Sudan, il Kordofan nell'inferno della guerra, tra droni, oro e petrolio
Davide Dionisi – Città del Vaticano
È la regione del Kordofan, contesa non solo per la posizione, ma anche per le sue ricche risorse di oro e petrolio, l’epicentro degli scontri tra l’esercito regolare e le forze paramilitari. A farne le spese, in particolare, i civili e le infrastrutture essenziali. A Dilling, nella zona meridionale, i bombardamenti di artiglieria e gli attacchi con i droni protratti per tutta la giornata del 5 marzo hanno causato 28 morti e 60 feriti, tra cui donne e bambini. Ad Al-Mojlad, nello Stato del Kordofan Occidentale, a poche decine di chilometri da Babanousa, un altro attacco con drone ha causato 18 morti.
La peggiore crisi umanitaria del mondo
Il portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric, ha fatto sapere che gli aiuti umanitari faticano a raggiungere le zone colpite a causa dei combattimenti e che in quasi tre anni di guerra, si contano decine di migliaia di morti e 11 milioni di sfollati, definendo il caso come la “peggiore crisi umanitaria del mondo”. Il conflitto tra l’esercito regolare sudanese (Saf) e le milizie paramilitari è scoppiato il 15 aprile 2023 e da allora non si è mai interrotto. Tutto è partito da Khartoum per poi espandersi verso ovest. L’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, Volker Türk, ha riferito che nel 2025 le uccisioni di civili documentate sono più che raddoppiate rispetto all’anno precedente, con un aumento stimato di oltre il 250%, precisando che molte migliaia di vittime restano ancora non identificate o disperse. Türk ha ricordato il massacro nel campo profughi di Zamzam in aprile e l’assedio prolungato della città di Al-Fasher. A questo si sommano le oltre 500 vittime di stupro, tortura sessuale e schiavitù. “I corpi delle donne e delle ragazze sudanesi sono stati utilizzati come armi per terrorizzare le comunità”, ha detto L’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani.
Dimensioni internazionali
Nel frattempo il conflitto ha assunto dimensioni internazionali. Il governo del Sudan ha accusato l’Etiopia di interferenze, sostenendo che i droni utilizzati negli attacchi siano partiti dal territorio etiope. Non si è fatta attendere la risposta dell'Etiopia che ha convocato l’ambasciatore sudanese ad Addis Abeba. Gli esperti si dicono convinti che un’eventuale ulteriore escalation tra i due Paesi del Corno d'Africa potrebbe avere ripercussioni ben oltre i loro confini.
Gli appelli inascoltati
In una nota diffusa a fine febbraio segretario generale del Consiglio norvegese per i rifugiati, Jan Egeland, ha scritto: “Stiamo nuovamente permettendo che le città siano ridotte alla fame e bombardate senza suscitare grande indignazione”. Rivolgendosi direttamente ai leader europei ha aggiunto: “Non potete separare le catene di approvvigionamento, i dibattiti sulla migrazione e i mercati globali dalle sofferenze che alimentano l’instabilità. Il costo dell’inazione non rimarrà confinato entro i confini del Sudan.”
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