Iran, non si fermano gli attacchi Usa sulle infrastrutture strategiche
Giada Aquilino - Città del Vaticano
Infrastrutture e rotte di rifornimento per Teheran. Questi gli obiettivi degli ultimi attacchi statunitensi sull’Iran, che hanno preso di mira ieri anche il cosiddetto ponte B1, il più grande del Paese, che collega la capitale alla vicina Karaj e fa parte di un progetto stradale che conduce al Mar Caspio. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha confermato via social la distruzione del ponte, avvertendo che a tale operazione «seguirà molto altro», compresi attacchi contro le centrali elettriche: se Teheran non accetterà un accordo, del Paese «non rimarrà presto nulla», ha dichiarato.
Secondo fonti militari statunitensi, citate dalla stampa Usa, il ponte sarebbe stato un potenziale corridoio logistico per rifornimenti militari. Nella ricostruzione delle autorità iraniane, i raid sul B1 sono stati due: il secondo sarebbe avvenuto mentre le squadre di emergenza venivano inviate sul posto per soccorrere le vittime del primo attacco. Almeno otto le vittime e 95 i feriti tra chi festeggiava — è stato spiegato — l’ultimo giorno del Nowruz, il capodanno persiano.
All'Onu la proposta di risoluzione sullo Stretto di Hormuz
«Colpire le strutture civili, compresi i ponti incompiuti, non costringerà gli iraniani ad arrendersi», ha affermato il ministro degli Affari esteri iraniano, Abbas Araghchi, che ha pure lanciato un monito alla comunità internazionale: «Qualsiasi azione provocatoria da parte degli aggressori e dei loro sostenitori, anche in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, riguardo alla situazione nello Stretto di Hormuz, non farà altro che complicare la situazione», ha detto, secondo quanto riportato da Al Jazeera. Il riferimento è al voto delle prossime ore a New York su una proposta di risoluzione presentata dal Bahrein che, se approvata, autorizzerebbe gli Stati membri dell’Onu a utilizzare “mezzi difensivi” per riaprire lo Stretto di Hormuz, controllato dalla Repubblica islamica.
La strategica via d’acqua, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota massiccia del gas naturale liquefatto, rimane al centro dei tentativi globali per scongiurare un’interruzione prolungata del transito. Il presidente francese, Emmanuel Macron, in visita a Seoul, e il presidente sudcoreano, Lee Jae Myung, hanno concordato di «cooperare per garantire la sicurezza» e contribuire alla riapertura dello Stretto, nel quadro delle misure per attenuare le incertezze economiche globali causate dalla guerra in Medio Oriente, giunta al suo trentacinquesimo giorno.
Gli attacchi
Sul terreno iraniano, un attacco con droni ha colpito pure un magazzino della Mezzaluna Rossa nella provincia di Bushehr. Lo ha denunciato la stessa organizzazione umanitaria iraniana, riferendo della distruzione di container per gli aiuti umanitari, bus e veicoli di emergenza, secondo quanto riportato dall’agenzia Fars. Le Guardie della rivoluzione islamica, da parte loro, hanno invece affermato di aver abbattuto un secondo F-35 americano sull’Iran centrale, e di aver attaccato all’alba di oggi un impianto di produzione di energia e dissalazione dell’acqua in Kuwait. In Israele, intanto, il ministero della Salute ha dichiarato che 148 persone sono rimaste ferite nelle ultime 24 ore a seguito della nuova ondata di missili lanciati dall’Iran, proprio mentre dallo Yemen anche gli houthi hanno rivendicato ulteriori attacchi contro l’area di Tel Aviv. In serata infine fonti del Pentagono hanno riferito dell'abbattimento di un velivolo americano in Medio Oriente, da parte di Teheran, senza però diffondere ulteriori dettagli.
L'emergenza in Libano
Rimane tesissima la situazione pure in Libano. Le forze di sicurezza israeliane hanno riferito di aver colpito più di 3.500 «obiettivi terroristici» legati alla milizia filo-iraniana Hezbollah. Sotto il fuoco incrociato, è finita ancora una volta una base dell’Unifil nel Sud del Paese: un razzo ha infatti colpito ieri il quartier generale del contingente italiano, provocando danni all’infrastruttura di Shama. Tre caschi blu sono rimasti feriti, 2 dei quali sarebbero in gravi condizioni vicino all'area di Al-Adaissa, nel Libano meridionale: tutti sono stati evacuati in ospedale e non è chiara l'origine dell'esplosione. A dichiararlo è stata la portavoce Unifil Kandice Ardiel. Ieri le autorità di Beirut hanno drammaticamente aggiornato il bilancio delle vittime dall’inizio delle operazioni belliche, salito a più di 1.300 morti e oltre 4.000 feriti.
(Ultimo aggiornamento ore 19.40)
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