Burundi, Fondazione Avsi: 12 mila bambini usciti dalla malnutrizione
Roberto Paglialonga - Città del Vaticano
La malnutrizione è un problema endemico in Burundi. Una piaga — in un Paese già destabilizzato da fibrillazioni politico-sociali, stremato da shock economico-finanziari e di fatto isolato a livello di relazioni con i vicini —, alla quale è difficile rispondere solo con l’assistenza pura, fornendo beni o denaro. "Giusto farlo in una fase prettamente emergenziale, ma in generale, per contrastarla, occorre intervenire con un’idea di sviluppo" complessivo, "che coinvolga le comunità". A parlare con i media vaticani da Bujumbura è Andrea Fabiani, project manager di Avsi e responsabile del progetto “Isoko Irama — Rafforzamento sostenibile e orientato al mercato dell’imprenditoria agricola” nel Paese, dove l’Ong è presente dal 2001. Proprio per far sì che le persone, connesse tra loro, costruiscano insieme il proprio futuro e siano compartecipi di una crescita comune — spiega — l’attività è stata inserita in un più ampio programma finanziato anche dall’Unione europea e implementato assieme a partner come Irc (International Rescue Committee), Dsik (Deutsche Sparkassenstiftung für internationale Kooperation) e Bbin (Burundi Business Incubator). "Quattro le direttrici principali su cui ci muoviamo dall’ottobre 2023: rafforzamento tecnico delle filiere agricole; crescita e potenziamento imprenditoriale; miglioramento del reddito e resilienza delle comunità rurali; e, appunto, riabilitazione nutrizionale".
La riabilitazione nutrizionale
Avsi ha realizzato nel 2024 nella provincia di Ngozi due screening nei bambini tra i 6 mesi e i 5 anni, scoprendo che il tasso medio di malnutrizione era di circa il 9% — "percentuali quasi da situazione di guerra" —, ma che in alcuni villaggi raggiungeva punte "addirittura del 66%". La malnutrizione acuta moderata, dice Fabiani entrando in dettaglio, "può essere gestita a livello comunitario: il bambino viene inserito in un percorso di recupero di 12 giorni all’interno di un gruppo, nel quale le 'Maman Lumière' (cioè, letteralmente, 'mamme luce', donne che nel loro nucleo non hanno casi di malnutrizione) guidano la madre naturale del piccolo a una corretta conoscenza dell’alimentazione e a comprendere cosa fare nel passaggio dalla fase dell’allattamento a quella successiva dello svezzamento". Perché, soprattutto per un problema come questo, donare viveri o medicinali non basta, "bisogna educare: spesso le giovani donne qui hanno bisogno di chi le accompagni a scoprire cosa voglia dire essere madre e gestire anche con una corretta alimentazione la crescita dei propri figli". Un lavoro che svolgono, appunto, le Maman Lumière, "come le consulenti pediatriche ad altre latitudini".
Oltre 12 mila i bambini usciti dalla malnutrizione
La malnutrizione severa, e quella severa con complicazioni mediche, aggiunge, vanno invece affrontate «in apposite strutture sanitarie e ospedaliere, soprattutto la seconda tipologia», fornendo non solo cibo terapeutico come il Plumpy’Nut e medicinali specifici, ma anche «appositi “dignity kit” alle donne, per consentire loro di per poter affrontare ogni necessità portando così a termine il percorso riabilitativo dei bambini». In tal modo, sono stati 445 i piccoli salvati da «malnutrizione acuta severa con complicanze mediche»; mentre in generale nei nove mesi tra il primo e il secondo screening, «che hanno coinvolto circa 200.000 bambini, sono oltre 12.000 quelli usciti dalla malnutrizione, dimezzando in pochi mesi il tasso dal 9% a meno del 5%».
Sostegno a imprese agricole e produzioni locali
Parallelamente agli interventi nutrizionali, “Isoko Irama”, che significa "mercato sostenibile", attivo nelle ex province di Kayanza e Ngozi, nell’attuale provincia di Butanyerera e nel comune di Bujumbura, si occupa di sostenere l’imprenditoria agricola e le produzioni locali, potenziando al contempo le specificità delle comunità. Chiarisce Fabiani: "Abbiamo tre filiere: banana, miele e funghi. La prima in particolare è alla base del sostentamento dell’economia domestica burundese, e della produzione di bevande alcoliche, come il vino. Il miele e i funghi invece non hanno bisogno di molto spazio, e posso essere coltivati anche in assenza di grandi appezzamenti di terreno, in verticale. Così coinvolgiamo tutte le quelle persone che non hanno accesso alla terra, o lo hanno in via molto ridotta".
Il coinvolgimento dei gruppi di vulnerabili
Ed è qui che si innestano le piccole comunità nelle quali sono inserite anche le donne e le famiglie uscite dalla malnutrizione. "Sono stati formati 50 gruppi di risparmio e credito: persone e donne, dunque anche i più vulnerabili, si uniscono in specifiche 'Ager' (attività generatrici di redito) per fornire specifici servizi nel settore dei biofertilizzanti che servono per l’aspersione dei campi. La prestazione è richiesta dalle stesse imprese e dai proprietari di bananeti: noi aiutiamo questi gruppi di donne nella fase iniziale fornendo il primo stock di prodotto, i primi strumenti e la formazione di base. Poi via via, con il reddito generato, risparmiano per acquistare altro stock, o comprare pomodori, polli, bestiame da vendere quindi nei mercati".
Burundi tra gli ultimi nell'indice di sviluppo umano
Un progetto circolare, nel quale "il punto di forza — sottolinea con orgoglio il manager di Avsi — è mettere insieme le persone, imprese, donne e vulnerabili". Così, questi tre beneficiari godono di "impatti tangibili e visibili tanto sulla nutrizione, quanto sulla produzione agricola e le opportunità di reddito". Non poco, in un Paese che vede fuggire frequentemente i suoi cervelli migliori e che, al momento, ha un indice di sviluppo umano tra gli ultimi a livello mondiale (187° su 193 nel ranking 2025, fonte Human Development Index di Undp). E che, in questo clima, attende le prossime elezioni presidenziali, previste nel 2027.
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