Burkina Faso, contro l'epatite successi inaspettati. La Chiesa in prima linea
Federico Piana- Città del Vaticano
La premessa è d’obbligo: in Burkina Faso l’epatite, infiammazione virale che colpisce le cellule del fegato, è ancora un problema. Molto serio. Perché in Africa occidentale, il Burkina Faso è annoverato tra i Paesi con la più alta endemia della malattia, con l’epatite B che risulta essere la forma più diffusa, principale sfida di salute pubblica.
Donne e neonati, i più colpiti
Studi epidemiologici abbastanza recenti, hanno scattato una fotografia sanitaria che racconta di una nazione nella quale l’epatite B non è diffusa in modo uniforme: alcune regioni del centro-nord e alcune aree rurali con minore accesso ai servizi sanitari mostrano una vulnerabilità ed una permeabilità maggiore anche se altre regioni sono ancora oggetto di studio ed approfondimento. Ma esistono anche casi di epatite A ed E abbastanza presenti in contesti ambientali dove c’è scarsa igiene, minor disponibilità d’acqua e insicurezza alimentare. I soggetti più a rischio sono soprattutto le donne in gravidanza, i neonati, gli operatori sanitari, i donatori di sangue e i pazienti che ricevono le trasfusioni, la popolazione carceraria, i malati infettati dal virus dell’Hiv che in tutta l’Africa occidentale sono giovanissimi.
Risultati positivi
Ma fatta la premessa, apparentemente scoraggiante, arriva la sorpresa, affascinante e positiva. Che nessuno si aspetterebbe. A metterla nero su bianco è Yonli Albert Théophane, dottore in biologia molecolare con specialità in genetica e virologia e segretario generale del Cerba, il Centro di ricerca biomolecolare Pietro Arrigoni che in Burkina Faso rappresenta una vera e propria istituzione scientifica di prim’ordine. Insomma, è uno scienziato che del contrasto all’epatite ne ha fatta la sua principale ragione di vita, insieme alla sua vocazione di religioso camilliano che porta nel Dna della sua spiritualità la cura amorevole e compassionevole degli infermi: «Negli ultimi anni, la lotta all’epatite ha fatto registrare importanti progressi. Sul piano medico e sanitario, c’è stato il rafforzamento della vaccinazione contro l’epatite B mentre, parallelamente, si è resa disponibile ad una più vasta fetta di popolazione la possibilità di screening e di diagnostica anche grazie a progetti mirati realizzati da alcune associazioni».
Altri passi in avanti
I successi, però, non finiscono qui. Padre Théophane racconta con soddisfazione ai media vaticani he, nel tempo, c’è stato anche un miglior accesso dei malati agli antivirali, in particolare il Tenofovir, farmaco che contiene la molecola utilizzata per curare l’epatite B. «Lo Stato ha messo in campo un’efficace politica di sovvenzionamento di questo medicinale: ora si può ottenere un mese di cura pagandolo meno di dieci euro. Anche la terapia per l’epatite C è stata resa più disponibile, in questo caso in modo completamente gratuito».
Ricerca in espansione
I miglioramenti che non ti aspetti riguardano anche la crescita delle competenze specialistiche come quella in epatologia e biologia molecolare, campo di azione proprio del religioso camilliano: «Entrambe si sono molto sviluppate. Nel 2006 c’erano pochi centri di biologia molecolare, il nostro era l’unico. Poi, durante il periodo del Covid, c’è stato un vero e proprio boom di laboratori biomolecolari: questo permette di controllare in modo più ampio la carica virale che consente una diagnosi maggiormente approfondita». Il campo della ricerca, però, non è da meno: nel recente passato, in Burkina Faso ha iniziato a conquistarsi un posto di tutto rispetto. Ad esempio, ricorda padre Théophane, prima del 2000 lo screening dell'epatice C non era sistematico ovunque prima delle trasfusioni di sangue.: «Dopo alcuni studi svolti anche nel centro Cerba e grazie all'impulso del professor Jacques Simporé, si è riusciti ad introdurre nel piano per la sicurezza trasfusionale anche lo screening obbligatorio per l'epatite C». Un traguardo prima insperato.
L'importanza dell'informazione
Piccoli ma significativi successi si sono registrati anche in ambito sociale, essenziali per incoraggiare la popolazione ad assumere comportamenti sani e virtuosi. «In questo senso — spiega il religioso biologo — sono state implementate diverse campagne di sensibilizzazione, soprattutto durante la Giornata mondiale per la lotta all’epatite. In più, si è creato un maggior coinvolgimento della società civile anche grazie all’uso dei social. L’informazione e le sensibilizzazioni sono davvero molto importanti».
Risposta organizzata
Da un tempo in cui in Burkina Faso sull’epatite era calato il silenzio si è passati ad un tempo nel quale si sta affermando una risposta progressiva ed organizzata. «Nel 2017 il mio Paese ha adottato un piano strategico di cinque anni per combattere l’epatite, soprattutto quella B e C. Ma ripeto: il primo, vero, passo avanti è stato quello di diffondere la vaccinazione introducendola fin dalla nascita: il progresso più strutturale perché sta modificando il futuro epidemiologico di tutta la nazione».
Il sostegno della Chiesa
Accanto agli uomini di scienza come padre Théophane c’è anche la Chiesa locale che non perde occasione per mettere in campo tutte le proprie forze per aiutare chi sostiene la lotta ad una malattia insidiosa e morale. «E — spiega il religioso — lo fa in tre direzioni. La prima è la pastorale sanitaria che si concretizza con l’accompagnamento spirituale dei malati, con la visita a chi soffre i sintomi dell’infezione, con il loro sostegno morale. La seconda direzione è quella relativa alla prevenzione e alla sensibilizzazione. In diverse diocesi, le strutture cattoliche propongono percorsi formativi, di educazione sanitaria e screening spesso integrate con altre attività pastorali. Infine, la terza che trova compimento nelle opere sanitarie cattoliche: ospedali, centri medici, dispensari e istituti di ricerca che hanno davvero ottimi standard qualitativi». E che permettono alla Chiesa locale di non lasciare soli i malati ma di farli sentire sempre più amati.
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