Il segretario Usa al Tesoro, Scott Bessent Il segretario Usa al Tesoro, Scott Bessent 

Usa, l'economia al bivio tra impatto della guerra e consenso interno

L'impatto del conflitto in Medio Oriente su prezzi e consumi mettono Trump di fronte alla sfida delle elezioni di midterm. A colloquio con l’economista Francesco Giavazzi e Mario Del Pero, ordinario presso il Centre d’Histoire di Sciences Po a Parigi 

Davide Dionisi - Città del Vaticano

Si è arrivati persino ad annunciare la sospensione di 60 giorni di una legge marittima che limita il trasporto di petrolio all’interno degli Stati Uniti, nel tentativo di arginare l’aumento dei prezzi causato dalla guerra contro l’Iran. La legge è il Jones Act del 1920, quella che impone che le spedizioni nazionali utilizzino navi costruite in Usa, di proprietà americana e con equipaggio statunitense: è chiaro, quindi, che anche gli Stati Uniti non sono immuni dagli shock petroliferi. E quanto è cambiata, dunque, la loro posizione sui mercati energetici globali?

Autonomia energetica: un concetto relativo

Per Francesco Giavazzi, economista e ordinario di Economia politica nell’Università Luigi Bocconi di Milano, «gli Stati Uniti hanno sostanzialmente raggiunto l’autonomia energetica e oggi possono sopravvivere con importazioni nette pari a zero, sommando tutte le fonti disponibili. Tuttavia, autonomia energetica non significa che le importazioni di prodotti energetici siano azzerate del tutto: non esiste piena sostituibilità, ad esempio, tra petrolio e gas naturale. E, soprattutto, l’indipendenza energetica non protegge dagli aumenti dei prezzi. Se il prezzo del petrolio sale - spiega Giavazzi - sale ovunque, in Texas come a Roma. Chi consuma petrolio paga di più, chi lo produce guadagna di più. Non si tratta dunque di effetti aggregati, ma puramente distributivi. Ed è molto difficile, praticamente impossibile, usare la leva fiscale per redistribuire questi effetti e compensare chi ci perde. Il punto centrale è proprio questo» continua l’economista della Bocconi «non puoi dire a chi ha bisogno della benzina per andare a lavorare di non arrabbiarsi perché qualcun altro sta meglio. L’impatto è reale, immediato e percepito sulla pelle delle famiglie, indipendentemente dai benefici che altri segmenti dell’economia possono ricavarne». Quanto agli scenari futuri, Giavazzi si dice pessimista: «Questa guerra non si fermerà facilmente, e finché non si ferma il prezzo dell’energia rimarrà elevato. Per gli Stati Uniti si tratta di un problema serio, ma gestibile. Per l’Italia, e più in generale per l’Europa, il quadro è più preoccupante: siamo più esposti di altri ai costi dell’energia e, quindi, più vulnerabili agli effetti prolungati di questo conflitto». 

Prezzi globali e impatti distributivi

Di fronte a tale scenario in tanti guardano alla Federal Reserve per una risposta ad un’inflazione energetica prolungata. «La Fed può fare relativamente poco» rileva Mario Del Pero, professore di Storia internazionale presso l’Institut d’études politiques - Sciences Po di Parigi. «È evidente che Trump continuerà a fare pressioni per un taglio dei tassi, ma la dinamica sui prezzi innescata dal conflitto è in larga misura inevitabile. Ciò che preoccupa maggiormente è l’effetto sulle aspettative, che, come sappiamo, sono determinanti nel definire e alimentare l’inflazione. Tra tutti gli indicatori disponibili» continua Del Pero «forse il più significativo, anche per il suo peso politico ed elettorale, è il Consumer Sentiment dell’Università del Michigan. Ebbene, dall’insediamento di Trump quell’indice ha perso quasi dieci punti, scendendo al di sotto della soglia minima toccata nell’ultimo mezzo secolo, persino durante la grande crisi del 2008. Un segnale inequivocabile di aspettative negative, con spirali inflattive evidenti e forti tensioni sui prezzi.

