A causa delle violenze nella regione di Catatumbo, in Colombia, molte persone fuggono a Cucuta A causa delle violenze nella regione di Catatumbo, in Colombia, molte persone fuggono a Cucuta  (ANSA)

Sud America, non c’è sosta nella crisi umanitaria al confine tra Colombia e Venezuela

Il conflitto armato nel Catatumbo, un territorio sul versante nord della Colombia, non mostra segni di tregua. Gli scontri continuano a causare vittime civili costringendo interi villaggi a fuggire. Si stima che più di 100.000 persone siano state sfollate dall’inizio dell’escalation nel gennaio del 2025

Nicola Nicoletti - Città del Vaticano

«Abbiamo ricevuto segnalazioni di famiglie sfollate costrette da gruppi armati a non indossare abiti scuri, per evitare di essere confuse con obiettivi militari durante gli scontri». La dichiarazione di Giovanni Rizzo, direttore nazionale italiano del Consiglio norvegese per i rifugiati (Nrc), associazione per i diritti umani a difesa dei profughi attiva su scala internazionale, fa capire come la sicurezza per chi è costretto a scappare per salvare la propria vita sia sempre più a rischio in Colombia. Siamo sul confine con il Venezuela, un’area geografica collassata da persone in fuga per tanti motivi, a partire dalla violenza.

Il conflitto nel Catacumbo

Il conflitto armato nel Catatumbo, un territorio sul versante nord della Colombia, non mostra segni di tregua. Gli scontri continuano a causare vittime civili costringendo interi villaggi a fuggire. Si stima che più di 100.000 persone siano state sfollate dall’inizio dell’escalation nel gennaio del 2025. Qui la vita vale sempre meno e la paura fa mettere i pochi beni posseduti in valige di fortuna e scappare. La causa del conflitto è l’occupazione del territorio da parte di alcuni gruppi armati colombiani illegali come l’Eln (Esercito di liberazione nazionale), i dissidenti delle Farc (Forze armate rivoluzionarie) e le formazioni armate criminali, che mirano a controllare il narcotraffico, le colture di coca e i corridoi di confine verso il Venezuela.

Le regioni più colpite

«Le regioni più colpite sono quelle alla frontiera nord, ma ci sono altre zone dove il fenomeno è endemico da anni. Il motivo principale sono gli scontri tra differenti gruppi per controllare le coltivazioni della coca e le rotte per farla viaggiare». Padre Daniele Zarantonello, missionario comboniano, ha vissuto per 13 anni in Colombia, a Tumaco nel sud, e poi ad Altos de Cazucá, periferia sud di Bogotá. «Nell’ultimo anno sono diventate importanti anche le zone di estrazione d’oro; per l’alto prezzo di questo metallo, hanno cominciato a far gola a molti. Il governo ha cercato di lavorare con i contadini per spingere alla sostituzione delle coltivazioni di coca, cercando di far crescere un po’ le economie locali». Un tentativo arduo per la presenza delle bande e per la facilità con cui la coca offre vantaggi veloci e molto allettanti. La situazione è instabile. I blindati dell’esercito sorvegliano le strade per garantire sicurezza, ma la lunga fila di bambini, donne e uomini che ha scelto di abbandonare le case, gli orti e gli animali per evitare di perdere la vita in un conflitto sempre più sanguinoso, non si ferma. Qui vive gente semplice, contadini con una fetta modesta di terra da coltivare, famiglie che tirano avanti allevando maiali o galline, qualche bottega di alimentari e poco altro.

Il ruolo della Chiesa

La Chiesa non rimane a guardare, accompagnando persone e famiglie, muovendosi come può in un contesto sempre più pericoloso. «Lavoriamo soprattutto con popolazioni afrocolombiane — precisa padre Daniele —. Si cerca di mediare e dialogare con le formazioni armate ma è molto difficile a causa della frammentazione dei gruppi». Assistenza alimentare, accoglienza e accompagnamento psicosociale, sono tra le attività offerte dai missionari. Questa fetta di frontiera occupa una posizione strategica per la presenza di interessi legati al traffico degli immigrati e ad altre forme di commercio illecito, causando uno spostamento forzato di persone che tende a crescere. Immersa in una natura meravigliosa e bagnata dal fiume Catatumbo, la regione potrebbe essere un paradiso naturale grazia alla fertilità del terreno, invece è travolta da una crisi umanitaria tra le più gravi del continente. L’instabilità politica generata dall’arresto e dalla deportazione dell’ex leader venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Usa non ha fatto altro che ampliare la contesa delle aree del narcotraffico con la conseguenza della lotta armata e la fuga degli abitanti.

Il problema degli sfollati per la Colombia

La Colombia è uno dei cinque Paesi con il maggior numero di sfollati interni al mondo, circa 7 milioni, secondo il rapporto annuale sulle tendenze globali dello spostamento forzato pubblicato dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Lo studio rivela che il Paese aveva accolto alla fine del 2024, ben 3 milioni di venezuelani e 500.000 colombiani rimpatriati. I territori di Chocó, Nariño, Cauca, Valle del Cauca e il nord di Antioquia concentrano gran parte degli spostamenti, con alti livelli di violenza, minacce e restrizioni a intere comunità. Inoltre si registra un calo del 98% nel flusso di migranti irregolari che attraversano il Darién, la foresta che separa Panamá e la Colombia per raggiungere gli Usa a causa dei cambiamenti nelle politiche migratorie. Questi spostamenti limitano l’accesso ai diritti come l’istruzione, la salute e l'alimentazione. Esiste inoltre la presenza di gruppi provenienti dall’estero. Fino al 30 maggio 2025, un totale di 28.756 donne, 28.579 uomini e 15.364 bambini e adolescenti hanno transitato in situazione di immigrazione irregolare. La maggior parte di loro proveniva dal Venezuela, dall’Ecuador, dall’India, da Haiti e dal Perú, in marcia con la speranza di trovare, finalmente, una terra sicura.

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14 aprile 2026, 09:52