Fmi: crescita senza precedenti per il riarmo nel mondo
Francesco Citterich - Città del Vaticano
La spesa militare globale ha conosciuto negli ultimi anni un’accelerazione significativa, con livelli mai visti dalla fine della Seconda guerra mondiale. I dati più recenti del Fondo monetario internazionale (Fmi) confermano un cambiamento strutturale nelle priorità economiche degli Stati: quasi il 40% dei Paesi nel mondo destina oggi oltre il 2% del proprio prodotto interno lordo (pil) alla difesa, una soglia simbolica che fino a pochi anni fa era appannaggio di pochi.
Una pericolosa normalità
Nei capitoli del World economic outlook dedicati alla spesa per la difesa, ai conflitti e alla ripresa economica, l’Fmi indica che, tra il 2020 e il 2024, circa il 50% dei Paesi ha aumentato i budget militari e la quota di Stati sopra il 2% del pil è salita dal 27% nel 2018 a quasi il 40% nel 2024. Questo significa che una soglia considerata per anni ambiziosa sta diventando una nuova, pericolosa normalità. Alla base di questa crescita vi è l’aumento dei conflitti e delle tensioni geopolitiche negli ultimi 15 anni. Tra gli elementi più rilevanti, l’Fmi menziona il ritorno della guerra su larga scala in Europa, con l’invasione miliare russa dell’Ucraina; le tensioni tra grandi potenze, come Stati Uniti e Cina; l’instabilità in Medio Oriente e in Africa e la crescente competizione tecnologico-militare. Fattori, questi, che hanno spinto i governi a riconsiderare la sicurezza come priorità strategica, spesso a scapito di altre voci di spesa pubblica. Un trend destinato a rafforzarsi, che certifica una maggiore instabilità geopolitica.
L'aumento delle spese nei Paesi della Nato
I Paesi della Nato, ad esempio, si sono impegnati a giugno del 2025 a portare la spesa annuale al 5% del pil entro il 2035, più del doppio del precedente 2%, in uno scenario che vede la Polonia nel ruolo di apripista nell’Alleanza, con il suo 4,5%. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), le vendite di armi da parte delle 100 maggiori aziende produttrici di armi al mondo sono raddoppiate in termini reali negli ultimi due decenni. Mentre, appena nel 2024, più di 35 Paesi, di cui la metà circa classificata come “Stati fragili” e colpiti da conflitti, hanno vissuto situazioni di guerra all’interno del proprio territorio. Nello stesso anno, circa il 45% della popolazione mondiale si è concentrata in Paesi interessati da conflitti, che nella stima più ampia degli esperti del Fondo monetario internazionale spaziano da schermaglie di confine localizzate a guerre su vasta scala. Guerre che, al di là del devastante tributo in termini di vite umane, generano shock inflazionistici, tensioni fiscali, squilibri interni e ostacolano la crescita globale, con una ripresa post-conflitto lenta e fragile e lasciando cicatrici durature sulla macroeconomia di un Paese e sugli individui. Una ripresa — trainata soprattutto dal lavoro, mentre capitale e produttività restano deboli — che dipende dalla stabilità della pace: se duratura, consente un recupero parziale; se il conflitto riprende, la crescita si blocca.
Una tendenza globale
La crescita della spesa militare e il superamento della soglia del 2% del pil da parte di quasi il 40% dei Paesi segnano, quindi, una svolta storica. Non si tratta più di un obiettivo limitato alla Nato, ma di una tendenza globale legata a un contesto internazionale senza dubbio più instabile. Se da un lato questo rafforza le capacità militari degli Stati, dall’altro apre interrogativi cruciali: quanto è sostenibile nel lungo periodo? Quali settori civili verranno sacrificati? Si tratta di una fase temporanea o di una nuova normalità? Le risposte dipenderanno dall’evoluzione degli equilibri geopolitici nei prossimi anni, ma un dato è certo: la difesa è tornata a essere una priorità centrale nei bilanci pubblici di quasi metà del mondo.
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