Le aspettative e il crollo della fiducia

A tutto ciò, prosegue il docente dell’Institut d’études politiques - Sciences Po di Parigi «si aggiunge il valore simbolico del prezzo del gallone di benzina, che si avvicina ormai ai quattro dollari, una soglia psicologicamente critica, non a caso evocata più volte da Trump durante la campagna elettorale per esaltare i propri risultati e criticare quelli di Biden. In questo contesto, la Federal Reserve si trova con le mani legate. Mantiene il suo obiettivo di inflazione al 2%, che si allontana sempre di più, e deve fare i conti con pressioni politiche molto intense. Se cedesse a queste pressioni nonostante i dati negativi, ne uscirebbe con la credibilità gravemente compromessa. Va ricordato, inoltre, che le decisioni della Fed non spettano al solo presidente della banca, ma a un organo collegiale composto da tutti i governatori: è difficile immaginare che possa prevalere una scelta in controtendenza rispetto agli indicatori attuali».

Il prezzo della benzina come indicatore politico

A questo punto agli Stati Uniti non resterebbe che aumentare la produzione interna per calmierare i prezzi, anche se ci sono limiti strutturali. «Trump ha già dichiarato apertamente che il paese si arricchirà grazie all’espansione della produzione energetica - risponde Del Pero -, un’affermazione che ha suscitato qualche malcontento tra gli elettori, consapevoli che l’arricchimento dei grandi produttori petroliferi non compensa necessariamente l’aumento del costo della vita. L’amministrazione ha nel frattempo rimosso quasi tutti i vincoli ambientali per estendere la produzione di gas naturale e petrolio, e le riserve strategiche rimangono uno strumento disponibile. Tuttavia» continua «esistono due limiti precisi. Il primo è fisiologico: c’è un tetto oltre il quale la produzione non può spingersi nel breve periodo. Il secondo riguarda le dinamiche globali dei prezzi: anche l’Opec ha perso buona parte della leva che esercitava in passato, e un eventuale aumento della produzione da parte del cartello sarebbe comunque condizionato dalla stabilità dell’area mediorientale, una stabilità che oggi manca. Si può dunque intervenire sul versante dell’offerta, ma al meglio si otterrebbe un effetto tampone, non una vera via d’uscita dalla crisi».

Scenari futuri: tra recessione e vulnerabilità

Allora quale è il rischio di contagio verso una recessione? «Il rischio, se non di una vera e propria recessione, almeno di una contrazione significativa, è concreto» conferma Del Pero, precisando che «I dati economici del primo anno di Trump presentano più di qualche elemento critico: la crescita c’è stata, ma ha generato pochi posti di lavoro, con un saldo addirittura negativo nell’ultimo trimestre, e non è stata trainata dal manifatturiero, che rimane tra il 7 e l’8% della forza lavoro complessiva. La grande promessa della reindustrializzazione non si è ancora concretata: la curva graduale e costante di crescita dell’occupazione manifatturiera, che aveva resistito attraverso le amministrazioni Obama, Trump e Biden, si è ora arrestata. I nuovi posti di lavoro sono stati creati prevalentemente in settori a bassa qualifica e bassa retribuzione, come i servizi alla persona e la sanità. Il rischio di una stagnazione prolungata, se non di una spirale recessiva» conclude «è quindi reale. Gli Stati Uniti dispongono di più leve di protezione rispetto all’Europa, che risulta comparativamente più vulnerabile, ma nessuna economia è immune in un mondo che resta profondamente integrato e interdipendente. Se la guerra dovesse proseguire e i suoi costi continuassero a essere socializzati sull’economia globale, anche gli Stati Uniti finirebbero per risentirne in modo significativo».

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21 marzo 2026, 09:30