Carceri, la storia di Claudio: dall’ergastolo al giornalismo
Roberta Barbi – Città del Vaticano
“Giornalista è una parola grossa, ho ancora molto lavoro da fare…”. È umile, Claudio Lamponi, quando ti apre il suo cuore, eppure in pochi, anche all’esterno del carcere, possono vantare in curriculum di aver fondato, edito e diretto un giornale in un colpo solo. Lui sì, così l’Ordine dei giornalisti della Lombardia lo premia con il tesserino da pubblicista e lui ne va fiero, si vede. Gli chiediamo quali sono le difficoltà che incontra un giornalista detenuto: “Un detenuto che vuole lavorare, non solo nel giornalismo, incontra sempre difficoltà, perché il reato spesso limita l’accesso al lavoro – racconta ai media vaticani – da giornalista in particolare, temo che essendo io stesso detenuto, il mio punto di vista sul carcere a volte non venga preso sul serio”.
Un percorso di revisione e crescita
Claudio oggi ha 45 anni, ma quando ha varcato per la prima volta la porta del carcere ne aveva 29 e sulle spalle la condanna più pesante: ergastolo. Poteva credere che la sua vita fosse finita lì, invece no: “Ho provato a dare un senso. Inizialmente l’ho fatto solo per riempire le giornate vuote, poi ho capito che volevo qualcosa di più – spiega – non volevo che gli anni passassero e mi ritrovassi vecchio e magari peggiore di quando ero entrato. Una grande spinta al cambiamento è stata la famiglia: l’ho fatto anche per loro”. Così frequenta tanti corsi, a partire dal teatro, finché ha la possibilità di iscriversi all’università e di conseguire la laurea magistrale in Editoria.
A Roma per il Giubileo dei detenuti
Nell’istituto di pena di Opera a Milano entrano molti volontari: un giorno Claudio conosce quelli di Incontro e presenza: “Sono persone splendide, che trascorrono il loro tempo libero dentro, con noi – gli sembra incredibile – e nascono dei bei rapporti, delle amicizie vere”. Grazie a loro riesce a partecipare per due giorni a Roma al Giubileo dei detenuti, evento conclusivo dell’Anno Santo dedicato alla Speranza, svoltosi in piazza San Pietro il 14 dicembre 2025. “È stata un’esperienza unica, tanti di noi, così vicini, tutti insieme per lo stesso obiettivo – ricorda – abbiamo partecipato a tanti eventi, ma nel cuore mi resta soprattutto la Messa in Basilica con Papa Leone”.
Il lavoro come strumento di riabilitazione
Claudio ci ha sempre creduto, per questo l’anno scorso ha fatto domanda per un lavoro esterno, secondo il regime dell’articolo 21: “Ancora non ho avuto risposta, ma sono fiducioso – rivela – intanto sono stato ammesso a questo tirocinio all’università dove incontro tanti giornalisti che fanno questo mestiere da anni, da loro posso imparare molto”. D’altronde anche il giornale “Mobul” l’ha creato per la voglia di imparare e migliorarsi sempre: “È nato per portare fuori le notizie positive che ci sono dentro, come storie di cambiamento, ma anche per creare una rete di amicizie tra noi detenuti”, afferma. Poi c’è il lavoro nella falegnameria-liuteria di Opera in cui vengono realizzati gli strumenti per l’Orchestra del Mare.
Tra passato e futuro
Ha ragione, Claudio, quando parla dei rapporti di amicizia che s’instaurano anche con la distanza solo apparentemente incolmabile tra dentro e fuori: con lui è molto facile parlare e così osiamo domandargli se c’è qualcosa che direbbe al se stesso di 16 anni fa, quello che era stato arrestato e portato in carcere. Riflette. “Nulla, perché è così diverso da me oggi, che non ascolterebbe il mio consiglio”. Anche sul futuro, poi, ha le idee chiare: “So che è tutto da costruire e con difficoltà – conclude – spero di non incontrare troppo ostacoli, ma più di tutto spero di essere sempre capace di fare la scelta migliore. Per me e per tutti”.
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