascosta in quella che talvolta è stata fatica. Ho riconosciuto che la mediazione, la traduzione, l’attenzione agli esclusi non sono semplicemente competenze acquisite, ma una vocazione maturata nel quotidiano. Una vocazione che oggi diventa impegno pastorale: costruire ponti, dare voce, rendere accessibile.
Non abbiam bisogno di parole ci ricorda che la comunicazione più profonda non passa solo attraverso il suono. Passa attraverso lo sguardo, il corpo, la presenza. E ci consegna un messaggio prezioso: ognuno ha una storia. E proprio lì, dove sembrava esserci un limite, si nasconde una sfida. E forse anche un talento da spendere per gli altri.
In questo senso, la vicenda della protagonista non è solo racconto individuale. È parabola per il nostro tempo. Perché una società — e una Chiesa — capace di accogliere le differenze e di farne ricchezza è una comunità che non teme la complessità, ma la abita come luogo di rivelazione. E allora sì: forse non abbiamo bisogno di parole. Abbiamo bisogno di ascolto, anche quando l’ascolto passa dagli occhi quella sala domestica, un pomeriggio di Pasquetta, non stavamo solo guardando un film. Stavamo riconoscendo una storia. La nostra. E, insieme, quella di tanti altri.
Perché nessuna vita è marginale quando diventa racconto condiviso. E nessuna differenza è un ostacolo quando si trasforma in dono.
* Consultore del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede
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